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Margrethe Mather e Edward Weston (Imogen Cunningham, 1922)

olmo. Olmedo. Viola.
Canarino
brusio – petraia –
biancore del grigio
cammino – silhouette –
tenerezza m.m. (1)

La poesia intrapresa dal corpo femminile è qualcosa che ha sempre, più o meno volutamente, un significato politico. E’ attraverso il corpo del poeta che la poesia costruisce o ricostruisce l’identità dell’individuo universale cui si rivolge, definendo in primo luogo la dignità di chi scrive nel rispetto delle asserzioni che i versi hanno reso dicibili. In questo modo diventa peculiare il fatto che sia una donna e non un uomo a intraprendere il genere erotico, ossia una parola poetica che non porta a definirsi come genesi ma che esprime in un ambito visibile la materia dei corpi attraverso il piacere ricercato, espresso, vagheggiato, lacrimato. Questa espressione verbale della fisicità svia il rischio che la poesia si faccia voce soltanto, principio di irrealtà, pulsione inattendibile o comunque concernente un’astrazione, per ridiscendere, la sfera plausibile ed insieme magica delle infinite possibilità che la parola rappresenta. La voce poetica delinea un corpo altro da quello visibile ma tuttavia fisico che si pone in una relazione ulteriore quella emotiva in chi ascolta, per farsi “cosa” interna a uno scambio che avviene nella totalità dell’essere, nell’ambito e nella portata di una reciprocità. “L’erotismo certamente genera arte ed in questo senso non è legato alla deperibilità del sessuale, al suo angusto corridoio genetico, mentre la sessualità, generante vita, come tale è legata al suo limite, alla esauribilità, alla morte. Ecco che la poesia non può essere che corpo magico in un’area di privilegio, quella erotica, da denominarsi sacra e cosmica. Ci si appropria per la rappresentazione dei misteri di uno spazio altro ma con schizofrenia sapientemente guidata mai tale da sconfinare dal sentimento di irrealtà nella follia” Scriveva Maria Grazia Lenisa (2), cogliendo magistralmente al cuore la questione dell’eros in poesia. Loredana Magazzeni attraverso due testi molto interessanti come Corporea, il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (3) e Gatti come angeli (4) curato insieme a Andrea Sirotti, offre una panoramica assai vasta della poesia femminile di genere concernente il corpo, attraverso la viva voce di poetesse di lingua inglese. In Italia, quando Lietocolle indisse il concorso finalizzato alla “costruzione” di un’antologia di poesia erotica contemporanea femminile (5), all’appello risposero quattrocento autrici, inviando testi poetici erotici, pubblicati poi in un’antologia curata da Monica Maggi, dal titolo indicativo, Ti bacio in bocca che, dal 2005 a oggi, ha contato più di dieci edizioni. Quando ho chiesto a Monica Maggi, poetessa a sua volta, di farmi un riassunto delle sue età, al fine di tracciare una breve biografia, lei mi ha risposto “dai 20 ai 40, volontariato famigliare, dai 40 ai 50 sesso, dai 50 in poi la memoria. E come potrebbe essere altrimenti? sono ebrea”. Tra un’età e l’altra Monica ha avuto il tempo di pubblicare due libri di poesia, di essere cofondatrice dell’associazione Donne di carta (6), di diventare una Persona Libro, cioè un gruppo di lettori e lettrici che scelgono liberamente testi da imparare a memoria e da portare in giro per pubbliche rappresentazioni. E per Radio Capital di ideare e condurre “Capital Hot Line”, striscia pomeridiana sull’eros. Infine ora di aprire una libreria tematica nel posto meno ragionevole in cui si potesse farlo. Il tema, naturalmente: La donna. Sentirla parlare di quello che fa e di quello che ha fatto, nonché di quello che ancora vorrebbe fare, la Maggi, mi fa pensare a una vera e propria autoinvenzione sul fronte femminile, una sorta di Michel de Certeau (7) in gonnella per cui il quotidiano è uno studio di resistenza soprattutto alla banalità. Per dirla appunto alla de Certeau, Monica Maggi è una che adotta la sua vita come prospettiva di ricerca negli ambiti più disparati, compreso quello dell’erotismo. Ciò fatto scopertamente sopratutto attraverso la poesia, in tempi difficilissimi e in un momento cui nipotine, madri e nonne vedono aprirsi baratri, fraintendimenti assai più ardui da superare di quando la palma dell’incomunicabilità la portavano i generi sessuali. Liberare il desiderio di sapere, senza perciò farsi manipolare, è l’obbiettivo che dovrebbe coniugare nelle nell’immediato presente la poesia a quella tanto necessaria praticità che invece di rendere il quotidiano ripetitivo e inconscio, lo rende una partita aperta, le cui regole però sembrano sempre più approssimative nella facilissima mercificazione della femminilità che è sotto gli occhi di tutti. La poesia di Monica Maggi appartiene a quella che viene chiamata molto genericamente erotica, e che in Italia non ha una sua particolare tradizione, se non per accenni saltuari o attraverso quelle poetesse che vi indugiano nell’ambito di un percorso altro. Una tra tutte Patrizia Valduga, la cui produzione però supera per complessità di gran lunga il concetto di poesia di genere. Infatti quello che riesce alla Valduga in Medicamenta e altri medicamenta (8), per citare una delle raccolte più attinenti a questo discorso, è di scollarsi dalla carnalità. Pur rimanendo cioè nel’ambito corporale di un linguaggio, nella fatica metodica di una metrica aderente, il racconto poetico, rientra nel ritmo cardiaco che sbalza il sangue per farsi esistere oltre, sancendo una separazione dall’aspetto esclusivamente erotico di una poesia che dall’inizio, al di là delle apparenze, non inquadra la carnalità come motivazione principale del suo svolgersi. Gli unici due libri di poesia di Monica Maggi, invece, sono di genere squisitamente erotico. Ma se per quanto riguarda Calco (9) ci si trova di fronte a un canzoniere dedicato alla bellezza femminile con tanto di immagini, La mia pelle è un cifrario ha il pregio di mostrare un andamento che pur sfociando nell’erotismo, lo raggiunge seguendo un percorso che autentica passo dopo passo un’alleanza che l’autrice stipula in primo luogo con se stessa, con la donna che si guarda essere attraverso gli occhi del uomo che vorrebbe incarnare. In un racconto, la poetessa scrive “Delle donne amo le stesse cose che odio, in fondo. Hanno un modo strano di stare al mondo, si muovono sulla scena quotidiana come se danzassero sempre, anche se piangono”. Mettendo in luce il genere di ricerca su sé stessa, riflessa nell’altra, che poi compirà, poesia dopo poesia

La cosa che mi fa avvertire che sto dimenticando
E’ il suono del mio silenzio
Il passo attutito di una creatura che è rimasta fuori

La creatura che è rimasta fuori è quella che guarda lo scenario dei corpi alla ricerca di un piacere sentito prima che visto nel riflesso di un altro sguardo. E’ l’affermazione con cui la poetessa segna il principio di una decisione difficile ma necessaria come quella di riandare col corpo ai fatti che la mente ha dimenticato per ragioni esse stesse dimenticate ma presenti e condizionanti il corpo

Ho imparato da bambina
Che la strada che porta intorno
E’ la stessa che penetra e porta dentro

La poesia di certa femminilità è che in circostanze rare ma che ogni donna conosce, i ruoli fondono in un sola matrice, madre anche senza figlio, cifrario che è la lettera inconclusa di un darsi, per assunto, per inciso, ossessivamente a una richiesta unica che le chiude tutte. Come scrive Luigi Baldacci “questa capacità di canto e di strazio è solo delle donne, o meglio della poesia femminile (che è una categoria aperta a tutti)”(10). Anne Sexton dà un’idea molto precisa attraverso il suo stesso canto, della vastità di risposte che la poesia femminile può dare in ambito erotico “Una donna che scrive è troppo sensibile e sensuale,/quali estasi e portenti!/Come se mestrui, bimbi ed isole/non fossero abbastanza; come se iettatori pettegoli/e ortaggi non fossero già abbastanza./Crede di poter prevedere gli astri./Nell’essenza una scrittrice è una spia./Amore mio, così son io ragazza.” (11)
In questo ambito la parola resta dunque dono del corpo, filiazione conturbante di una materia antifisica, ma palliativa al punto di essere sufficiente, al pari di un atto. E’ donarsi in un atteggiamento della scrittrice, che per esempio Antonia Pozzi, sicuramente un’insospettabile del genere erotico, sa richiamare con un’immagine di straordinaria efficacia. “Se qualcuna delle mie povere parole/ti piace/e tu me lo dici/sia pur solo con gli occhi/io mi spalanco/in un riso beato/ma tremo/come una mamma piccola giovane/che perfino arrossisce/se un passante le dice/che il suo bambino e’ bello” (12). Donarsi, senza sentimentalismi significa rendere attraverso la poesia quella nudità estranea alle sedute di posa imposte dall’apparenza in cui è congelato il bello del femminile, perdendosi invece nella dinamica che la luce e il buio frugano ai corpi attraverso la loro alternanza ineluttabile. La mia pelle è un cifrario è una scrittura vergata variamente, arricchita di incisi fioriti di una luce che fa mattina nelle notti che rappresenta

Rami, mare,
amaramente
entrano negli occhi
andati. Orse
maggiori. Voce…
silenziosa. Vita. Fiore

ma che anche capace di rappresentare un amore in modo del tutto realistico ponendo la distanza di due corpi al pari di un intervello di tempo che significa non la tregua ma la pace armata sancita da quella lotta amorosa che è l’eros

Non ti ho lasciato andar via, ricordatelo
ho solo parcheggiato questo pezzo di tempo
tra te e me, un’altra volta ancora
aspettando per il momento
che tu ricominci a vivere come desideravi
almeno per qualche mese, e stavolta
senza far finta di niente.

Le tue lettere sono nel mio armadio
sotto i vestiti che sanno di sudore
di polvere e di qualche granello di terra
di capelli grigi che torneranno a respirare
tu hai le mie calze e io le tue parole
e lo squarcio slabbrato del cuore che scrive

qui l’eros ha in sé tutto il senso della sua necessità di reciprocarsi. Reciprocità che l’amore pratica di meno se è vero come scrive magnificamente Rilke, “Essere amati significa ardere e consumarsi. Amare è: illuminare con olio inesauribile. Divenire amati è passare, amare è durare” (13). L’amore basta al tal punto a se stesso quasi da non comprendere il bisogno di un contributo pari da parte del suo oggetto, pare non così l’eros.

Note e riferimenti su web

1) La mia pelle è un cifrario

2) su e di Maria Grazia Lenisa La dimora del tempo sospeso:

http://rebstein.wordpress.com/2009/05/01/qui-si-declina-il-nome-della-rosa-ricordo-di-maria-grazia-lenisa/

http://rebstein.wordpress.com/2009/08/05/amorose-strategie-di-maria-grazia-lenisa/

3) Corporea edito da Le Voci della Luna Poesia

4) Gatti come angeli

5) Ti bacio in bocca

6) Donne di carta

7) Michel de Certeau

8) Patrizia Valduga, Medicamenta e altri medicamenta, Einaudi, Torino, 1989, p. VII

9) Calco

10) Luigi Baldacci intr. Medicamenta e altri medicamenta, Einaudi, Torino, 1989, Torino

11) Anne Sexton, L’estrosa abbondanza, Crocetti, Milano, 1997, p.59

12) Antonia Pozzi, Parole, Garzanti, Milano, 2001, p.91

13) Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge online nella traduzione di Ferruccio Busoni