Caterina Armentano, Libero arbitrio, 0111 Edizioni, 2010

Il libero arbitrio a cui il titolo si riferisce è la capacità testardamente perseguita di essere se stessi, di comportarsi secondo un personale codice etico, di compiere scelte autonome quando il mondo circostante le deplora. Il libero arbitrio è quello di Rebecca che , coprotagonista del romanzo, si aliena anche le simpatie delle amiche per poter vivere la sua vita senza pedaggi da pagare ai pregiudizi e ai giudizi della gente ma anche di amici e parenti.

Il romanzo dipana la tela che lega una serie di amiche che abitano nello stesso condominio, più o meno coetanee, chi sposata e chi no, chi felice e chi disperatamente infelice.

Le donne sono legate fra di loro da una serie di attività prettamente femminee e da altre voluttuarie: incontrasi per un gelato, per un caffè, per una pausa di confidenze e pettegolezzi nell’arco della giornata. Sono donne dei nostri giorni che vivono le problematiche di tutte le donne; scopriamo en passant che le vicende si svolgono in Calabria, ma in realtà sono delocalizzate, potrebbero capitare in qualsiasi punto dell’occidente frenetico e civilizzato. Così , quasi paradigmatiche, sono le loro storie: abbiamo due amiche d’infanzia che entrambe e per casi diversi sono sterili; proprio attorno a loro ruotano le comprimarie: chi è incinta del terzo figlio e non vuole tenerlo perché da anni ridotta a servire un marito che non fa neppure il padre oltre a non manifestarle la minima attenzione; abbiamo la donna che subisce le angherie e le violenze fisiche del marito e tace e nasconde, quasi fosse lei a meritarsele, mentre le sfugge di mano l’adolescenza della figlia che procede su percorsi pericolosi; abbiamo la “zitella”, quella che non è mai riuscita a trovare il compagno giusto; abbiamo l’anziana che sa di mistero e profezia, …

Come si può capire è un inventario al femminile in cui ciascuna di noi potrebbe riconoscersi o aver conosciuto qualcuno, un calvario spesso doloroso dove la donna deve reggere pesi e dolori che sembrano predestinati.

Questo inventario ci consente di entrare, come lettore,  in relazione con questa o l’altra e quindi di seguire il percorso esistenziale di ciascuna quasi facendone parte.

Il romanzo si apre con un incipit vagamente fantasy ma in realtà le vicende si snodano sul sentiero del reale .

Le due coprotagoniste , amiche d’infanzia, soffrono per la stessa mancanza: l’impossibilità di essere madri con tutto il fardello psicologico e di emarginazione sociale che la condizione comporta.

Ma mentre Rebecca accetta questa sua ferita che nessuno potrà mai guarire, sorretta sempre da una ferrea analisi del problema e dalla complicità del marito, la seconda, Ester, non riesce ad accettare che questa sua mancanza in realtà dipenda  dall’infertilità del marito. Vuole un figlio a tutti i costi e lo avrà , ma a quale prezzo…

Pagina dopo pagina assistiamo al precipitare degli eventi verso un dramma percepito ma non individuato: in fondo al libro incontriamo la morte nella forma del suicidio.

Ma nel tessuto del romanzo si era insinuata una generazione precedente, altre storie di donne legate alle storie contemporanee, causa e prefiche delle stesse.

Da questo affresco usciamo aprendoci ad un respiro lungo e liberatorio: tanta sofferenza aveva bisogno di un luogo per coagularsi e un altro luogo per dissiparsi. Lo stile è scorrevole e piano, immediato, quasi parlato; la suddivisione in tanti piccoli capitoli consente l’intreccio e facilita il “ripescaggio “ di personaggi appena intravisti.

Ci dispiace un po’ la presenza di una specie di riassunto del futuro di ogni singolo personaggio; non serviva all’economia del romanzo né alla tenuta della sua forza espressiva, così come si ritiene superfluo un certo didascalismo che manifesta Rebecca alla fine , quasi una piccola lezione di etica e di didattica dell’esistere. Sappiamo che non ci sono certezze ferree nell’esistenza, siamo ciò che non solo noi  ma anche gli altri ci hanno voluto. Il libero arbitrio è consapevolezza di questa precarietà della condizione umana e fatica nel tenere la rotta che si è scelto.