LE POETESSE D’ITALIA ANTONIA POZZI (1912-1938)


GRIDO

Non avere un Dio
non avere una tomba
non avere nulla di fermo
ma solo cose vive che sfuggono-
essere senza ieri
essere senza domani
ed accecarsi nel nulla-
–  aiuto-
per la miseria
che non ha fine-

10 febbraio 1932

CANTO DELLA MIA NUDITA’

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color de’avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non vi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
è la curva dei miei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture ,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò , quando la morte avrà chiamato.

Palermo , 20 luglio 1929  ( poesia inedita in vita)

Note biografiche di Alessandra Cenni

Quando Antonia Pozzi nasce è martedì, 13 febbraio 1912 :bionda, minuta, delicatissima, tanto da rischiare di non farcela a durare sulla scena del mondo; ma la vita ha le sue rivincite e Antonia cresce: è una bella bambina, come la ritraggono molte fotografie, dalle quali sembra trasudare tutto l’amore e la gioia dei genitori, l’avvocato Roberto Pozzi e la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani , proprietari di una vasta tenuta terriera, detta La Zelata, a, Bereguardo. Il 3 marzo la piccola viene battezzata in San Babila ed eredita il nome del nonno. Antonia cresce, dunque, in un ambiente colto e raffinato:  la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequenta la Scala, dove poi la seguirà anche Antonia.

Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato del Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. La nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, figlia di Elisa Grossi, a sua volta figlia del più famoso Tommaso, che Antonia chiamerà “Nena” e con la quale avrà fin da bambina un rapporto di tenerissimo affetto e di profonda intesa. Bisogna, poi, aggiungere la zia Ida, sorella del padre, maestra, che sarà la compagna di Antonia in molti suoi viaggi; le tre zie materne, presso le quali Antonia trascorrerà brevi periodi di vacanza tra l’infanzia e la prima adolescenza; la nonna paterna, Rosa, anch’essa maestra, che muore però quando Antonia è ancora bambina.

Nel 1917 inizia per Antonia l’esperienza scolastica: l’assenza, tra i documenti, della pagella della prima  elementare, fa supporre che la bimba frequenti come  uditrice, non avendo ancora compiuto i sei anni,   la scuola delle Suore Marcelline, di Piazzale Tommaseo, o venga preparata privatamente per essere poi ammessa alla seconda classe nella stessa scuola, come attesta la pagella; dalla terza elementare, invece, fino alla quinta frequenta una scuola statale di Via Ruffini. Si trova, così, nel 1922, non ancora undicenne, ad affrontare il ginnasio, presso il Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano.

Nel 1927 Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, che nulla ha di appariscente, ma dalla cultura eccezionale, dalla passione con cui insegna, dalla moralità che traspare dalle sue parole e dai suoi atti, dalla dedizione con cui segue i suoi allievi, per i quali non risparmia tempo ed ai quali elargisce libri perché possano ampliare e approfondire la loro cultura. La giovanissima allieva non fatica a scoprire dietro l’ardore e la serietà, nonché la severità del docente, molte affinità: l’amore per il sapere, per l’arte, per la cultura, per la poesia, per il bello, per il bene, è il suo stesso ideale; inoltre il professore, ha qualcosa negli occhi che parla di dolore profondo, anche se cerca di nasconderlo, e Antonia ha un animo troppo sensibile per non coglierlo. Il fascino diventa ben presto amore e sarà un amore  tanto intenso quanto tragico, perché ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo  il bene”, scriverà Antonia, riferendosi ad essa. In realtà questo amore resterà incancellabile dalla sua anima anche  quando, forse per colmare il terribile vuoto, si illuderà di  altri amori, di altri progetti , nella sua breve e tormentata vita. Nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di  lettere e filosofia; vi trova maestri illustri e nuove grandi amicizie: Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Dino Formaggio,  per citarne alcune; frequentando il Corso di Estetica, tenuto da Antonio Banfi, decide di laurearsi con lui e prepara la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935. In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normalissima, almeno per una giovane come lei, di rango alto- borghese, colta, piena di curiosità, intelligente, avvertita ad ogni emozione che il bello o il tragico o l’umile suscitano nel suo spirito: l’amore per la montagna, coltivato fin dal 1918, quando ha incominciato a trascorrere le vacanze a Pasturo, paesino ai piedi della Grigna, la conduce spesso sulle rocce alpine, dove si avventura in molte passeggiate e anche in qualche scalata, vivendo esperienze intensissime, che si traducono in poesia o in pagine di prosa che mettono i brividi, per lo splendore della narrazione e delle immagini; nel 1931 è in Inghilterra, ufficialmente per apprendere bene l’inglese, mentre, vi è stata quasi costretta dal padre, che intendeva così allontanarla da Cervi; nel 1934 compie una crociera, visitando la Sicilia, la Grecia, l’Africa mediterranea e scoprendo, così, da vicino, quel mondo di civiltà tanto amato e studiato dal suo professore e il mondo ancora non condizionato dalla civiltà europea, dove la primitività fa rima, per lei, con umanità; fra il 1935 e il 1937 è in Austria e in Germania, per approfondire la conoscenza della lingua e della letteratura tedesca, che ha imparato ad amare all’Università, seguendo le lezioni di Vincenzo Errante, lingua che tanto l’affascina e che la porta a tradurre in italiano alcuni capitoli di “Lampioon”di M. Hausmann.

Intanto è divenuta “maestra” in fotografia: non tanto per un desiderio di apprenderne la tecnica, aridamente, quanto perché le cose, le persone, la natura hanno un loro sentimento nascosto che l’obiettivo deve cercare di cogliere, per dar loro quell’eternità che la realtà effimera del tempo non lascia neppure intravedere. Si vanno così componendo i suoi album, vere pagine di poesia in immagini. Questa normalità, si diceva, è, però, solamente parvenza. In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un incessante dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il luogo più vero della sua vocazione artistica.
La mancanza di una fede, rispetto alla quale Antonia, pur avendo uno spirito profondamente religioso, rimase sempre sulla soglia, contribuisce all’epilogo: il 2 dicembre, Antonia si recò regolarmente all’Istituto tecnico Schiaparelli di Milano, in zona Sempione, ove insegnava e, nel corso della mattinata, chiese di uscire anticipatamente dalla scuola dicendo di non stare bene.
Si diresse verso l’abbazia di Chiaravalle, forse in bicicletta (o forse con un tram). Raggiuntala, si sdraiò su un prato vicino alla Certosa e ingerì molte pastiglie di barbiturico. Nel gelo di quella giornata di dicembre attese la morte.
Un contadino nel pomeriggio di quello stesso giorno la scorse e dopo un’iniziale titubanza chiamò un’ambulanza che la trasportò al Policlinico di Milano, ove, intorno alle 19 del giorno seguente (3 dicembre 1938), Antonia Pozzi morì.
Nel suo ultimo biglietto parlò di “disperazione mortale”. Le sue opere, poesie e diari, furono tutte pubblicate dopo il 3 dicembre del 1938.
Lo sguardo di Antonia Pozzi, che si era allargato quasi all’infinito, per cogliere l’essenza del mondo e della vita, si spegne per sempre mentre cala la notte con le sue ombre viola.
Il suo testamento è distrutto e ritrascritto <a memoria> dal padre.  Le sue poesie saranno pubblicate, ma ancora una volta con interventi censori paterni.
La sua è una delle voci femminili più intense della poesia italiana del Novecento. Il suo suicidio, più che ad un atteggiamento romantico-crepuscolare,  sembra legato al naufragio della  personalità, alla difficoltà creatale dalla coincidenza della sua natura appassionata, femminile, con la sua anima aristocratica, di intellettuale e poeta, chiusa e rifiutata da un mondo che non trova spazio per una donna che rinuncia al suo ruolo tradizionale. Le sue sconfitte personali si inseriscono in quelle più ampie della crisi del buio  periodo storico che l’Italia sta vivendo e che condurrà alla seconda guerra mondiale. Vive un naufragio in cui perde ogni illusione d’amore e maturerà la consapevolezza di non essere stata amata mai  per sé, ma solo e sempre per un’immagine, una maschera che ha dovuto in qualche modo indossare per essere accettata.
Distaccatasi la sua poesia dall’ermetismo che ora la Pozzi vede come “arbitrarietà intuitiva senza un metro con cui confrontarsi (….) risolta in rifugio interiore”,  crede che la poesia contenga un valore etico ed esistenziale e scavi nell’animo per dare un senso allo slancio vitale e alla vita stessa.
La sua inquietudine e la sua ricerca si apparenta ai suoi coetanei stranieri, Rilke, Pound, Valery, Eliot, ma anche alla ricerca montaliana e di Corazzini; le sue poesie all’interno di una verità del sentire e dell’essere, anche delle cose e degli aspetti naturali, sono abilmente costruite, sia nella struttura metrica che in quella strofica. Neppure le parole non riusciranno a salvarla.
La Pozzi è una poetessa che è stata più volte avvicinata alla Dickinson sia a livello esistenziale nel conservare un’aristocrazia d’animo inconsueta, che nella scelta della solitudine e anche della materia della poesia. E tuttavia io vedo la poesia della Pozzi più carnale, strettamente infitta nella vita, costruita con parole spesso materiche che rimandano a luoghi più che a sensazioni, o,meglio , a luoghi che destano sensazioni, che danno o rubano pace.

Le lettere di A. Pozzi – L’età delle parole è finita – 1927-1938. Ed R. Archinto

Le vicende dell’epistolario  sono alquanto intricate e complesse, alcune lettere sono state corrette, presumibilmente dal padre, altre sono scomparse; sono scomparse del tutto alcune lettere indirizzate a Cervi e qualche altra è a carattere di stralcio e per di più in fotocopia.
Sono indirizzate ai familiari e alla nonna Nena, alle amiche  Lucia Bozzi, Alba Binda, Elvira Gandini…, agli amici del tempo universitario come V. Sereni, R. Cantoni, i fratelli Treves  e Tullio Gadenz.
Il suo amore doloroso per Cervi, il suo professore , emerge nella lettera alla nonna dell’agosto 1928 ( a 16 anni). Il professore è stato trasferito a Roma. Scrive. “Ho imparato che cosa sia il dolore. Tu non immagini che cosa fosse lui per me. Io avevo avuto la fortuna di incontrarlo nell’età inquieta in cui tutto il nostro essere sboccia e anela alla vita, in cui ogni influenza esterna lascia nell’anima un’influenza indelebile, in cui ci torturiamo ricercando l’inizio della nostra via e l’indirizzo del nostro cammino nel mondo…. Con la parola e con l’esempio  egli mi ha dato uno scopo e una fede: mi ha insegnato a guardare più in alto e più lontano; mi ha additato la via per diventare più buona..”
A Cervi, nel maggio del 1929: “.. Le voglio bene, sì: che importa? Lei è la mia vita: il pensiero di lei mi accarezza l’anima, continuamente. Ma che cosa vuol dire, questo, se io non conosco nemmeno il suo Dio; se non so nemmeno pregare per il suo fratello caduto?  E’ meglio che lei mi lasci andare per la mia strada, con la mia incoscienza. Io galleggio come un pezzo di sughero: non posso scendere alla minima profondità.. Io = sonno + effervescenza.  Mi lasci andare. Non so nemmeno chiederle perdono di quel che faccio. Non piango neanche: non sono neanche triste.
Me ne vado pian pianino, come un pezzo di carne insensibile. Mi lasci andare; e non sia triste, perché non val la pena.”
A testimonianza delle difficoltà familiari incontrate quando diventa esplicita la storia d’amore  scrive: 11 gennaio 1930- “Nessuno, sai io penso nessuno, nemmeno il padre e la madre, hanno il diritto di troncare le strade di due anime: e se queste due strade si congiungono , se queste due anime non sono che una vita, nessuno ha il diritto, nessuno deve avere il potere di dividerle .”
Sono evidenti i contrasti con la famiglia, in particolare con il padre, il cui ritratto è tentato in una lettera seguente:

(26-4-1930) “ Io non ti ho mai parlato del mio papà, Antonello. Ma è tanto buono, sai: anche se non vive come te, anche se la vita gli ha imposto una professione diversa da quella per la quale egli era nato. E’ un’anima immensamente forte, entusiasta, onesta: di un’infinita rettitudine.

Io ho tante colpe verso di lui: non gli ho mai voluto abbastanza bene; ne ho sempre avuto Terribilmente paura.
Ora soltanto mi sembra di capirlo.. Confidenza non ne ho mai avuta, neppure in lui: nessuno dei miei conosce la mia anima. Non posso cominciare ora: non è più possibile, ormai. Ma bene gliene voglio, questo si, un bene immenso”.
Da Repton 9 luglio 1931, dove è stata mandata per un soggiorno studio con l’intento di allontanarla da Cervi. “Da cinque giorni sono qui e mi sembra che sia tanto tempo, un incalcolabile tempo. Tutte le cose che ho lasciato sono lontane lontane; non sono più presenti e non sono ancora diventate ricordo. Di vivo, di concreto, non ho che te, nel cuore…”
Nel ’32 comincia la fase del distacco, e si avvia alla fine di quest’amore:
…” ti sono apparsa come la primavera e invece ho tutta la povertà dell’inverno nella mia anima grigia. (13-2-’32)….Io non credo a quello che credi tu, lo sai….Io non cerco Dio perché non sento il bisogno di cercarlo; perché credo che la mia vita può essere moralissima anche se io faccio le cose per se stesse e non perché Dio lo vuole…..dove io tengo le cose più sacre tu non sei mai, mai penetrato e non hai nemmeno veduto che per me è sacro tutto quello che è sacro per te.”

Matura intanto la sua consapevolezza di essere poeta.

Scrive  al poeta  Tullio Gadenz, che ha conosciuto in un soggiorno in montagna, a S. Martino di Castrozza :.. “la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia  e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare. La poesia è una catarsi del dolore, come l’immensità della morte è una catarsi della vita…. Per chi ai suoi giorni non vede più che un colore di tramonto e sente, attraverso il suo cielo, salire l’estremo pallore; per chi ancora beve, con occhi allucinati, l’incanto delle cose, ma non sa, non può…tradurlo più in parole, ah, Tullio, è come rivivere trovare un’anima giovane che sprigiona il nostro stesso canto inespresso…(11-1-33), ed ancora: “ Io ho tanto sofferto….Dentro me è tutto un giardino di fiori morti, d’alberi uccisi:e i fiori morti mi fanno vigile e triste come una vecchia mamma presso la tomba del suo unico bimbo. Eppure, mi creda: se un raggio di sole, tra la nebbia, può ancora farsi strada, esso nasce là dove io sento che il mio cuore ha toccato un altro cuore, che l’ora greve è stata da me ad un’altra vita.. Ed anche nasce  là dove riesco ad evocare con occhi intenti l’anima delle cose ed a far sì che le cose versino il loro pianto intorno e sopra il mio stesso dolore.(29-1-33)…

…Io scesi molto in basso e traversai tanta palude: e mentre pensavo ai nuovi problemi di cui ignoravo fin lì l’esistenza (la società, la politica, l’individualismo ed il collettivismo) perdevo il mio vero essere, il tono e l’equilibrio della mia personalità: crollato il regno dei sogni e delle poesie, dimenticato il mondo dove si parla di sempre e di mai dove si commisura all’eterno il valore di ogni atto compiuto….Ma ora voglio tornare sulle alte rupi, dissetare alle sorgenti la bocca in cui è rimasto tanto amaro: la mia nuova salita spirituale è cominciata … (8-maggio ’34)

Le pare anche di poter di nuovo amare.

Scrive a V. Sereni, l’amico di sempre: .”.Sono qui, in questa pausa di silenzio, come un velo d’acqua sospeso su di un masso in mezzo a una cascata, che aspetta di precipitare ancora…. Io non so quanto abbia ragione Remo ( Cantoni) dicendo che vuole fare di me una vera donna: io credo e temo che una vera donna non sarò mai, che anzi, cercando malamente di esserlo, finirei col perdere la parte più vera e meno banale di me. Forse il mio destino sarà davvero di scrivere dei bei libri di fiabe per i bambini che non avrò avuto”.(20 giugno ’35)

Anche questo amore è infatti destinato alla fine.

Ancora a V. Sereni  Antonia confida:  “Le basi del sentimento di Remo erano una gran compassione e una grande tenerezza che, sommate, non si possono chiamare amore…Io so di rappresentare per lui solo un aspetto – e un aspetto non grande – della vita. So.. ch’egli desidera di mantenere solo un’amicizia e non altro: ma non gliene faccio un rimprovero. Se lui è stato ed è ancora l’assoluto per me, non posso pretendere di essere l’assoluto per lui…Non domando niente: so che non ho il diritto di domandare niente. Ecco tutto.” (16 agosto ’35)

Opere

Come affermato in vita la Pozzi non pubblicò niente; poco dopo il padre fece uscire il volume di poesie

Parole” ( Mondadori, 1939) cui seguirono altre edizione sempre più ampliate nel 1943,   nel 1948, nel 1964 .

Poesie posturesi”, Arte  grafica Valsecchi, Lecco , senza data, ma probabilmente nel 1954 .

Lettere a Tullio Gadenz”, collocate nella seconda edizione di “Parole”

“Eyeless in Gaza” ( saggio su Huxley) in “Corrente di vita giovanile”,n°9 , maggio 1938.

“Flaubert. La formazione letteraria ( 1830-1856) con una premessa di Antonio Banfi, Garzanti, Milano, 1940.

La Vita Sognata e altre inedite” a cura di A. Cenni e O. Dini, Scheiwiller, Milano 1986.

Diari” a cura di A.Cenni e O. Dini, Scheiwiller, Milano 1988.

“L’età delle parole è finita. Lettere ( 1925- 1938)” ” a cura di A.Cenni e O. Dini, Archinto, Milano 1989.

Parole” a cura di A.Cenni e O. Dini, Garzanti, Milano, 1989 poi ristampato ne “Gli Elefanti. Poesia”, Garzanti, Milano 2001.

“Pozzi e Sereni. La giovinezza che non trova scampo, a cura di A. Cenni, Scheiwiller, Milano 1995.

“Mentre tu dormi le stagioni passano” a cura di A. Cenni e O. Dini, Viennepierre, Milano, 1998.

“Poesia, mi confesso con te: ultime poesie inedite (1929-1933)” a cura di O. Dino, Viennepierre, Milano 2004.

“Nelle immagini l’anima: antologia fotografica” a cura di L. Pellegatta e O. Dino, Ancora, Milano 2007.

Contributi critici:

-E. Montale- Prefazione a Parole ( articolo pubblicato su Mondo di Firenze), 1-12-1945.

Anima musicale e facile a perdersi nell’onda sonora delle sensazioni, la Pozzi stava già superando lo scoglio della poesia femminile… e alludiamo appunto ai rischi della cosiddetta “spontaneità”… aiutiamo il felice-infelice destino di Antonia dicendo che neppure in lei si attua vera poesia senza lavoro di penetrazione e di stile, e che se il libro si legge con una agevolezza che non è di tanti altri, ciò avviene perché le fratture e le resistenze sono dissimulate …

Ci sono due modi per capire questo libro: si può leggerlo come il diario di un’anima e si può leggerlo come un libro di poesia…. Nel secondo caso cessa di essere facile e ovvia

Si avverte in lei il desiderio di ridurre al minimo il peso delle parole, dalla generica gratuità femminile che è il sogno di tanti critici maschi.

Tecnicamente la sua lirica deriva dal versliberisme del principio del secolo (Ungaretti).. Un’area di uniformità era il suo limite più evidente: la purezza del suono e la nettezza dell’immagine il suo dono nativo…

Alessandra Cenni  – prefazione a La vita sognata e altre poesie inedite, ediz.Schewiller, 1986

“La poesia della Pozzi è insieme <personale e generazionale>, appartiene infatti alla generazione allevata sotto la <campana di vetro> di un’educazione idealista infrantasi contro la realtà del fascismo e che dalla sua crisi faceva motore d’incessante rinnovamento.

Il nodo problematico di molti intellettuali di allora era se la creazione artistica possa divenire <redenzione> della rinuncia ai godimenti materiali e se questa rinuncia non confonda il fine della vita in funzione di una verità mai posseduta.

Afferma la Pozzi nella sua tesi:

“Di fronte a una dottrina estetica che, con l’assoluta preponderanza data all’elaborazione stilistica, sembra sfiorare in pratica il rischio del geroglifico e del tecnicismo, mi sono chiesta: che cosa fa sì che l’opera d’arte ci dia, oltre l’emozione della sua bellezza, tanta profonda commozione umana? Che cosa crea all’interno dell’opera stessa, quell’incessante tensione trattenuta che la colloca come in un’atmosfera vibrata di vetta, di spigolo, dove ogni passo è una conquista esatta e la fatica si rastrema in levità attenta, come per un gioco mortale? E’ che qui tutto è impegnato, e la stesura di una pagina non implica soltanto la risoluzione di un problema letterario, ma rappresenta di per se stessa la risoluzione vivente di  un problema di vita.”

Aderire alla vita significava- sull’esempio di Thomas Mann, confermare quella contraddizione affettiva e intellettuale tra sublimazione dell’arte e miseria della vita che era anche il superamento della concezione romantica in cui il giovane Flaubert ancora si riconosceva.

Per la giovane poetessa la riflessione si esprime nel Diario, 12-3-1935, così: <..Ci vuole un rifiuto a Tonio Kröger, o perlomeno bisognerebbe vedere l’altra faccia : la riuscita nella vita, nel ritmo… della vita…. Tonio Kröger, nella tempesta, quando il suo cuore batte all’unisono con le onde sconvolto, non sa formulare alcun canto…. A Tonio K. mancano le pagine della ricostruzione, della gioia creatrice, della fertilità operosa……Ha voluto mostrare a costo di che sangue ci si fa chiamare poeti..>

Per lei essere poeti significa saper cogliere l’esperienza dell’originario, del fondo, l’unità.

“Oggi tutto vuol essere mobile, convertibile, aperto; siamo come in una matassa di fili sciolti intersecantisi che vanno, certamente,  verso una meta compatta, un gomitolo solo, ma nessuno può e vuole vedere dove esso sia”

L’intento è quello di prendere le distanze dall’ermetismo, non per restaurare un ordine nuovo, o per adeguarsi ai classicisti rondisti, ma per unire purezza e narratività, obiettivo condiviso dall’amico Sereni. La realtà estetica è il veicolo che le realtà interiori sottraggono alla decadenza del tempo.

I richiami ad altri poeti sono come un filo rosso nella sua ricerca: Lo stile narrativo richiama Rilke, il verso breve, talvolta spezzato, presenta echi gozzaniani e corazziniani ( Ritorni- Largo), pur senza manipolazione ironica della lingua. I temi – gli occhi il riflesso dei cieli – l’acqua di questi cieli, le fontane, pioggia, lacrime fino all’accecante neve e ghiacciaio, mare ,lago – avvicinano la Pozzi alla sensibilità della Dickinson.

La sua è la fondazione di una poetica di soglia: di porta socchiusa e infine serrata sull’universo delle cose che tornano mute, dopo aver parlato una prima e unica volta. Sospesa su questa voragine di silenzio il dialogo di Antonia Pozzi è ormai per sempre con l’ombra del non finito  Il suo suicidio non è stato deliberato a freddo, è un accogliere l’illimite in un unico raccolto movimento di ribellione versus la vita e non contro la vita.

Imprigionata nel fondo del suo tetro silenzio, la sua personalità ne viene distorta oscurando l’altro volto di lei: il suo sensuale amore per la vita.

A partire dal ’34 sembra apparire una decisa volontà di rinnovamento: la riaffermata esperienza d’amore, il secondo amore . Attraverso i segni di un’ampia attesa  il codice lirico si carica di cifre erotiche . Cerca di affermare il positivo, pur senza esclamatività. Nuovi spazi dilatati che rappresentano sempre però il deserto dell’uomo contemporaneo e la sua angoscia metropolitana

Vicina all’esperienza di Emily Dickinson ( Lettere, pag.161, Torino,1982) che scrive:< Mattie nasconderà questo piccolo fiore nella mano della sua amica. Nel caso che lei chiedesse chi glielo ha mandato, ditele come disse Desdemona quando le chiesero chi l’avesse assassinata:” Nessuno- io stessa”>  ( dalla prefazione di A. Cenni a La vita sognata)

“ Antonia Pozzi e la montagna” di Marco Dalla Torre , Ancora, Milano, 2009

Questo saggio di Marco Dalla Torre ci apre una bella finestra su un aspetto importante della poetica di Antonia Pozzi: il suo amore per la montagna, non solo per quanto riguarda semplici trekking o passeggiate solitarie, ma praticato anche in modo “impegnativo” grazie a note guide alpine come Oliviero Gasperi, Emilio Comici, Joseph Pellissier. L’Autore è molto empatico nel proporci i numerosi passaggi in cui l’eco delle esperienze montane di Antonia, con tutti gli archetipi di cui l’ascesa stessa è pregna, è pulsante. La breve vita della poetessa, tormentata e agognante a un assoluto inattingibile, trova nei soggiorni e negli incontri montani una relativa sosta dell’anima che quasi controbilancia il dinamismo fisico che le scalate comportano. Dalla Torre non si limita ad analizzare il corpus poetico, ma spazia a tutto campo negli epistolari, nelle fotografie (altra passione della Pozzi), nei documenti e nei ricordi di chi ha accompagnato, anche occasionalmente ma significativamente, il cammino di Antonia (al liceo, all’università, nei soggiorni montani, appunto).

«Io mi vorrei tuffare a capofitto / nella fluidità vertiginosa; / vorrei piombare sopra un duro masso / e sradicarlo e stritolarlo, io, / con le mie mani scarne»: così si esprime la Nostra in Vertigine, scritta a 17 anni, come Dolomiti che si apre con questi versi vibranti: «Non monti, anime di monti sono / queste pallide guglie, irrigidite / in volontà d’ascesa. E noi strisciamo / sull’ignota fermezza: a palmo a palmo, / con l’arcuata tensione delle dita / (…)»

Fra le tante che arricchiscono questo libro, particolarmente significativa l’analisi che Dalla Torre dedica alla poesia La roccia (pp. 71-2) ma, come si è appena detto, queste pagine ci offrono davvero una miniera di sensazioni e suggestioni che tutti gli amanti della poesia (spesso, chissà perché, amanti anche della montagna) sapranno apprezzare.

Nella poesia Per Emilio Comici, risalente a pochi mesi prima del suicidio («Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele…» lascia scritto ai genitori), troviamo questa splendida terzina in chiusa: «Il tuo sangue che sogna le pietre / è nella stanza / un favoloso silenzio.»

Quel silenzio che Antonia desiderava per i suoi resti, sepolti alle pendici della Grigna, protetti da tre massi.

Il libro raccoglie in appendice una trentina di poesie di montagna: un “riassunto” certo non trascurabile della poetica di Antonia Pozzi che Marco Dalla Torre sa sviscerare con acume e, direi, con l’amore di chi pratica la roccia.

Alessandro Ramberti
SCENA UNICA

Vedi:

questo è il mio bambino

finto,

Gli ho fatto il vestitino

all’uncinetto

con la lana bianca,

Dice anche “mamma”

se lo rovesci sopra il dorso.

Dammelo qui in braccio

per un pochino:

ecco,

hai sentito

come ha detto

“mamma”?

Questo è il mio bambino-

vedi-

il mio bambino-

finto.

31 gennaio 1933

LA PORTA CHE SI CHIUDE

Tu lo vedi, sorella: io sono stanca,

stanca, logora, scossa,

come il pilastro d’un cancello angusto

al limitare d’un immenso cortile;

come un vecchio pilastro

che per tutta la vita

sia stato diga all’irruente fuga

d’una folla rinchiusa.

Oh, le parole prigioniere

che battono battono

furiosamente

alla porta dell’anima

e la porta dell’anima

che a palmo a palmo

spietatamente

si chiude!

Ed ogni giorno il varco si stringe

ed ogni giorno l’assalto è più duro.

E l’ultimo giorno

– io lo so –

l’ultimo giorno

quando un’unica lama di luce

pioverà dall’estremo spiraglio

dentro la tenebra,

allora sarà l’onda mostruosa,

l’urto tremendo,

l’urlo mortale

delle parole non nate

verso l’ultimo sogno di sole.

E poi,

dietro la porta per sempre chiusa,

sarà la notte intera,

la frescura,

il silenzio.

E poi,

con le labbra serrate,

con gli occhi aperti

sull’arcano cielo dell’ombra,

sarà

– tu lo sai –

la pace.

Milano, 10 febbraio 1931

PAN

Mi danzava una macchia di sole

tepida sulla fronte,

c’era ancora un frusciare di vento

tra foglie lontanissime.

Poi vennr

solo: la schiuma di queste onde di sangue

e un martellio di campane nel buio,

giù nel buio per vortici intensi,

con rossi colpi di silenzio- allo schianto.

Dopo

riallacciavano le formiche

nere fila di vita tra l’erba

vicino ai capelli

e sul mio- sul tuo volto sudato

una farfalla batteva le ali.

27 febbraio 1938

DESIDERIO DI COSE LEGGERE

Giuncheto lieve biondo

come un campo di spighe

presso il lago celeste

e le case di un’isola lontana

color di vela

pronte a salpare –

Desiderio di cose leggere

nel cuore che pesa

come pietra

dentro una barca –

Ma giungerà una sera

a queste rive

l’anima liberata:

PER TROPPA VITA CHE HO NEL SANGUE

Per troppa vita che ho nel sangue

tremo

nel vasto inverno.

e all’improvviso,

come per una fonte che si scioglie

nella steppa,

una ferita che nel sonno

si riapre,

perdutamente nascono pensieri

nel deserto castello della notte.

creatura di fiaba, per le mute

stanze, dove si struggono le lampade

dimenticate,

lieve trascorre una parola bianca:

si levano colombe sull’altana

come alla vista del mare.

bontà, tu mi ritorni:

si stempera l’inverno nello sgorgo

del mio più puro sangue,

ancora il pianto ha dolcemente nome

perdono.

12 gennaio 1935

senza piegare i giunchi

senza muovere l’acqua o l’aria

salperà – con le case

dell’isola lontana,

per un’alta scogliera

di stelle –

1° febbraio 1934

ALTURA

Il glicine sfiorì

lentamente

su noi.

E l’ultimo battello

attraversava i laghi in fondo ai monti.

Petali viola

mi raccoglievi in grembo

a saera:

quando battè il cancello

e fu oscura

la via del ritorno.

11 maggio 1935

Preghiera alla poesia

Oh, tu bene mi pesi

l’anima, poesia:

tu sai se io manco e mi perdo,

tu che allora ti neghi

e taci.

Poesia, mi confesso con te

che sei la mia voce profonda:

tu lo sai,

tu lo sai che ho tradito,

ho camminato sul prato d’oro

che fu mio cuore,

ho rotto l’erba,

rovinata la terra –

poesia – quella terra

dove tu mi dicesti il più dolce

di tutti i tuoi canti,

dove un mattino per la prima volta

vidi volar nel sereno l’allodola

e con gli occhi cercai di salire –

Poesia, poesia che rimani

il mio profondo rimorso,

oh aiutami tu a ritrovare

il mio alto paese abbandonato –

Poesia che ti doni soltanto

a chi con occhi di pianto

si cerca –

oh rifammi tu degna di te,

poesia che mi guardi.

Pasturo, 23 agosto 1934

BIBLIOGRAFIA

La bibliografia su Antonia Pozzi è quasi sterminata.

Le più autorevoli e complete riflessioni e commenti sulle sue opere sono a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino; gran parte di questo contributo si rifà al loro lavoro e anche le poesie sono tratte da “Parole” , gli elefanti Garzanti , edito a loro cura.

Tuttavia si sono occupati della Pozzi grandi figure di letterati anche in atti di Convegno , articoli di giornale e quaderni di critica ( Barberi Squarotti- Arcangeli- Anedda – Fantato- Benini- Bossi Fedrigotti- Fabbretti- Fiumi- Lagorio- Manacorda-Panzeri- Patuasso- Pellegatta,…).

L’elenco è ampiamente incompleto e rimando chi ne fosse interessato di visitare il sito dedicato ad Antonia Pozzi per ragguagli esaustivi.