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Sei radici, sei radici, oh, sei radici 1,

accompagnare sembra facile e non lo è

sulle spalle è pesante il fardello, è penoso,

ah! Purifichiamo le sei radici, purifichiamo le sei radici.

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[da «la Canzone dello sballottamento del sordo»]

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«Alle montagne succedono le montagne. Ovunque si vada, non ci sono che montagne»,

con questo senso, quasi estenuante, di chiusura eppure di continuazione del paesaggio, contenente fin da subito lo spazio dell’uomo  anche se in forma impersonale (“ovunque si vada”) , inizia la voce corale di questo romanzo che intaglia il mondo in diverse modulazioni di canzone, e lo fa passando di bocca in bocca, attraverso la voce che ora  secca, ora slitta, aggiunge, cancella, modifica, strofe alla canzone comune dell’esistenza, il cui ordito di amore, crudeltà, astuzia, coraggio, fiducia, pietas,… viene di volta in volta scoperto, ricoperto, tramandato, affidato come munus alla comunità e al mito.

Infatti il pellegrinaggio che la protagonista O Rin, quasi settantenne, è in procinto di intraprendere a Narayama (letteralmente “la montagna delle querce”), e al quale O Rin si prepara stoicamente come ad una “festa”, è il viaggio della consegna del proprio testimone, di sé alla fine;

perché la bocca che poi muore, non più da sfamare, può darsi  voce completamente in divenire, vera e propria quercia radicata e ramificata di un’umanità in trasmissione.

Allo stesso modo, e a maggior ragione, “si ha una sorte buona” se il giorno che si va “sulla montagna cade la neve”, non solo per il fatto che le note di fiocco scaldano e addormentano come in una lullaby o in una canzone il corpo moriente, proteggendolo oltre lo scempio del corvo, ma anche per il senso di tumulo bianco,  finalmente purificato-pacificato, che la neve sa fare di un corpo comune, rendendolo così di nuovo in-scrivibile, rispetto al ciclo vitale di terra che accoglie e rigenera:

«Quando la festa di Narayama per tre volte viene / dalle castagne cadute germogliano i fiori».

Questo il senso del cerchio,  appunto corale e ultimo, de “la canzone della danza del Bon2  che “aveva finito col confondersi con la canzone della festa di Narayama

o del cerchio, sempre orale ed esistenziale, che fa del canto di Narayama la tela per “lo sballottamento”  del bambino (indiavolato) o del vecchio (sordo) e del loro grido, quando presi e caricati  sulle spalle – accompagnati di generazione in generazione (in quella continuazione prefigurata fin dall’inizio dalle montagne), vengono non solo calmati o trattenuti, ma anche superati dalla voce .  E questa è la parte centrale (e non solo del libro):

« Sei radici, sei radici, oh, sei radici

O Rin e Tama-yan restarono sbalordite. C’è da dire che questa canzone si cantava soltanto in occasioni molto speciali. La si cantava accompagnando qualcuno al pellegrinaggio di Narayama, oppure quando si teneva un bambino. Ma quando si teneva un bambino e si cantava: «sei radici, sei radici», questo veniva chiamato lo sballottamento del sordo, o lo sballottamento del diavolo.

Sei radici, sei radici, oh, sei radici / badare ad un bambino sembra facile ma non lo è /sulle spalle è pesante e sul dorso lui strilla /oh, sei radici, sei radici, oh, sei radici,

si mise a cantare Matsu-yan. Ogni volta che si dice «sei radici», si fa sballottare il peso sulle spalle e si tenta, sballottando con forza, di fare tacere la voce che grida. Ma la voce con cui ci si accompagna dev’essere più forte della voce che grida, solo così si può coprire questa voce. »

da Le canzoni di Narayama, Schichiro Fukazawa, traduzione di Bianca Garufi – Einaudi Coralli 1961

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1Nel vocabolario buddista le sei radici sono i sei organi dei sensi: occhio, orecchio, naso, lingua, corpo e spirito. In seguito si incontrerà un’allusione alla ben nota esortazione «purifichiamo le sei radici», che vuol dire: «liberiamoci dalle illusioni nelle quali i nostri sensi ci costringono». I pellegrini giapponesi, lungo i sentieri che li portano verso i santuari di montagna, scandiscono spesso questa frase che esprime bene la sensazione che dà loro lo sforzo, e il cui ritmo cadenzato si accorda a quello dei loro passi. La traduzione non può purtroppo rendere la pesante armonia gutturale dell’originale «rokkon, rokkon, rokkon na» e «rokkon shôjô, rokkon shôjô» [nota a pag.43]

2Il «Bon» è la festa buddista dei morti [da nota a pag, 10]

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