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Anna Laetitia Barbauld

 Anna Laetitia Barbauld, nata Aikin (1743–1825) fu un’importante poetessa romantica inglese, saggista e scrittrice per bambini. La sua carriera di scrittrice fu abbastanza brillante, in un periodo in cui le scrittrici donne erano rare. Stimata docente nell’accademia privata fondata con il marito Rochemont Barbauld, pastore protestante di origini ugonotte, fu un’innovativa scrittrice per l’infanzia e i suoi sussidiari stabilirono uno standard pedagogico per più di un secolo. I suoi saggi dimostrarono che anche le donne potevano impegnarsi pubblicamente in politica e fecero scuola. Ancor più importante, la sua poesia e i suoi scritti di critica letteraria gettarono le basi per lo sviluppo del movimento romantico nel suo paese, invitando i poeti ad abbandonare le loro stanze e a vagare nei campi (“to wander about the fields”) e a cantare il mondo naturale, come poi avrebbero effettivamente fatto grandi talenti come Wordsworth (I wander’d lonely as a cloud”) e Coleridge.

La sua carriera letteraria si interruppe bruscamente nel 1812 con la pubblicazione della poesia Eighteen Hundred and Eleven (“1811”) che condannava la partecipazione britannica alle guerre napoleoniche. Le feroci critiche ricevute la convinsero a non pubblicare più nulla per tutta la vita. Ancor più doloroso fu per lei il fatto che molti poeti romantici che aveva conosciuto e ispirato negli anni della Rivoluzione Francese le si fossero rivoltati contro, criticandola da posizioni conservatrici. A lungo dimenticata nel corso del XX secolo, la sua opera è stata rivalutata solo negli anni ’80, con il sorgere della critica letteraria femminista.

Anche il padre di Anna, John Aikin, era stato pastore protestante e illuminista e aveva fondato un’accademia privata che molto contribuì all’educazione, alla cultura e alle idee della figlia. Tra gli intellettuali che la Barbauld conobbe in quell’ambiente stimolante c’era il teologo e grande chimico Joseph Priestley (1733–1804), membro della Royal Society e scopritore dell’ossido di azoto, dell’anidride solforosa, dell’acido cloridrico, dell’ammoniaca e, soprattutto, dell’ossigeno, che ottenne nel 1774 riscaldando l’ossido rosso di mercurio. La scoperta di alcuni gas fu resa possibile da una nuova tecnica sperimentale ideata da Priestley stesso, consistente nel raccoglierli nel mercurio anziché nell’acqua, nella quale gas come l’acido cloridrico e l’ammoniaca si sciolgono, sfuggendo all’osservazione. I risultati degli studi sui gas furono raccolti in Experiments and Observations on different Kinds of Air (“Esperimenti e osservazioni sulle diverse specie di aria”; sei volumi tra il 1774 e il 1786), in cui Priestley osserva con ragione che la scienza potrebbe distruggere “l’illegittima e usurpata autorità” e che il governo ha “ragione a tremare anche di fronte a una pompa d’aria o a un apparato elettrico” (quanto è lungimirante questa osservazione oggi in Italia!). Egli tuttavia non accettò mai l’idea di abbandonare la teoria del flogisto e di introdurre una nuova nomenclatura chimica basata su elementi e composti, come suggeriva di fare Lavoisier.

Joseph Priestley

Nei suoi studi sull’aria, Priestley utilizzava una campana di vetro con la quale  effettuava diversi esperimenti. Spesso collocava sotto la campana una bacinella d’acqua e un topolino, con o senza una pianta. Notò così che, quando il topolino era da solo all’interno della campana, moriva molto prima rispetto a quando vi era anche la pianta. Questo condusse Priestley a concludere che la pianta produceva una sostanza che allungava la vita al topolino. Questa sostanza, che egli chiamò “aria deflogistizzata”, la quale era “cinque o sei volte migliore che l’aria comune per lo scopo della respirazione, dell’accensione e, ritengo, per ogni altro uso della comune aria atmosferica”,sarebbe poi stata chiamata ossigeno.

L’apparato di Priestley

Negli anni in cui Priestley frequentava l’accademia del padre, Anna Barbauld gli faceva spesso da assistente. Nell’estate del 1767 fu colpita con dolore dalla sofferenza degli animali da laboratorio utilizzati dal chimico quando venivano privati dell’aria per respirare. Animalista in anticipo sui tempi, decise allora di scrivere una poesia per dar voce a uno dei topolini del laboratorio e la infilò tra le sbarre della sua gabbia per farla trovare a Priestley il mattino successivo. La troviamo nella sua prima raccolta, pubblicata a Londra nel 1773, con il titolo The Mouse’s Petition to Dr Priestley, Found in the Trap where he had been Confined all Night (“La petizione del topo al dottor Priestley, trovata nella gabbia in cui è stato rinchiuso tutta la notte”):

OH ! hear a pensive captive’s prayer,
For liberty that sighs;
And never let thine heart be shut
Against the prisoner’s cries.

 For here forlorn and sad I sit,
Within the wiry Grate,
And tremble at th’ approaching Morn
Which brings impending fate.

If e’er thy breast with freedom glowed,
And spurn’d a tyrant’s chain,
Let not thy strong oppressive force
A free-born mouse detain.

Oh ! do not stain with guiltless blood
Thy hospitable hearth;
Nor triumph that thy wiles betray’d
A prize so little worth.

The scatter’d gleanings of a feast
My scanty meals supply;
But if thine unrelenting heart
That slender boon deny,

 The cheerful light, the Vital Air,
Are blessings widely given;
Let Nature’s commoners enjoy
The common gifts of Heaven.

 The well-taught philosophic mind
To all Compassion gives;
Casts round the world an Equal eye,
And feels for all that lives.

  If mind, as ancient sages taught,
A never dying flame,
Still shifts thro’ matter’s varying forms,
In every form the same,

Beware, lest in the worm you crush
A brother’s soul you find;
And tremble lest thy luckless hand
Dislodge a kindred mind.

 Or, if this transient gleam of day
Be all of life we share,
Let pity plead within thy breast,
That little all to spare.

So may thy hospitable board
With health and peace be crown’d ;
And every charm of heartfelt ease
Beneath thy roof be found.

So when unseen destruction lurks,
Which men like mice may share,
May some kind angel clear thy path,
And break the hidden snare.

La prima edizione

Oh! Ascolta la preghiera di un triste recluso
che si lamenta per la libertà;
e fa’ che il tuo cuore mai si chiuda
di fronte al pianto del prigioniero.

Perché qui desolato e triste siedo,
dentro la grata di metallo,
e tremo all’avvicinarsi del Giorno,
che porta l’incombente fato.

Se mai il tuo petto arse di libertà
e disprezzò la catena del tiranno,
che la tua forza oppressiva e dura
mai rinchiuda un topo nato libero.

Oh! Non macchiare di sangue innocente
il tuo cuore ospitale;
né che un trionfo con l’inganno tradisca
un premio di cui non val la pena.

Le sparse briciole di una festa
il mio magro pasto assicura,
ma se il tuo cuore implacabile
quella modesta benedizione rifiuta,

l’allegra luce, l’Aria Vitale,
sono benedizioni  ampiamente concesse;
lascia che i comuni figli della Natura
godano dei comuni doni del Paradiso.

La mente filosofica ben istruita
a tutto dona Compassione;
guarda il mondo con occhio giusto
e ha coscienza di tutto ciò che vive.

Se la mente, come spiegarono gli antichi saggi,
è una fiamma che mai si spegne,
passa attraverso le varie forme della materia,
in ogni forma la stessa,

stai attento, prima che nel verme che schiacci
trovi l’anima di un fratello
e trema perché la tua sfortunata mano
non scacci un’anima a te affine.

Oppure, se questo fugace barlume di giorno
è tutto ciò che della vita condividiamo,
lascia che la pietà implori il tuo cuore
quel piccolo tutto di risparmiare.

Così, che la tua tavola ospitale
sia coronata di pace e salute,
e ogni grazia di agio sincero
si possa trovare sotto il tuo tetto.

Così quando l’imprevista sventura si apposta,
e gli uomini come i topi minaccia,
che qualche angelo gentile ti illumini il cammino
e riveli l’insidia celata.

L’idea che gli animali e tutte le forme di vita hanno il diritto ai “comuni doni del Paradiso” rappresenta il preannuncio dell’intero movimento ambientalista e delle questioni che esso oggi pone alla scienza e all’industria. Secondo me poteva nascere solo dal buonsenso di una donna. Se Schroedinger fosse stato una fisica, il gatto ideale del suo paradosso forse non sarebbe mai entrato in quella scatola.