Rue des Carrières di Alessandro Zaffini (ora ventiquattrenne ; con questa poesia ha vinto un concorso di poesia per giovani a Savignano sul Rubicone, Premio R. Cantone, 2009)
pubblicato da Narda Fattori

Nonno Zaffini

 

Rue des carrières

Ci siam presi un’altra guerra, troppo stanchi
per parlare, ci siam presi e terra terra
siam partiti via dal mare.
Quattro stracci tra i bagagli, via da campi e da città,
con un treno verso nord che non sai dove fermerà.

Siamo scesi in una terra dove il cielo
fa più male, con le nuvole già gonfie
di ogni pianto da versare.
Qualche bocca da sfamare e un sogno di libertà,
ci hanno dato due baracche per sistemarci là.

Poi fu il grigio di ogni casa a disegnare
ogni sentiero, fu la gente e le montagne
di carbone nero.
Ci siam visti tutti quanti nell’abisso un po’ più in là,
ci siam visti tante facce, tutte nere a Charleroi.

Siamo stati nei sobborghi per le strade
giù in discesa, pozzi d’alcool, bimbi e mamme,
sotto cenere distesa.
Meritarti la tua notte mentre il sole è alto già,
questa notte la miniera chissà chi altro inghiottirà.

Tanti han fatto tanta strada per trovarsi
ancora lì, tanti han visto già un sorriso
tra famiglie nate qui.
Brinderemo tutti insieme a chi domani ci sarà,
a chi è andato e al fiato corto che prima o poi ci tradirà

Puoi gettare via il bicchiere, tanto sai
che tornerà, puoi insultare il macchinario,
il grande mostro giù in città.
Puoi narrare ai corvi un sogno, un istante da bohémien
e poi chiudere le mani sui cancelli a Marcinelle.

Hanno scritto il tuo domani in rue des Carrières…

I primi versi di questa poesia sono nati nell’estate del 2008, dopo un viaggio con la famiglia in Vallonia per far visita a un parente malato. In quell’occasione ho conosciuto alcuni luoghi di cui avevo sempre sentito parlare, come la casa in rue des carrières, dove mio padre ha passato l’infanzia, e i tristemente famosi cancelli di Marcinelle.
Gli Zaffini erano emigrati in Belgio molto tempo prima, per poi far ritorno in Italia negli anni ’70. Mio nonno era un ometto mansueto, che parlava e si muoveva piano, e quando ero bambino capitava che dovesse badarmi. Spesso giocavamo insieme, ma quando mi ammalavo e dovevo starmene a letto, lui rimaneva nella stanza e mi raccontava del suo passato, a volte anche del lavoro in miniera. Ripensandoci adesso, la cosa che più mi stupisce è la nostalgia appena leggibile nel suo tono di voce. Non avrebbero dovuto essere ricordi piacevoli, ma lui parlava quasi trasognato di come si scendeva nel ‘pozzo’, di come si usciva tutti neri di carbone, di come alla fine si faceva la doccia. Anche mio padre racconta ancora oggi alcuni episodi della vita del nonno, ma in tutt’altra maniera, ponendo l’accento sulla fatica, sul pericolo, sull’enorme sacrificio; è consapevole di come là sotto si rischiasse costantemente la vita, e il peso delle parole che pronuncia sembrano schiacciare lui più di chi nel pozzo ci scendeva tutti i giorni.
Mio nonno è stato fortunato, dopotutto, perché diversamente da molti suoi ‘colleghi’ è stato stroncato dalla silicosi in tarda età. Ho sempre pensato che il lavoro in miniera dovesse segnare in modo indelebile non solo la salute, ma anche il carattere della persona, un po’ come succede per i reduci di guerra; lui invece sembrava ne fosse uscito indenne, e addirittura dava l’impressione di rimpiangere quei tempi. Ma ero ancora bambino ed è normale che vedessi solo una parte della realtà.
Un episodio che in questo senso costituisce un’eccezione lo conservo ancora nella memoria: ero a letto con la febbre, mio nonno stava seduto su una seggiola di fianco a me e gli avevo chiesto di raccontarmi una storia. Speravo che mi narrasse chissà quale avventura fantastica, e rimasi stupito quando iniziò a parlarmi della miniera.
Mi disse che una sera era arrivato un ragazzo spagnolo, un immigrato come lui e quasi tutti gli altri suoi compagni. Avrà avuto sì e no vent’anni, ed era il suo primo giorno di lavoro. L’idea di inoltrarsi nel ventre della terra terrorizzava il giovane, così aveva cercato di rassicurarlo. Una volta scesi gli aveva fatto strada perché non si perdesse, ma a un certo punto lo spagnolo era passato avanti, forse per qualche strana paura o forse perché non voleva mostrarsi insicuro. In quel tratto cadeva una polverina bianca dal soffitto, e mio nonno aveva fatto appena in tempo a fermarsi per vedere il crollo colpire il ragazzo alla nuca. In un secondo il suo cadavere era sparito sotto le pietre.
Mio nonno non fu soltanto testimone dell’incidente, ma venne anche lui travolto dal cedimento, restando intrappolato con le gambe sotto i detriti. Lo tirarono fuori e rimase a lungo in ospedale prima di riprendersi. Ma questo me lo raccontò mio padre, molti anni dopo.
Alessandro Zaffini

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