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ὅταν βλέπω σε, προσκυνῶ, καὶ τους λόγους.
τῆς παρθένου τὸν οἶκον ἀστρῷον βλέπων
εἰς οὐρανὸν γάρ ἐστι σοῦ τὰ πράγματα,
Yπατία σεμνή, τῶν λόγων εὐμορφία,
ἄχραντον ἄστρον τῆς σοφῆς παιδεύσεως.

Quando ti vedo mi prostro davanti a te e al tuo verbo,
Vedendo la casa astrale della Vergine,
Infatti, verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza del verbo,
Astro incontaminato della sapiente cultura.

Pallada, Antologia Palatina, IX, 400

 

Prima Parte

di Daniela Assunta Zini

Vi sono creature che mi fanno credere che l’anima esista.
Il mio intervento di questa sera si incentra su Ipazia.
Perché Ipazia?

La sua vita, molto più della sua opera, mi dà il senso della perfezione. Vi è qualcosa di più raro dell’abilità, del talento, dello stesso genio: la nobiltà dell’anima. Se Ipazia non avesse scritto nulla, non per questo la sua personalità sarebbe stata meno grande. Solo che molti di noi non lo avrebbero saputo.
Il mondo è, così, fatto… le più rare virtù di un essere debbono restare, sempre, il segreto di qualche altro.
Certi sogni teosofici, simili a quelle strane visioni, ma benevole, che si hanno chiudendo gli occhi nel momento di addormentarsi, vennero, forse, sul tramonto anche a consolarla. La vita terrena, che tanto aveva amato, non era per lei se non il lato visibile della vita eterna. Senza dubbio, accettò la morte, come una notte più profonda delle altre, cui doveva seguire un più limpido mattino.
Vorrei credere che non si sia ingannata.
Vorrei credere che la dissoluzione della tomba non arresti uno sviluppo così raro.
Vorrei credere che la morte, per questa anima, non sia che un gradino superiore.
Vorrei dimenticare la mia saggezza e le mie ragioni, non chiedere più niente, cessare ogni volere e accogliere, sorridendo, le rose che la sua mano lascerà cadere sulle mie ginocchia.
Vorrei, lungi da ogni sforzo, non essere se non chi riceve l’onda di infinito e inoltrarmi sulle strade fortuite, spinta dal solo soffio delle voci interiori.
Questo risponde, spero, alla domanda:
“Perché Ipazia?”
Ipazia è l’Eroina ideale.
Aveva carisma, morì orribilmente, fu al centro di un gioco complicato di tensioni politiche e religiose e – attestato più importante per lo status di Eroina – noi sappiamo molto poco di lei, in modo chiaro e certo. Una stella che brilla, certamente, ma vista attraverso le brume del tempo e dell’oblio. Le nostre incertezze mi inducono a trarre dal nulla una donna sepolta da sedici secoli.
Alcuni esseri hanno un destino esemplare, talvolta, tragico, che li pone al di sopra della condizione umana. Le loro azioni, i loro ideali, le loro prese di posizione, simboleggiano, allora, la assoluta superiorità del pensiero sul sedimento del quotidiano. Ipazia, come scrive Blaise Pascal (1623-1662), “ultimo fiore meraviglioso della gentilezza e della scienza ellenica”, si situa nel Pantheon di queste creature eccezionali.
Senza dubbio conoscete il suo nome e, almeno nelle grandi linee, la sua storia: matematica e filosofa della fine del IV secolo, figlia di Teone, donna pagana, che visse ad Alessandria, nel momento in cui l’impero romano passava dalla tolleranza all’imposizione del Cristianesimo, insegnante carismatica, devota ai pagani quanto ai cristiani, vittima di un assassinio orribile.
Abbiamo, dunque, in Ipazia, tutti gli elementi ideali per una storia avvincente: vi è il fatto esotico, nell’antichità, di una donna matematica e filosofa; vi è il suo carisma innegabile; vi è l’elemento erotico, fornito dalla sua bellezza e dalla sua verginità; vi è il gioco imprevedibile delle forze politiche e religiose in una città, che ha, sempre, conosciuto la violenza; vi è la crudeltà straordinaria del suo assassinio e la nostra mancanza di informazioni chiare e precise su di lei, che permette ai fabbricanti di leggende di riempire le lacune, come vogliono. E, sullo sfondo, il sentimento profondo di un cambiamento inesorabile di un’era storica.
Scartando tutto ciò che è solo involucro, apparenza, superficie, vorrei giungere subito al cuore di questa rosa, al fondo di questo dolce calice. Le rappresentazioni più stupefacenti non sostituiscono i morti, non offrono se non un’immagine sbiadita. Ispirati alla realtà, i suoi ritratti restano a lei inferiori, non sono che le ceneri di un fuoco meraviglioso. A coloro che tutto ignorano di lei, io vorrei, questa sera, far sentire il soave calore di queste ceneri.
Ho omesso di dire della grande bellezza di questa donna, che ha attraversato i secoli da solitaria altera, a volte distante, spesso benevola, e che ha saputo raggiungere una sorta di serenità, senza lasciarsi mai conquistare dall’indifferenza, avida di preservarsi, fino alla fine, dai piaceri della vita quotidiana, dalla sorveglianza intellettuale, dagli stordimenti amorosi.
Era iniquo lasciare senza voce la creatura fin qui, così dettagliatamente, descritta!
Per rivelare, sotto la stratificazione degli interessi politici, ideologici e religiosi, la figura di Ipazia, dovrò superare le brume allettanti di una leggenda costruita sul filo dei secoli, leggenda alla quale razionalisti, romantici e positivisti hanno apportato un contributo, sovente appassionato.
Da Voltaire (1694-1778), che la consegna “vittima innocente di un Cristianesimo nascente”, fanatico e predatore, a Charles Marie Lecomte de Lisle (1818-1894), che riconosce in lei “l’alito di Platone e il corpo di Afrodite”, passando attraverso le femministe contemporanee, che ne fecero l’archetipo della donna abbattuta dalla società misogina, scomporrò, pazientemente, gli enunciati dominanti, un pò riduttivi, per rivelare una realtà ben più complessa.
Attenendomi essenzialmente a quattro fonti:
l’Epistolario di Sinesio di Cirene (370-413),
la Storia ecclesiastica di Socrate lo scolastico (380 ca.-440 ca.),
la Vita di Isidoro di Damascio il diadoco (458 ca.-538),
la Cronaca di Giovanni di Nikiu,
ricomporrò, scrupolosamente, il contesto politico-religioso, un po’ offuscato di questo IV secolo, che associa, secondo l’espressione di Claude Lepelley, “una rottura radicale e una stupefacente continuità”.
Nell’impero romano del IV secolo il problema non viene dall’introduzione di una religione di Stato, che è sempre esistita, a Roma, dove la nozione di separazione tra religione e Stato non ha senso, ma dalla non-separazione della religione individuale dell’imperatore con la religione di Stato e dalla necessità fatta al cittadino, per esistere come parte beneficiaria di una società, di praticare la religione comune, anche nella sfera privata. Poiché la religione ufficiale pagana è, in qualche sorta, la messa in forma nell’ordine del cosmo del potere umano, parte dagli uomini per raggiungere gli Dei e si limita, almeno in termini di potere, a una sfera pubblica ristretta. Allorché il cristianesimo è sentito, al contrario, come la messa in forma sulla terra del potere divino, partendo da Dio e rivelato agli uomini, si afferma come verità unica, fonte del potere dell’imperatore e deve, a questo titolo, essere universale. Là ove il paganesimo lotta contro i cristiani, perché appaiono suscettibili di distruggere l’ordine sociale e il potere politico con le loro idee, il cristianesimo vuole imporsi ai pagani, perché la loro stessa esistenza in un impero cristianizzato sembra compromettere un potere che viene da Dio, negando la fonte di questo potere. È il pericolo, ancora attuale, mi sembra, di ogni governo legato a una religione monoteista, la necessità ideologica di imporsi a tutti come sola via possibile e di legare il suo modo di azione e di legislazione a un pensiero che, in quanto verità rivelata, non può sopportare la contraddizione umana. Là, ove un governo laico è una polifonia, un governo religioso non può ammettere che una sola voce o suppone, almeno, un coro abbastanza forte per coprire le note dissonanti. Per filare questa metafora musicale, dirò che il IV secolo è un periodo dove si forma ufficialmente questo coro diretto da un capo cristiano, in cui tutti i livelli di voce si uniscono per cantare, con sempre maggiore sicurezza, e le divergenze finiscono o per fondersi nell’armonia generale o per essere soffocate dal canto collettivo.
Il cristianesimo, che cessa di essere perseguitato con l’editto di Costantino, nel 313, divenendo religione di Stato, con l’editto di Teodosio I, nel 380, inizia, a sua volta, a perseguitare, nel 392, quando sono distrutti i templi greci e bruciati i libri pagani.
“Nessuna bestia feroce”,
scrive Ammiano Marcellino (330 ca.-391 ca.),
“è così accanita contro l’uomo quanto lo sono la maggior parte dei cristiani gli uni contro gli altri.”
In ottanta anni, i cristiani sono riusciti a impadronirsi del vertice dell’impero romano e si sono trasformati in accaniti persecutori dei fedeli di quella religione, i cui valori hanno dato vita alla grandezza di Roma e dell’impero.
Cinque anni dopo il sacco di Roma (24 agosto 410), mentre l’impero crolla, l’Egitto vive gli ultimi fuochi del paganesimo antico.
La città è sotto il giogo di Cirillo di Alessandria (370-444), nipote del vescovo Teofilo (…-412), che è divenuto vescovo, nel 412, alla morte dello zio, e lo resta per trentadue anni.
Uno Stato nello Stato.
Secondo lo storico Socrate lo scolastico, Cirillo ha acquistato “molto più potere di quanto ne avesse avuto il suo predecessore” e il suo episcopato va “oltre i limiti delle sue funzioni sacerdotali”.
Si passa sotto altri cieli, dove regna un Dio geloso.
Come afferma Sant’Ambrogio (339/340-397), vescovo di Milano, che tanto impressiona Sant’Agostino (354-430), in questa fine del IV secolo:
“Reverentiam primo ecclesiae catholicae deinde etiam et legibus.”
“Si deve il rispetto innanzitutto alla Chiesa cattolica e, poi, solo alle leggi.”
Il mondo delle idee è messo sotto tutela e il dogma si impone, trasformando la filosofia in serva della religione.
Il mito divora il logos, la favola la ragione.
La religione a piani che caratterizzava il mondo antico – i miti, i culti civici e la mistica intellettualizzata dei filosofi, una élite –, permetteva una economia relativamente serena del problema divino.
I fedeli dell’antica religione non hanno più né templi, né clero, né statue, né riti.
Rimane loro lo spazio della scienza e della filosofia.
È l’inizio dell’antipaganesimo aggressivo che provocherà, più tardi, l’incendio della grande biblioteca di Alessandria.
La libertà di interpretazione, il libero gioco della ricerca intellettuale non avranno più corso.
In questa atmosfera tesa si erge Ipazia la vergine dei pagani e, se si crede a Socrate lo scolastico e a Damascio il diadoco, l’ultimo bastione del paganesimo.