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( emigranti italiani sbarcano a Ellis Island )

Canto V

A volte piombo dentro me stesso, come venendo da te,
e mi raccolgo in una tristezza immobile,
come una bandiera che ha dimenticato il vento.
Sui miei sensi passano angeli del crepuscolo
E lenti m’imprigionano i cerchi notturni.
Veniamo dalla notte e nella notte andiamo.
Ascolta. Io t’invoco da un orologio di pietra,
dove cadono le ombre, e dove il silenzio cade.

CantoVII

Il tuo villaggio sulla collina tondeggiante odorosa di grano,
di fronte al mare con pescatori all’aurora,
innalzava torri e ulivi argentati.
Scendevano per il prato i mandorli della primavera,
il contadino qual giovane profeta
e la pastorella col viso incorniciato dal fazzoletto.
E dal mare saliva la donna con la cesta di alici fresche.
Era una povertà allegra sotto l’azzurro eterno:
i ragazzini che vendevano ciliegie nelle piazzuole,
le ragazzine attorno alle fontane
rumoreggianti per la brezza mossa dai castagni,
la penombra ferita dalle scintille del fabbro,
le canzonette del falegname,
i robusti scarponi chiodati,
i vicoli dai ciottoli consumati
dove deambulano ombre del purgatorio.
Il tuo villaggio era deserto sotto la luce del giorno,
con i vetusti noci dall’ombra taciturna
accanto al ciliegio, all’olmo e al fico.
Sui muri di pietra le ore trattenevano
i segreti riflessi vespertini,
mentre i flauti del ponente s’accostavano all’anima.
Tra i tetti e il sole volavano i colombi.
Tra l’essere e l’autunno passava la tristezza.
Il tuo villaggio era  solitario come nella luce d’una favola,
con i suoi ponti, gli zingari, i falò nelle notti
di silenti nevicate.
Le stelle ammiccavano dall’azzurro sereno,
e al focolare domestico, circondato di leggende,
si succedevano i natali,
con pane e miele e vino,
con forti montanari, caprai e legnaioli.
Il tuo villaggio s’accostava ai cori del cielo,
le sue campane s’effondevano verso la solitudine,
dove i pini gemono al gelido vento,
e il treno distante fischiava, presso i tunnel,
nei pascoli di bufali,
in prossimità dei paesi odorosi di frutta, dei porti,
mentre il mare specchiava fulgori lunari,
oltre i mandolini,
dove scompaiono gli uccelli migratori.
E il mondo palpitava nel tuo cuore.
Tu provenivi da una collina della Bibbia,
dalle pecore, dalle vendemmie,
padre mio, padre del grano, padre della povertà.
E della mia poesia.
**

Vicente Gerbasi nasce a Canoabo, un piccolo villaggio dello Stato di Carabobo nella zona centrale del nord del Venezuela, nel 1913; suo padre era un immigrante italiano proveniente da Vibonati, nel Golfo di Policastro. Sia il piccolo villaggio venezuelano che gli ha dato i natali, sia la figura del padre “l’immigrante”, ritorneranno molto spesso, e sempre “meravigliosamente riflessi”, nei suoi componimenti poetici. Ma anche Firenze, dove suo padre lo aveva mandato a studiare nel 1925, e la Toscana, avranno un’influenza non secondaria nel suo nostalgico immaginario. Nel 1935, in seguito alla morte del dittatore Juan Vicente Gòmez, all’interno del mondo culturale e letterario venezuelano rinascono la speranza e la fiducia in un destino e in un mondo migliori e si accentua il bisogno di aprirsi verso l’esterno e di inserirsi nei nuovi movimenti estetici che fremono sia nel Vecchio che nel Nuovo continente. E’ così che nasce il “Gruppo Viernes”, formato in gran parte da giovani poeti, tra i quali figura appunto Vicente Gerbasi, come uno dei più attivi animatori. Sorge quindi una specie di laboratorio internazionale della letteratura nella Caracas che finalmente rinasce dopo gli orrori della dittatura.

Nasce la rivista “Viernes” che rappresenterà una vera e propria ventata di innovazione rispetto alla tradizione poetica venezuelana, ancora molto legata agli epigoni del Romanticismo e del Modernismo.

Non a caso in uno dei passi del “manifesto” pubblicato sul primo numero della rivista si legge che “Viernes è un gruppo senza limitazioni. E questa rivista “Viernes” è una rivista che propone poesie e si espone […] e mentre in altri paesi si insiste ancora nel proporre lo scontro tra le generazioni, noi, che abbiamo fretta di uscire dalla risacca risolviamo il problema così : da un salotto letterario – Viernes – cordiale, ma insignificante, abbiamo fatto un “gruppo” che agisce sulla cultura. Che si identifica con la rosa dei venti. Tutte le direzioni. Tutti i voli. Tutte le forme.”

In questo senso Viernes rivolge la sua attenzione e la sua ricerca verso i poeti spagnoli della Generazione del ’27, verso i cileni Vicente Huidobro, Pablo Neruda e Rosamel del Valle, così come verso gli argentini, gli uruguaiani, i cubani e i surrealisti europei.

Vicente Gerbasi pubblica il suo primo libro di poesie, Vigilia del naufragio nel 1937.

A questa silloge faranno seguito Bosque doliente nel 1940 e Liras nel 1943.

Ma è con il lungo poema Mi padre, el immigrante del 1945, che Gerbasi raggiunge la maturità e la statura poetica di grande respiro che lo caratterizzerà quale maestro delle future generazioni che con lui e con quel magistrale libro dovranno misurarsi e confrontarsi.

( Luca Rosi )

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