LE POETESSE D’ITALIA: Ada Negri 1870-1945

 

 

 

Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d’anno in anno da te attesi, o vita,
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto) non venne: ancor non venne.

 

 

 

Ada Negri nasce a Lodi il 3 febbraio del 1870 da Giuseppe e Vittoria Cornalba. Il parto avviene nella casa della nonna materna, la portineria di un palazzo signorile in via Porta Cremonese dove quest’ultima svolgeva il ruolo di custode. Il padre di Ada fa il vetturino a Milano, dove la famiglia risiede, ma è vittima del vizio di bere e muore quando lei ha appena compiuto un anno. Rimasta vedova, Vittoria si trasferisce definitivamente dalla madre con i due figli, il primogenito Annibale, che verrà adottato dallo zio materno, e la piccola Ada. Trova lavoro in una filanda e con grandi sacrifici riesce a mantenere la figlia a scuola fino al diploma, ottenuto nel 1887 con il massimo dei voti. Nel 1888 Ada ottiene un posto di insegnante a Motta Visconti e inizia a scrivere le prime poesie che vengono pubblicate da L’Illustrazione italiana. Nel 1892 l’editore Treves accetta di pubblicare il suo primo libro, Fatalità, che ottiene un certo successo, tanto che il ministro Zanardelli firma un decreto con il quale la abilita ad insegnare in una scuola superiore di Milano. Tre anni dopo, sempre con l’editore Treves, pubblica Tempeste, che viene tradotto in francese e in tedesco. Intanto conosce Giovanni Garlanda, che sposa e con il quale inizia a condurre una vita agiata. Nel 1898 nasce la figlia Bianca, due anni dopo una seconda bambina che sopravvive soltanto un mese. A Milano, dove la famiglia si trasferisce, Ada frequenta gli amici dell’ambiente letterario e ciò provoca l’irritazione del marito che non approva le sue scelte. I contrasti si fanno sempre più frequenti e infine, nel 1913, i due si separano. Dopo la morte della madre e il matrimonio della figlia, Ada Negri vive una stagione di solitudine ma di grande prolificità artistica e di riconoscimenti pubblici: pubblica due volumi di poesia e tre di prosa, le viene conferito il premio Mussolini, che riceve in Campidoglio alla presenza dei sovrani Vittorio Emanuele III e della regina Elena del Montenegro, e infine, nel 1940, ottiene, prima donna, il titolo di Accademica d’Italia. Muore la notte fra il 10 e l’11 gennaio del 1945 fra le braccia della figlia.

INTIMISMO E SOCIALITA’ NELLA POESIA DI ADA NEGRI

Nella Storia della Letteratura Italiana del primo Novecento Giacinto Spagnoletti riassume in quindici righe la vicenda letteraria di Ada Negri. Invero, anche se la sua opera è oggi quasi caduta nel dimenticatoio, non possiamo ignorare che la sua vicenda letteraria toccò le corde della sensibilità del tempo ed ebbe benevola accoglienza sia negli ambienti accademici che nel pubblico meno avvertito. Fu apprezzata da Mussolini, da Carducci, dalle principesse di Casa Savoia; collaborò con Margherita Sarfatti e con Anna Kuliscioff nel periodo in cui fu in contatto con i membri del Partito Socialista Italiano. La sua figura segnò in una qualche modo la scena letteraria italiana ponendo all’attenzione la scrittura femminile.

Il nucleo sociale dentro al quale si muovono la sua infanzia e la sua prima giovinezza è quello del proletariato. Da questo mondo di umili lavoratori la Negri riesce ad evadere prima attraverso lo studio e l’insegnamento e in seguito contraendo matrimonio con un piccolo industriale tessile. Ma nonostante il desiderio di revanche sociale, l’estrazione operaia resta in lei un punto fermo. Ed infatti la sua prima raccolta di poesie, Fatalità, pone l’accento sul tema della condizione operaia e della sofferenza che ne deriva. L’impronta di istanza sociale e umanitaria caratterizza la sua posizione, ma l’anelito soffuso nella sua poesia non si rivela elemento di forza atto a sostenere una lotta contro la borghesia, assume piuttosto valore di religione: l’ottica della poetessa vede il proletariato segnato da una necessaria “sventura”, che lo distanzia  dalla borghesia e nella quale si configura la sofferenza dello strato operaio che guadagna statura proprio in virtù dell’impossibilità a vincere questo squilibrio. In questo senso le poesie di Fatalità lasciano trasparire una sottile vena di astio, un desiderio di orgoglioso riscatto attraverso la scrittura che le fa scrivere: Io non ho nome. – Io son la rozza figlia / dell’umida stamberga; / plebe triste e dannata è la mia famiglia, / ma un’indomita fiamma in me s’alberga.

Se sotto il profilo della realizzazione femminile la posizione della Negri rivela un atteggiamento di immobilismo, interessante è invece il tentativo di scardinare i vecchi schemi che relegavano la donna ad un ruolo esclusivamente familiare, precludendole l’area dell’interesse sociale. In questa prospettiva la poetessa incunea la propria volontà di esprimersi come universo donna.

La sua produzione successiva si organizzerà attorno a nuclei diversi e si accentrerà soprattutto sulla propria essenza femminile di cui metterà in evidenza il fremito che ne sommuove le forze. In lei scatterà una forma di esaltazione per la propria condizione di donna che, oltrepassate le leggi delle ipocrite convenzioni, riscatta il proprio ruolo seguendo gli istinti dell’anima. Spezzato il vincolo matrimoniale e risolto il compito della maternità, la poetessa interrompe la parabola moglie-madre e si avvia ad esprimere il senso cosmico del rapporto uomo-donna. Il gesto di rottura reca uno scotto doloroso che l’anima percepisce e paga, ma il bisogno di sincerità attutisce l’attrito. La donna avverte le tempeste che da sotterranei strati smuovono l’aspirazione alla necessità vitale di esprimere se stessa. I temi intimistici racchiudono il sentimento di un rapporto panico con le cose e con l’universo, l’Essere coglie la stretta colleganza che intercorre fra la propria interiorità ed il Cosmo. Il registro passionale e il taglio  risentito, fino a quel punto poco esercitato dalla scrittura femminile, danno alla sua produzione un risvolto di novità rispetto alle poetesse coeve. Pur immersa in un momento letterario impregnato dell’estetica dannunziana e legata ad una certa forma di esaltazione romantica, Ada Negri afferma la presenza di un mondo femminile che emerge sulla limitazione alla piena realizzazione di sè.

In una pagina di critica pubblicata in Poesia, Guido Piovene scrisse di Ada Negri: “La sua attività letteraria ebbe tre fasi: una arruffata, così detta rivoluzionaria, della sua giovinezza; una intermedia, passionale senza essere più sociale; l’ultima, meditativa, nella quale raggiunse decoro e dignità di scrittrice.

OPERE

Fatalità, liriche , Milano, Treves,1892

Tempeste, liriche, Milano, Treves, 1895

Maternità, liriche, Milano, Treves, 1904

Dal profondo, liriche ,Milano, Treves, 1910

Esilio, liriche, Milano, Treves, 1914

Le solitarie, novelle,Milano Treves, 1917

Orazioni, Milano, Treves, 1918

Il libro di Mara, liriche, Milano, Treves, 1919

Stella mattutina, romanzo autobiografico,Milano, Mondadori, 1921

Finestre alte, novelle, Milano, Mondadori,1923

I canti dell’isola, liriche, Milano, Mondadori,1925

Le strade, prose varie, Milano, Mondadori, 1926

Le sorelle, novelle, Milano, Mondadori, 1929

Vespertina, liriche, Milano, Mondadori, 1931

Di giorno in giorno, prose varie, Milano, Mondadori, 1932

Il dono, liriche , Milano, Mondadori ,1936

Erba sul sagrato, prose varie, Milano, Mondadori , 1939

Fons amoris, liriche (postumo), Milano, Mondadori, 1946

Oltre, prose novelle (postumo) ,Milano, Mondadori, 1947

Le cartoline della nonna, postumo, Firenze, Giunti-Nardini, 1973

Nella collana Mondadoriana “I classici contemporanei italiani” sono uscite, in un unico volume, tutte le poesie a cura della figlia della poetessa, Bianca Scalfi, e di Egidio Bianchetti, (1^ edizione 1948, 2^ edizione 1956). Presso la stessa casa editrice, sono state pubblicate, pure in un solo volume ed a cura dei medesimi revisori, tutte le prose ( 1954).

POESIE

Sfida (dalla raccolta “Fatalità”)

O grasso mondo di borghesi astuti di calcoli nudrito e di polpette,

mondo di milionari ben pasciuti e di bimbe civette;

o mondo di clorotiche donnine che vanno a messa per guardar

l’amante, o mondo d’adulterii e di rapine e di speranze infrante;

e sei tu dunque, tu, mondo bugiardo, che vuoi celarmi il sol

degl’ideali, e sei tu dunque, tu, pigmeo codardo, che vuoi tapparmi l’ali?…

Tu strisci, io volo; tu sbadigli, io canto: tu menti e pungi e mordi, io ti

disprezzo: dell’estro arride a me l’aurato incanto, tu affondi nel lezzo.

O grasso mondo d’oche e serpenti, mondo vigliacco, che tu sia

dannato! Fiso lo sguardo negli astri fulgenti, io movo contro al fato:

sitibonda di luce, inerme e sola, movo -e più tu resti, scettico e

gretto, più d’amor la fatidica parola mi prorompe dal petto!…

va, grasso mondo, va per l’aer perso di prostitute e di denari in

traccia: io, con la frusta del bollente verso, ti sferzo in su la faccia.
IL DONO

Il dono eccelso che di giorno in giorno
e d’anno in anno da te attesi, o vita,
(e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
anche il pianto) non venne: ancor non venne.
Ad ogni alba che spunta io dico: – E’ oggi: –
ad ogni giorno che tramonta io dico:
– Sarà domani.- Scorre intanto il fiume
del mio sangue vermiglio alla sua foce:
e forse il dono che puoi darmi, il solo
che valga, o vita, è questo sangue: questo
fluir segreto nelle vene, e battere
dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
unicamente perché sei la vita

FINE

La rosa bianca, sola in una coppa
di vetro, nel silenzio si di sfoglia
e non sa di morire e anch’io la guardo
morire. Un dopo l’altro si distaccano
i petali; ma intatti: immacolati:
un presso l’altro con un tocco lieve
posano, e stanno: attenti, se un prodigio
li risollevi e li ridoni, ancora
vivi, candidi ancora, al gambo spoglio.
Tal mi sento cader sul cuore i giorni
del mio tempo fugace: intatti; e il cuore
vorrebbe, ma non può, comporli in una
rosa novella, su più alto stelo.

LA STIRPE

In questo giorno e in questo mese, nella
stagion mia piena, figlia, a me venisti
com’io, molt’anni innanzi, alla mia madre.
E se m’affondo nelle lontananze
del tempo, ascolto le scomparse donne
del ceppo nostro gemere al travaglio
dei parti, sempre con lo stesso grido
di carne: odo vagir le creature
create, sempre con lo stesso pianto.
E d’anello in anello si rannoda
fra l’ombre del passato la catena
dell’esistenze; e tu già cerchi il segno
del futuro nel riso adolescente
di Donata occhi d’ambra e nella ferma
fronte di Giudo occhi di smalto nero.
Vive eravamo entro l’inconscie forze
di colei che fu prima nella nostra
solida stirpe: vive pur saremo
nell’ultima, sin ch’ella avrà respiro.
Il nostro esister breve, in questa forma
ch’è tua, ch’è mia, che sparirà, non vale
se non pel filo che ne allaccia a vite
già conchiuse, ed a quelle che il domani
succedersi vedrà, l’una dall’altra
generate. O mia sola, o tante e tante
mie creature! O discendenza, giorno
senza tramonto! Così volge un fiume
con l’onde sue sempre le stesse, sempre
novelle, in corso ampio e perenne, al mare

IMPOSSIBILITA’

Un gemere di bimbo, nella notte.
Lungo, flebile, stanco. Donde venga
non so. Ma soffro: inutilmente soffro
di non sapere: di non poter nulla
per quel bimbo che piange. A che siam vivi,
se di tanto dolor che ne circonda
sì lieve parte, e sol quella che gli occhi
vedon, le mani toccano, ci è dato
consolare? Lamento senza viso
che giunge a me, ferendo l’ombra: quanti
che non udii, che non udrò, per tutta
la terra, ovunque sia carne che nasce,
che tribola, che muore -ovunque sia
cuore che duole, lagrima che sgorga,
uom contro uomo, sangue contro sangue.
Così diverso, delle umane stirpi
il costume, il linguaggio; e pur lo stesso
lagno trema sul labbro a ciascun bimbo
che lo stesso travaglio offre la vita:
l’uguale estremo rantolo s’agghiaccia
entro la gola di ciascun che spira.
Oh, per la vita e per la morte, pena
de’ miei fratelli, perché mai non posso
tutta affrontarti, tutta penetrarti,
tutta lenirti? Se ad amor sì vasto
l’anima è pronta, perché mai sì breve
il mio passaggio in terra, e sordo il muro
che m’imprigiona?

O sconosciuto, ignaro
del dolor che mi dai: questo mio male
ch’è più intenso del tuo, questo soffrire
umile e vano innanzi a te m’assolve

Fiorita di Marzo

La fioritura vostra è troppo breve,
o rosei peschi, o gracili albicocchi
nudi sotto i bei petali di neve.
Troppo rapido il passo con cui tocchi
il suolo, e al tuo passar l’erba germoglia,
o Primavera, o gioia de’ miei occhi.
Mentre io contemplo, ferma sulla soglia
dell’orto, il pio miracolo dei fiori
sbocciati sulle rame senza foglia,
essi, ne’ loro tenui colori,
tremano già del vento alla carezza,
volan per l’aria densa di languori;
e se ne va così la tua bellezza,
come una nube, e come un sogno muori,
o fiorita di Marzo, o Giovinezza…

La Madonna del Fascio (1)

La Madonna del Fascio

Fu composta in Portogallo;

Il suo autore or qui tralascio,

che la diede, senza fallo

nel lontano Ventisette,

in omaggio a Mussolini;

Questi, allora, la cedette,

per proteggere i bambini,

all’Asilo intitolato

a sua madre; e le suore,

in quel luogo consacrato,

custodiron con amore

quella bella Madonnina;

senonché dei partigiani

ne volevan la rovina

per il Fascio tra le mani

di leggiadri angioletti,

che alla Vergine recando,

nel fervore degli affetti,

pure il Fascio, van danzando.

Una suora coraggiosa
Intraprese con ardore

Un’azione vittoriosa

Con l’aiuto del Signore;

e, placati quei furori,

ai sacrileghi si oppose:

coprì il Fascio con dei fiori,

con un fascio pien di rose.

Or l’Asilo a santa Rosa

A Predappio è dedicato;

e l’effigie in ogni cosa

molte grazie ha procurato.

(1) Questa poesia fu scritta da Ada Negri in omaggio a Mussolini nel periodo in cui la poetessa aderì alla fede fascista e intrattenne relazioni con gli esponenti del Ministero della Cultura Popolare. Poesia d’occasione, dal registro cantinelante ed espressa in una forma ingenua, in aperto omaggio al Duce. Narra un episodio avvenuto al convento delle Orsoline di  Predappio dove era alloggiata una composizione in maiolica portoghese raffigurante una Madonna che riceveva in omaggio da due angeli un Fascio Littorio. Con l’arrivo dei partigiani le suore temettero che questi si avventassero sull’immagine per distruggerla, così una delle consorelle ricorse all’artificio di dipingere sul Fascio un mazzo di rose. Storia o leggenda, la Madonna del Fascio esiste ancora.

Anna Maria Bonfiglio