Anke Merzbach

Rosa Salvia, lucana di origine, vive a Roma dove insegna Storia e Filosofia in un liceo. Ha pubblicato due romanzi brevi: La parabola di Elsa e Fermagli, e il lungo racconto Nihada,  nonchè le raccolte di poesia Intemittenze, Aletti, 2003;  Luce  e Polvere, Aletti, 2005;  Le parole del mare, a LietoColle, 2007.  Ha ricevuto riconoscimenti in numerosi concorsi letterari e fra le poesie qui presentate A tutte le donne del mondo e Il mio corpo senza utero sono state premiate nella sezione inediti rispettivamente  al Premio Internazionale Nuove Lettere,  2008 e al Premio letterario Le donne   raccontano, legato alla Fondazione medica del prof. Umberto Veronesi, 2009.

I testi qui presentati sono tutti legati alla questione femminile, tema molto sentito dall’autrice. Donne martoriate, donne recluse, donne mulitate, donne di ieri e di oggi, ma tutte donne senza voce e con il cuore spezzato dall’oppressione, dalla schiavitù, dalla non considerazione, dall’indifferenza, dalla solitudine; per amore delle quali l’autrice si fa voce e grido nella speranza che il mondo possa conoscere la loro condizione:  “Metto insieme queste parole per quattro sorelle,/può darsi che qualcuno le senta.

A tutte le donne del mondo

Mi piace dormire in posizione fetale
magari per la nostalgia della totalità indivisa,
del fantasma originario di un corpo femminile
che contiene in sé il proprio frutto generativo,
di un mito che preceda l’Edipo,
il mito che sta prima della coppia coniugale,
il mito di una maternità che si colloca fuori
da ogni dimensione spazio – temporale,
il mito della dea madre: Ti’amat.

Il mito di un mondo paritetico,
senza dominio, privo di violenza,
non ipertrofico, non sottomesso
al potere regale di Marduk,
il maschio che dalla sua,
oltre agli elementi aerei,
ha anche la tecnologia:
il fuoco, l’arco, il cocchio, la rete, la spada,
il maschio che priva della testa il corpo di Ti’amat
e lo divide, come un’ostrica, in due metà valvari:
l’una, il cielo, il giorno,
il regno di Marduk,
l’altra, la terra, la notte,
il regno di Ti’ amat.

Mio dio, quante, ancor oggi, le donne
nella camera oscura di Ti’amat!
Ne portano il cuore trafitto,
il corpo spezzato dentro le vecchie mura,

vanno giù come fusi che filano ancora,
a picco dentro la luce nera con l’obolo
fra i denti,
senza un lamento,
senza un grido levato a vincere
finalmente
il giorno –

Uccelli senza gorgheggio, a una distanza astrale.

Il testo si ispira al mito cosmogonico Enuma Elish posto
a premessa del codice emanato dal re babilonese Hammurabi,
verso il 1700 a. C

***

Metto insieme queste parole per quattro sorelle,
può darsi che qualcuno le senta.

Caro mondo, mi dispiace per te,
tu non conosci queste quattro sorelle.


(da Intermittenze, Aletti editore, Roma, 2003
)

***

Piotr Woroniec - Madonna and Child carved polychrome wood, 10"

Nayera

Porta in collo un bambino
sospeso a uno scialle a brandelli –

i crespi capelli legati in treccia,
gli occhi incupiti, le palpebre chine,
la voce che non trova parole.

Si slaccia il corpetto e attacca
il suo bambino al seno d’una sorte
ammantata di nero –

Il bambino!
L’unica stella che canta una musica felice.

Lei lo culla fra le braccia e piange.
È il figlio della colpa che dovrà espiare.
Quando il bimbo non avrà più bisogno
del suo latte, Nayera verrà lapidata.

Nella piccola cella di una prigione che la umilia,
tutti i ricordi sono stati Spogliati,
Sverniciati da un acido.

Ne rimane soltanto una specie di scheletro,
Appenante.

(da Luce e polvere, Aletti editore, Roma, 2005)

Anke Merzbach

Otto croci rosa

(cimitero di Ciudad Juarez – novembre 2001)

Otto croci rosa
Otto corpi di ragazze in fiore
Ali e luci – sospese –

Nell’eco dei giorni, perenne scia,
una piaga di piombo.

Nel peso dell’anima
vi chiederei l’elemosina
di una parola che non potete darmi
perché voi conoscete soltanto il grido
il grido senza voce
cieco nel sangue
come un fluttuare di lino sdrucito,
una nuvola nera,
una piuma di cigno sgualcita.

In memoria di oltre 370 ragazze messicane violentate e uccise,
senza che sia mai stato trovato un solo colpevole.

(da Le parole del mare, LietoColle, Faloppio, 2007)

Il mio corpo senz’utero
mi umilia
come il mondo umilia Dio.

Questo corpo
questo bianco,
sacro come riso di bambino
eppure vuoto.

Chiudo gli occhi
palpando con le mie vene
le vene che mi sfuggono,
dove mettono capo le ninfee
e riposa il mio pianto.

Vivo dove guidano le parole
con l’aliena figura sconosciuta,
che tuttavia conosco.

Annodo e snodo le mie ombre,
madre di me stessa –

come i gatti nove vite
per spiare le mie cicatrici
e cullare la bambina
che mi porto dentro.