Le jardin de giverny - Monet

Il verbo infinito

Giuseppe Carracchia, Prova D’autore, 2010 Catania

Giuseppe Carracchia è un giovane poeta, nato nel 1988 ha già al suo attivo tre raccolte di poesie: Pensieri notturni del 2005, Anime vagabonde del 2007, e infine quest’ultima “Il verbo infinito” pubblicata nell’ottobre del 2010 dalla casa editrice catanese Prova d’Autore di Nives Levan.

Sul numero di marzo lunarionuovo (.it) Giuseppe racconta d’aver coltivato la passione per la poesia  negli anni a cavallo fra il ginnasio e il liceo e che è stato incoraggiato dal padre, anch’esso poeta.

La raccolta “Il verbo infinito”   è suddivisa in sette parti, ogni parte ha come titolo un verbo declinato all’infinito.  Fiorire, Esistere, Amare, Riposare, Sbendare, Condividere, Vivere.

Questa, chiaramente un rimaneggiamento dell“incipit” del Genesi della sacra Bibbia,  è la poesia che apre la raccolta.

In principio fu il verbo, infinito dicono: amato
nerbo vitale, dalla carne nato, divenuto tale.

Sia il tuo verbo aria
che si incide nella carne.

Ma non solo aria.
Non solo carne.

Noto, oltre che la doppia valenza semantica della locuzione “verbo infinito”, l’assonanza fra “verbo”  e “nerbo” che penso stia ad indicare la corrispondenza fra aria e verbo, fra nerbo e carne, dove l’aria è  lo spirito e la carne è il corpo. Così mi sembra di leggere un invito esplicito a realizzarsi nelle due componenti, la componente spirituale e quella carnale, perché l’uomo è  fatto di spirito e corpo, due parti imprescindibili, trama e ordito che fanno il tessuto. Solo nella sua completezza l’essere umano può dirsi autentico, cucito dentro e sopra, un abito che porterà e lo reggerà per la vita. Abito da saper portare anche oltre il nostro piccolo mondo  “dell’Exsistere parla chiaro l’etimologia/se la vuoi tua, senza troppi congiuntivi/fuori dei tuoi confini sempre devi portarla” e non sarà solo una questione di esteriorità ma anche e soprattutto d’impalcature e fondamenta che reggeranno e che sorreggeranno.

Cucirsi la vita, essere sarti di se stessi, ricamarla per quanto e per come si può,  rattopparla se è il caso o la necessità, attingendo a piene mani nella magnificenza e nella bellezza della natura, in una risurrezione che ogni giorno si realizza davanti ai nostri occhi, nell’azzurro del cielo, nel rosso, “nel seme che pone futuro facendosi strada nel muro” nella pioggia, nei fiori, nel «biancoforte/dei mandorleti in fiore/macchiato dal debole sangue/di una pesca fuori stagione.

E partendo da questo assunto come Teseo ho seguito il filo d’Arianna “ Così Teseo legò il filo d’Arianna/con doppio nodo ad una spanna/ dal cuore e strinse forte, per vincere/il male, per sconfiggere la morte” (pag.25) e a pag. 12 nella lirica Primavera di rimembranza eliottiana (aprile è il mese più crudele, genera lillà da terra morta) composta da 5 parti e ricca di immagini di colori e fiori, di zefiri e nozze, di morti e di risorti, ho trovato un sarto che ascolta la lezione della primavera.

I

L’ambiguità del quarto mese
al sarto la verità rese:
umile cucire e ricucire stoppe
di rosso filo fatte

così i papaveri vermigli pure da morti
rubini tutti risorti, a fili d’erba inanellati
sigillano sui verdi prati l’argilla della ferita
dai loro giacigli brilla ridestando, la vita.

e ancora nella sezione Amare incontro delle rondini che con un filo ricamano il cielo,  simili agli augelli contenti leopardiani quelli che “Per lo libero ciel fan mille giri” (Il passero solitario)

“Ho lanciato gli occhi in alto/e ho visto due rondini ricamare/con ago e filo nero tutto il cielo”,

E poi “Ho cucito un tuo abbraccio mancato / al cuore scalzo,  stretto al mio fianco / per ogni distanza un salto di suture”  (all’amico S., p. 52) “Al cambiare delle stagioni la vita si riallaccia e un’immagine ti mostra:/rattoppando buchi e assenze

ma ancora di più a pag. 61 “abilmente lo impariamo ad esempio dai sarti:/spolette, bottoni, tessuti, ricami e cerniere/non fanno un vestito ma solo un mestiere/il mistico andare oltre l’unione cucita di queste/ cancella la scettica coltre che cela la vita:/abilmente con arte intrecciare una veste.”

Coco Chanel nel 1923 rivelò ad Harper’s Bazaar che la semplicità è la chiave di volta per la vera eleganza. Lo stile è semplice e lineare, ma mai dimesso. Carracchia presenta in certe liriche  guizzi di vera grazia, bellezza e armonia.

I sarti hanno il senso della misura, devono averlo necessariamente, così come i poeti, così come Carracchia, il giovane sarto, “La bellezza si muove con l’uomo / è l’uomo che raramente le va dietro”, che riesce ad andare  dietro questa bellezza e a raccontarcela con i suoi occhi di giovane poeta che ama la vita e ci invita ad amarla e a seguirla con fiducia «Vita mia amarti come si fa con i fiori/che non sbiadiscono dopo una pioggia/primaverile è tutta la mia poesia».

All’amico S.

*

L’orgoglio dei vent’anni è debole fortezza:
vergogna di mostrare una necessità, un’incertezza.

I

Ho cucito un tuo abbraccio mancato
al cuore scalzo,  stretto al mio fianco
per ogni distanza un salto di suture:
siderico balzo d’un organo pinzato.

II

Al cambiar delle stagioni la vita
Si ricorda, un’immagine epica:
un amico è il miglior sarto
rammenda la ferita ed evita l’infarto.

III

Al cambiare delle stagioni la vita
Si riallaccia e un’immagine ti mostra:
rattoppando buchi e assenze
saremo la via lattea, la nostra.

*

Timida vergogna è la forza dei vent’anni,
una paura, un orgoglio esistenziale: la necessità
di essere in due almeno e minimo per cent’anni.

****


Febbraio

Spacca le pupille il biancoforte
dei mandorletti in fiore
macchiato dal debole sangue
di una pesca fuori stagione:
quanta delicatezza, quanta
incomprensione. La primavera
dell’inverno è il più bel freddo
che questa terra può dare.

Da Mitologica

Ti regalo la verità del poeta
ogni giorno possa tu mettere
una sciarpa di rossa seta
e mai subire la giornata
ma ringraziarla come si fa
con una donna amata
alzandole la gonna
inseguendola per la strada.