Pubblichiamo questa testimonianza-riflessione di Silvana Varotti quale contributo all’iniziativa 8-8 giornata degli uomini.

IL BIANCO NON SI ADDICE di Silvana Varotti

 

Era un giorno qualunque quel 13 marzo 1987 e, come ogni giorno, mi trovavo in ufficio. Tanta gente in fila agli sportelli,come al solito. Qualche legge, rimasta immobile per oltre quarant’ anni, era già cambiata. Un tempo i libretti di lavoro venivano conservati in ufficio, finché il lavoratore era disoccupato e venivano rilasciati all’azienda che assumeva, assieme al nulla osta. Allora mi occupavo di apprendistato, con le relative norme a favore della tutela dei fanciulli e degli adolescenti sul luogo di lavoro. Una famosa, per gli addetti ai lavori, legge del 1986, decretò che il libretto di lavoro dovesse rimanere in mano al proprietario anche se disoccupato. E, dopo questo preambolo, ritorno con la memoria a quella mattina qualunque di ventiquattro anni fa.

Il capo ufficio arrivò pallido, agitato e c’ informò che, al porto industriale, stava accadendo una tragedia: la stiva di una nave aveva preso fuoco e, dentro, stavano intrappolati diversi operai addetti alla pulizia. Le ore passavano pesanti e angosciose, arrivava gente e portava notizie sempre più terribili.

Quando si fece ora di tornare a casa il responso era questo: tredici operai arsi vivi, come topi in trappola, nella stiva di una nave.

Il cielo era plumbeo, c’era una sensazione di morte tutt’attorno, il cuore mi batteva in gola, risuonando nelle orecchie e le gambe avanzavano molli.

Sull’autobus la gente non parlava d’altro. Fu un evento da telegiornale e le pagine dei giornali si riempirono di foto e di particolari raccapriccianti.

Fra le vittime ci fu anche un ragazzo, di sedici o diciassette anni: era venuto da me, pochi giorni prima, a svolgere le normali procedure di chi cerca lavoro.

Lo ricordavo pure: moro, simpatico, avevamo anche scambiato quattro chiacchiere scherzose.

Nei giorni seguenti,in ufficio, ci fu un via vai d’ispettori del lavoro che dovevano requisire tutte le pratiche relative alla ditta sotto indagine, e una grande agitazione che interessava i dirigenti più che altro. Con una tristezza infinita

svolgevo le mie ordinarie mansioni, allo sportello dell’apprendistato, quando arrivò una consulente del lavoro che mi raccontò una storia allucinante.

Il ragazzo che ricordavo, quella mattina del 13 marzo 1987, si era recato al porto a cercare un’occupazione e una ditta, che subappaltava manodopera in nero, l’aveva mandato in quella che sarebbe stata la sua trappola, il suo forno crematorio, proprio il primo giorno di lavoro. E, mentre le vittime erano imprigionate nella stiva a morire, l’imprenditore mandò in fretta e furia la segretaria a casa del ragazzo, a richiedere ai genitori ignari, il libretto di lavoro, perché volevano metterlo in regola.

Ora, in una piccola rotonda erbosa, di fronte  all’ ippodromo, sorge una stele in granito con incisi i nomi delle tredici vittime, di quel tragico 13 marzo 1987 e il luogo ha preso il nome di Piazza dei Caduti sul Lavoro, una delle tante.

Mi sono sempre chiesta perché a questi “ omicidi “ si sia dato il colore bianco.

Il bianco riporta a qualcosa d’incontaminato e nella nostra cultura non è il colore del lutto. Che colore ha la morte di un muratore che cade da un’impalcatura? Grigio come la polvere, rosso come il sangue. E la morte dei tredici operai arsi vivi nella stiva della nave? No il bianco non si addice.

E chi è morto per esalazioni velenose? Lavoro nero, morti bianche, che bizzarria!

La morte è solo nera come la notte delle coscienze.

Silvana Varotti