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di seguito un estratto da Il poeta murato, pubblicazione che realizzarono nel 1991 le Edizioni “Fondo Pier Paolo Pasolini” 

 

dalla prefazione di Giovanni Raboni

 

 

(…) Nessuno di noi vuole per altro nascondersi, o nascondere al lettore, che non solo la copertina di questo libro, ma il libro stesso – la sua esistenza, la sua comparsa in questa collana – è o può sembrare una sorta di ossimoro. Quando, nel 1975, compì settant’anni Holan, una rivista italiana (…) pubblicò, assieme a una sua breve poesia inedita (…) anche dei versi, pure inediti, di Pasolini, intitolati “Guardo la finestra chiusa della casa Holan”. E questi versi erano, anzi sono (anzi possono sembrare) un attacco a Holan, che Pasolini descrive come un eremita “divenuto venerabile” la cui privatezza è “vezzeggiata e protetta” dalle “migliori signore borghesi”, un vecchio malato le cui mani “non gli servono più se non a tremare” e che sorbisce “brodi e tè/ come un piccolo sublime porco ferito/ ingrugnato e affabile” un “poeta da teatro” che fa “il gesto di scrivere poesia anziché scrivere poesia” … Nella decisione di pubblicare questo libro nei “Quaderni di Pier Paolo Pasolini” qualcuno potrebbe vedere, una volontà di paradosso, una bizzarra e un po’ sconsiderata provocazione. Come interpretare come giudicare altrimenti, la presenza di un poeta che Pasolini non amava, al quale Pasolini si rivolgeva con dura estraneità e quasi con ripugnanza, nella collana che porta il suo nome?

Si rassicuri il lettore: le cose non stanno così. Che Pasolini, lungi dal non amare la poesia di Holan, la apprezzasse grandemente e desiderasse conoscerla più di quanto la conosceva, lo prova in modo inequivocabile un articolo uscito il 14 aprile 1974 sul Corriere della Sera (…) : “Un’ombra che prese corpo , un “nome” che è diventato un fatto. Holan è entrato nel novero dei poeti letti”. E allora? Come si conciliano queste parole di naturale “consenso”, di lieta soddisfazione per un incontro ormai realizzato, con il ritratto impietosamente negativo consegnato ai suoi versi? La spiegazione dell’enigma è abbastanza semplice (…) la poesia [contro Holan] non è una poesia a sé stante (…) ma è parte di un lungo travagliato lavoro di Pasolini durato un intero decennio attorno alla sua ultima opera teatrale, Bestie da stile. (…). Intento a scrivere e riscrivere accanitamente, con Bestie da stile, una sorta di autobiografia tragica in cui il protagonista (cioè lui stesso) è “mascherato” da Jan Palach e ambienti e vicende subiscono di conseguenza, pur mantenendo ben visibile in filigrana la loro vera identità cronologia e storia, un puntiglioso e volutamente incredibile “viraggio” praghese, Pasolini fu colpito, leggendo l’”Almanacco dello specchio”, non solo dai testi di Holan, ma anche dalla condizione di Holan, la quale veniva descritta nell’introduzione premessa ai testi delle traduttrice – premessa in cui si poteva leggere, e Pasolini certamente lesse, del “leggendario, volontario isolamento” del poeta, ossia di come egli, “rinchiuso nella sua casa praghese sull’isola di Kampa” rifiutasse “con drammatica, ormai irreversibile ostinazione, ogni sortita, materiale o metaforica, nel tempo e nello spazio presenti”. Non occorre essere un detective per capire come l’immaginazione di Pasolini si sia potuta fulmineamente impadronire di questa notizia e, sull’onda della sua suggestione, trasformare Holan in un personaggio aggiunto di Bestie da stile, in una sorta di antagonista a posteriori di Pasolini-Palach. Al “poeta da teatro” che recluso volontariamente nella sua torre d’avorio, fa “il gesto di scrivere poesia” e coltiva la propria “santità” sotto la protezione della migliore borghesia, Pasolini-Palach (non dimentichiamo che è Jan, nel “Frammento” a pronunciare la requisitoria) contrappone la diversissima condizione da lui scelta: “io che mi spendo”, “la possibilità che ho depennato”, “il fatto/ di sé esempio, come tu hai fatto, non era affar mio” (…). Non credo occorra aggiungere altro (…). Se non temessi di apparire troppo malizioso (…) insisterei (mentre mi limito ad accennarvi) sulla mia impressione che il poeta vezzeggiato, decrepito, e tremante, ritrovato nei versi di Pasolini assomigli infinitamente di più al vecchio Montale che a Holan, di cui chi andò a trovarlo in quegli anni (cosa che Pasolini, a quanto mi risulta, non fece, né allora ne mai) ricorda la sanguigna robustezza contadina e l’apparentemente incrollabile salute, a dispetto delle micidiali sigarette che fumava di continuo e del fiasco di vino rosso che teneva accanto a sé sul tavolo del suo studio-fortezza.

 

Perché?

Perché piangi? Perché il veduto già

è cieco? Perché non sai

come mutarti nell’immutabile?

Perché non hai d’intuito come gli abiti

toglierti e scoprirti rivestendoti?

Perché non sei mai bastantemente la tua presenza?

Mia cara, i dèmoni c’erano già prima allora,

quando non c’erano ancora …

 

No, mai

No, non ci sono mai stato

E la vostra presenza

era come se fosse ventura. Sognata?

Da chi? Lo riconoscerò ancora?

Oppure tutto questo era soltanto

il coraggio della vanità senza la vanità,

affinché non vi fermaste

là dove non siete

e foste là dove non sareste?

O voi immatura!

  

La morte soltanto

L’antichissimo orrore, l’antichissimo spavento

e non ha che un volto infantile …E’ perché

in coscienza non ce ne confessiamo

colpevoli, visto che è la madre

a starci vicini. Ed è lei

che chiede sempre: “Va già meglio?”

La morte soltanto è senza domande …Appartata …

Arte per arte …

  

Nuda I

 Mentre il cieco origlia dentro la porta delle visioni

tu, di schiena contro il porcile, vedi

come il destino, accanto, nel giardino

sputa sulla foglia di lampone …

La presenza in due posti,

strada facendo parla dalla veglia al sonno …

Ma le vesti della terra puniscono

con la dimenticanza i corpi

 

Todo

Così come per poco, solo per poco s’eccita

la tempesta primaverile ed è

quando alle travi i fulmini si scagliano,

i fulmini oscuramente sensuali –

anche l’amante è tua solo per un momento

e perché non lo sa, soltanto …

Ma tu, tu hai tanta notte ininterrotta in te

che diversamente saresti solo il buio …

 

Conversazione

Dissi: “No, non chiamatela

col nome di battesimo!”

E lui.”Ma è proprio quello che le piace!”

Dissi: “No alla sua porta non bussate,

non è in casa forse e io ne avrei paura!”

E lui: “Macché, quella

è sempre dappertutto!”

Dissi: “Forse non si è ancora decisa.”

E lui: “Possibile che abbia una misura

lei che è senza confini?”

 

Solo così

– L’avidità degli occhi dinanzi allo sguardo dello spirito …Sapete,

ogni volta mi vergogno …Ma

se non ci è permesso facciamo ricorso alla violenza …

– Odiare per amore…E’ possibile?

– Mia cara, voi di lagrime avete colmi gli occhi …

– Amare per odio …E’ possibile?

– Mia cara, domandiamo all’inferno perché è ammalato

e lo amiamo,

ma lo odiamo perché è ammalato

– Pazzia!

– Ma non dovete rinunciarvi, poiché rinuncereste

all’ordine della vita, che non ha altra testimonianza …

– Perché scrivete poesia?

– ne va dell’esistenza …Di un’esistenza muta …

 

Ogni volta, ogni volgere di pagine e di clessidra, ci sembra di udire il clic dell’obbiettivo che si spalanca e si richiude intorno al crudo, quasi insostenibile nitore di un sistema o grumo o groviglio di immagini e lo consegna per sempre alla non parafrasabilità, alla non ulteriore dicibilità del suo esserci apparso: abbaglianti catastrofi del senso, sentenze che non sentenziano su nulla perché non sentenziano che sul tutto, microallegorie che non rimandano a altro che a se stesse, formulazioni e analisi, rigorose sino allo spasimo del non formulabile e del non analizzabile … (…) anche se non capiamo di cosa parla [Holan], sentiamo che parla nel meno vago e misterico, nel più piano, preciso e “ragionevole” dei modi; non sappiamo cosa dice, ma siamo sicuri che dice la verità: un paradosso di cui solo la grande musica riesce a farci persuasi e partecipi. g.r.

 

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riferimenti e approfondimenti 

 

 Una copia del volume  è disponibile alla consultazione presso il Fondo Enzo Siciliano

Casa della letteratura di Roma  

 qui una breve biobibliografia di Vladìmir Holan

La non ulteriore dicibilità  altre poesie di Holan   

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Il buon poeta Vladìmir articolo del Corriere della Sera del 23 dicembre 1992. Non e’ bastato il lavoro meritorio di Angelo Maria Ripellino e prima di Arturo Cronia a sottrarre la cultura boema all’ incertezza in cui continua a offrirsi al lettore non specialista. In fondo Praga resta per noi la citta’ di Rilke e dell’ agrimensore K o dei capolavori di Dvorak e di Smetana, ancora una volta molto vicini al sinfonismo tedesco. E’ una citta’ ebraica e austriaca, gesuitico barocca o Sezession. Ne’ la conoscenza media risulta molto migliore per le altre culture nazionali dell’ est europeo, anche storicamente schiacciate, almeno a partire dal 700, tra Dresda e Mosca. La prima difficolta’ con cui deve dunque misurarsi il lettore di questa preziosa scelta delle liriche di Holan, che vede la luce presso il Fondo Pasolini grazie all’ opera congiunta di Vladimir Justl e Giovanni Raboni, e’ la difficolta’ a riconoscere ascendenti e a stabilire rapporti. Capek, Nezval, Bielb, Wolker, Vancura, Hrabal, Seifert: poeti o narratori in lingua ceca stentano a uscire dalla loro incerta geografia letteraria. Del resto non e’ forse vero che Il buon soldato Sveik di Hasek lo conosciamo ancora una volta attraverso la mediazione brechtiana? L’ immagine che di Holan ci giunge, pur attraverso il duplice diaframma della traduzione di servizio e della riscrittura poetica, e’ quella di un autore di inconsueta asciuttezza e densita’ , che punta all’ osso delle cose, lontanissimo dallo scontro metaforico e inclinante piuttosto verso l’ esito apodittico. Lirica di forte avvitamento interiore, ci pone di fronte a un io remoto dal suo referente autobiografico e piuttosto inteso a un arduo colloquio con il mistero delle cose, che rimanda a una oracolarita’ disseccata. I testi piu’ intensi di questo autore, scomparso nel 1980, ma gia’ considerato uno dei protagonisti del 900 poetico, mi sono sembrati quelli sul carcere e sulla repressione. E’ in tale prospettiva che acquista il suo significato l’ aneddoto biografico del poeta che dall’ ultima guerra fino alla morte visse recluso sull’ isola di Kampa, nel centro di Praga, in una casa alla quale aveva fatto murare le finestre. Al di la’ della drammatica esperienza privata dell’ autore, la metafora della chiusura assume il suo valore se pensiamo al destino storico della Boemia, cui e’ sempre spettato di far da tramite tra due mondi. Insieme a Cracovia, Praga e’ stata un grande crocevia culturale: non a caso le due citta’ erano sedi delle universita’ medioevali. Nel muro il poeta ha raffigurato la sorte della Praga sovietica, che non intersecava piu’ con l’ Occidente. Invece di essere l’ estrema propaggine orientale del mondo latino, Holan sentiva che la sua citta’ era divenuta l’ avamposto occidentale dell’ immenso blocco asiatico che giungeva a Vladivostock.