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Sor Juana de la Cruz


[…]
Il mare, non più mosso,
l’instabile non culla
ceruleo letto dove il sole dorme;
e i sempre muti, ora dormienti, pesci,
nei giacigli fangosi
dei loro oscuri seni cavernosi,
due volte erano muti;

[…]

(J.I. De la CruzVersi d’amore e di circostanza. Primo sogno”, A.Morino, 1995 Einaudi)


La dichiarazione di Sor Juana de la Cruz : “Non ricordo di avere scritto per il mio piacere se non un papelillo che chiamano Il sogno”, oltre che per l’argomento proprio del sueño, mi rende questo poemetto caro, più delle, pur notevoli, “poesie di amore e di circostanza”, presenti, come El sueño , nella sopracitata traduzione di Angelo Morino.

Il titolo completo di questa silva di 975 versi, così come pubblicata nel 1692, è “Primero Sueño que así intituló y compuso la Madre Juana Inés de la Cruz, imitando a Góngora”;
titolo molto interessante, non solo per il tributo esplicito a Gòngora che ha dato luogo ad alterne valutazioni (e fortune) dell’opera (diversi critici, fra i quali Octavio Paz, ritengono Primero Sueño góngorino per quanto riguarda lo stile – l’uso delle parentesi, dell’iperbato, il lessico, … – ma, per il resto, assolutamente differente e originale),
ma anche per la sottolineatura contenuta nel “così intitolò e compose la Madre Juana Inès de la Cruz”, capace di evidenziare il legame stretto fra opera e autore ( “scritto per il mio piacere”) e, allo stesso tempo, di indirizzare l’attenzione su Primero sueño, in particolare sull’aggettivo “primero”.
Non a caso, Octavio Paz in “Suor Juana o le insidie della fede” (1991 Garzanti), oltre a concordare con Ricard e Vossler che il sogno di Sor Juana sia da ricondurre dentro la tradizione dei “sogni di anabasi” (resi possibili dall’assunzione della premessa -platonica e poi neoplatonica- che esista una netta distinzione fra anima -spirito e corpo) e che vi sia nello sviluppo del poema una chiara influenza del viaggio astronomico di Kircher , si sofferma proprio su “primero”, giudicando improbabile che Sor Juana pensasse ad un prosecuzione di El sueño, (per es. in un secondo sogno).

Ma allora come è da intendersi l’ordinale primero, magari come la qualità di un moto primo-primevo, originario dello spirito?
E ancora, se questo sogno rappresenta il processo primo di/verso altro, perché allora narra di una impossibilità fin da questo inizio, così da rendere l’altro continuamente oltre, del tutto indeterminato, anche se enigmaticamente e potenzialmente evocato?

Proviamo a seguire più da vicino il protagonista di Primero Sueño, l’ anima, libera al viaggio, una volta che il corpo si è addormentato:

L’anima, dunque, sciolta
dall’esterna reggenza – in cui occupata
in materiale impiego,
bene o male dà il giorno per concluso
[…]
il corpo essendo, nella quieta calma,
con anima una salma,
morto alla vita ed alla morte vivo,
di quest’ultimo dando tarde prove
dell’orologio umano
[…]

La direzione è verticale: l’anima ascende, non sotto la spinta di una tensione religiosa, o al più mistico-spirituale, ma in forza di un ardore intellettuale, e questo stupisce e affascina grandemente (siamo pur sempre nel XVII secolo e Sor Juana, anche tenendo conto della unicità della sua biografa, è una religiosa – donna -),  che dalla cima della mente spinge a conoscere, vedere.

In questa quasi immensa elevazione,
gaudiosa ma sospesa,
sospesa ma orgogliosa,
benché orgogliosa attonita, la somma
del sublunare regina sovrana,
la vista acuta, ormai da paraocchi
liberi i suoi intellettuali begli occhi
(non temendo distanza
e sprezzante di opaco intendimento,
che le celi interposto qualche oggetto)
libera dispiegò per il creato:

Dall’alto, l’anima non si rifugia nell’alto, ma, tesa al mondo, tenta l’indagine del suo cerchio, con un afflato così temerario (e in odore di peccato di orgoglio) che viene il sospetto che quello del sogno sia anche un espediente di scena per l’audacia intellettuale che sicuramente era di Sor Juana ad occhi aperti.

così l’umana mente
ne copia la figura,
ed alla causa prima sempre aspira
-centrico punto al quale retta mira
la linea, se non sia circonferenza
che racchiude, infinita, in sé ogni essenza
[…]

Ecco la tensione che attraversa tutta la notte (e la silva), che spinge la vista dell’intelletto a farsi acuta e spaventa la “comprensione” (ragione):

il cui immenso aggregato,
cumulo incomprensibile,
pur se alla vista volle manifesto
possibile mostrarsi,
non alla comprensione che […]
retrocesse codarda
[…]

Il poemetto è tutto percorso da una scala in bianco/nero, a partire dal “coro spaventoso” di note “maxime, nigre, longhe” e solo nel finale presenta “flussi mille /[…]- di luce linee chiare -”,

ma da questa scala infine si cade, percorsi dal terrore, perché il proposito audace della vista è “sconsiderato” al cospetto dell “oggetto che eccede in eccellenza”, il sole, “i cui raggi castigo son focoso”:
[…]
(sciocca esperienza che costosa tanto
fu, che Icaro già, il suo stesso pianto
l’annegò intenerito)-
come qui l’intelletto, debellato
[…]
errante in mezzo alle onde naufragava;
e per tutto guardar, nulla vedeva,
né cogliere poteva
[…]

né vale seguire “il metodo” di avanzare nella comprensione in modo ordinato e progressivamente, dal semplice al più complesso;
l’atto, che è un vero e proprio atto di sfida e ribellione (Sor Juana fa riferimento al mito di Fetonte, ma come non pensare anche a Lucifero), è infine punito: l’anima cade come Fetonte (“quell’animo arrogante”), riportando il risveglio della condizione umana in una luce terrena che solo riverbera il sole:

La magica lanterna così, finte
rappresenta dipinte
varie figure su parete bianca,
che l’ombra non di meno favorisce
della luce:
[…]

Venne, in effetti, il sole e chiuse il giro
[…] e flussi mille
salivano – di luce linee chiare –
della circonferenza luminosa,
rigando al cielo il suo ceruleo foglio;
e quella che funesta fu tiranna
dell’impero, investivano assembrate:
questa, scomposta, in fuga frettolosa
-sopra i suoi stessi orrori incespicando-
la sua ombra calpestava,
di giungere all’occaso, pretendendo
col disperso (senza ordine ormai)
esercito delle ombre, tallonato
dalla luce che quasi lo toccava.

[…]


I versi qui riportati sono, come già ricordato, tradotti e contenuti nel volume a cura di Angelo Morino: “J.I. De la Cruz -Versi d’amore e di circostanza. Primo sogno”, 1995 Einaudi

Qui invece una versione in lingua originale di Primero Sueño

Occorrerebbe un post a parte per la biografia di Sor Juana, per intanto rimando a  wikipedia e alle diverse pagine rintracciabili sul web.

(immagine del post all’indirizzo http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Juana_In%C3%A9s_de_la_Cruz.jpg)