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Il viaggiare è connaturato all’essenza stessa dell’uomo, creatura nomade per eccellenza.

Esso può essere il risultato di una scelta conoscitiva, ricreativa oppure di una necessità improrogabile: le migrazioni di popoli, gruppi o singoli nel corso dei millenni hanno sostanzialmente risposto a quest’ultima esigenza, configurandosi come ricerca di più accettabili condizioni di vita ambientale, economica, socio-politica.

Quei viaggi, ancora drammaticamente attuali, sono la risposta a una costrizione oggettiva o soggettiva non più tollerabile: la Terra, nella sua porzione più ricca, attrae irresistibilmente e nessun confine, reale o fittizio, può costituire un deterrente. Il viaggio dei migranti si nutre di rabbia e speranza, disperazione e desiderio.

Tutt’altro carattere, meno intriso di pathos e thanatos, è il viaggio di chi sceglie di partire: per conoscere altro, per mettersi alla prova, per indagare la propria interiorità, per distaccarsi dall’hic et nunc abituali, per trovare quell’altrove a cui consapevolmente o inconsapevolmente aspira.

Il viaggio, specie per mare, diventa così metafora della vita, delle sue avversità e ebbrezze, dei suoi pericoli e incanti, fino allo scioglimento finale: l’approdo al nido caldo della famiglia e della patria, come nell’Ulisse omerico o la perdizione nel folle volo dell’Ulisse dantesco.

Oltre alla sua costante presenza nei secoli, il viaggio ha sempre evidenziato un’altra peculiarità, è stato segnatamente maschile: l’uomo parte, indaga, ritorna o non ritorna, ma comunque è proiettato verso l’esterno e a casa porta i frutti di tale esplorazione. Già nella preistoria, ad allontanarsi dalla caverna, a cacciare in luoghi anche lontani dall’habitat consueto sono i maschi, mentre le femmine, per la loro stessa natura, sono destinate ad accudire i piccoli e i più deboli e…aspettano.

L’attesa amplifica l’attenzione, l’osservazione e probabilmente porta alla rivoluzione agricola, dopo la ripetuta constatazione che semi di piante selvatiche, casualmente gettate fuori dall’ingresso della grotta, danno vita nuove piantine. Nello snodarsi lento del tempo, il privilegio e la schiavitù della maternità hanno spesso inibito la scelta del viaggio. Uomini sono stati, dunque, i grandi viaggiatori dell’antichità  di cui conserviamo memoria, ma qualche eccezione non manca, per fortuna: Elena, per amore di Paride, abbandona il palazzo,  il marito, la figlia, l’onore e il rispetto per navigare ad oriente, verso Troia, la città di cui, inconsapevolmente, prepara la rovina.

E donne pellegrine o in fuga da conventi, da mariti prepotenti, magari travestite da uomo per non dare nell’occhio, il Medioevo certamente ne ha conosciute, così come l’Età Moderna.

Che reputazione però per quelle coraggiose viaggiatrici! La stessa, pessima, delle attrici itineranti

delle compagnie teatrali della Commedia dell’Arte, nel ‘600: niente di più che prostitute.

E’ solo con il Settecento illuminista che la mentalità si evolve e si comincia faticosamente ad accettare qualche barlume d’autonomia nell’universo femminile.

Con la letteratura gotica settecentesca, fa capolino la figura dell’eroina capace di oltrepassare, almeno con la fantasia, gli opprimenti  confini delle pareti domestiche. Poi, almeno per certe élites femminili europee, i territori del viaggio diventano reali.

Così, nel corso dell’Ottocento, in pieno colonialismo, accanto alle mogli che partono in missione coi loro mariti, per ricreare, anche in mondi lontanissimi e esotici, il borghese focolare domestico, se ne affermano altre, che scelgono di viaggiare da sole, per il gusto di farlo, per dimostrare a se stesse e al loro ambiente che ne sono capaci. La solidità economica, l’estrazione sociale medio alta, la buona cultura dà loro forza e determinazione. Cominciano i resoconti o i romanzi di viaggio al femminile che mediamente denotano un maggiore spirito di tolleranza e capacità di comprensione: l’altro sesso, abituato da sempre alla discriminazione, penetra meglio e di più la mentalità altra dei popoli stranieri con cui viene in contatto.

Esemplare in questo senso è la viaggiatrice Madame de Staël, che delinea dell’Italia un ritratto culturale e sociale di estrema intelligenza e originalità.

Anne Louise Germaine Necker nasce a Parigi il 22 aprile 1766: è figlia del banchiere ginevrino Jacques Necker, ministro delle finanze di Luigi XVI e di Suzanne Curchod, attiva animatrice di salotti letterari. Germaine si sposa a vent’anni con l’ambasciatore di Svezia presso il governo francese Erik-Magnus de Staël, di diciotto anni più grande.

E’ una ragazza brillante, coltissima, carismatica, fisicamente avvenente: i ritratti ce la mostrano formosa, bruna, elegante, uno sguardo che buca la tela e colpisce per vivezza chi la guarda.

L’Illuminismo la conquista: i principi che elabora coincidono con la sua naturale idea di progresso materiale e morale, di uguaglianza, di rappresentanza politica. Davvero la luce che deve diradare le tenebre dell’ignoranza rappresenta per lei la perfetta metafora della speranza e dell’azione a cui devono ispirarsi gli uomini e le donne del suo tempo per riscrivere la Storia.

La inebria anche l’esordio della rivoluzione francese: come non emozionarsi di fronte a un popolo che prende in mano le redini del proprio destino, intenzionato ad affossare quell’antico regime ingiusto e odioso? Ma la deriva violenta cui presto la rivoluzione s’abbandona la disgusta e spaventa: non è da quel bagno di sangue che potrà nascere una civiltà nuova né tanto meno dalla parabola autoritaria a cui  Napoleone si incarica di piegare gli eventi rivoluzionari. L’astro nascente della politica francese la inquieta e la preoccupa: ne prende fermamente le distanze.

L’affascinano invece le nuove idee romantiche che come gemme si schiudono sui vecchi rami dell’Illuminismo: negli spiriti più alti, come in Germaine, naturali esiti del movimento precedente.

L’impegno civile si nutre ora di nuova linfa e diventa passione: così l’idea della necessaria coincidenza fra nazione e stato e del sacrosanto diritto al riscatto dei popoli oppressi attraverso la lotta per la libertà e l’indipendenza. Si rafforza e si consuma quindi l’opposizione al tiranno che, figlio della  rivoluzione, traghetta paradossalmente la Francia in un’involuzione che la porterà dalla repubblica all’impero, seppure borghese.

L’odio è reciproco: Napoleone la definisce puttana, oltretutto brutta e la costringe nel 1802 all’esilio da Parigi.

Il castello di Coppet sul lago di Ginevra diventa il suo rifugio dorato ma il dolore di dover stare lontana dall’amata Francia non le dà tregua. Decide di combattere l’umiliazione viaggiando: visita la Germania dove è ricevuta dai reali di Prussia e dove incontra Goethe e Schiller: si parla, in un fecondo e vivace scambio di idee, del nascente romanticismo tedesco, delle bellezze naturali e artistiche dell’Italia, delle sue contraddizioni, della dolcezza del suo clima che l’autore del Werther ha abbondantemente sperimentato, nei due lunghi  e recenti soggiorni.

Germaine ricava dal viaggio una mole immensa di stimoli e di conoscenze: natura, letteratura, cultura, politica della nazione tedesca confluiranno così nell’opera De l’Allemagne, scritta nel consueto stile brioso e caustico che non tace la vigorosa protesta, in nome del principio di nazionalità, contro le conquiste napoleoniche. Benjamin Constant, suo amico e amante, è solito dire: Napoleone è in guerra contro quattro potenze: l’Inghilterra, la Russia, l’Austria e Madame de Staёl.

De l’Allemagne potrà uscire in Francia solo nel 1813.

La notizia della morte del padre a cui la unisce un legame profondissimo, la getta nel più nero sconforto contro il quale niente possono gli interessi culturali o l’amore pietrificato per Benjamin.

Ancora una volta  a salvarla è un progetto di viaggio, nel sud questa volta, all’esplorazione del Paese dove fioriscono i limoni, in cui stordirsi per attenuare l’angoscia. Il castello di Coppet, pur nella sua vastità e magnificenza non basta, come non basta l’amenità del lago di Ginevra e del paesaggio circostante: occorre molto di più, occorre il sole del Mezzogiorno per dimenticare il freddo dell’esilio e della morte. Si rifanno i bauli: il 4 dicembre del 1804, già vedova a trentott’anni, parte per l’Italia con i tre figli e il filosofo August Wilhelm Schlegel, loro precettore e suo affettuoso amico. Sono attesi da Sismonde de Sismondi, intellettuale ginevrino e generoso ospite.

Nella finzione narrativa di Corinna o l’Italia, romanzo-resoconto di viaggio, Germaine affida a Lord Nelvil, pari di Scozia, anch’egli fuga dalla morte del padre, il suo retaggio di dolore: così l’apertura del romanzo, tutta illuminata da massime fulminanti, è una delle più intense meditazioni sul lutto di tutta la letteratura.

 

Causa della sua malattia era il più intimo dei dolori, la morte del padre. I suoi rimpianti erano ancor più inaspriti dalle circostanze crudeli e dai rimorsi che erano suscitati in lui da scrupoli delicati a cui l’immaginazione mescolava i suoi fantasmi. Quando si soffre ci si persuade con facilità di essere colpevoli, e i violenti dispiaceri portano il turbamento fino alla coscienza.1

Germaine de Staёl, varcate le Alpi, visita Torino e Milano:

 

Checché se ne possa dire, viaggiare è uno dei piaceri più tristi della vita. Quando ci si trova bene in una città straniera, vuol dire che si sta cominciando a trasformarla in una seconda patria: ma attraversare Paesi sconosciuti, ascoltare una lingua compresa a stento, vedere facce estranee al nostro passato e al nostro futuro, non è che solitudine e isolamento senza tregua e anche senza dignità, perché quella premura, quella fretta d’arrivare là dove nessuno ci attende, quell’agitazione causata solo dalla curiosità, ci ispirano scarsa stima per noi stessi, almeno fin quando gli oggetti nuovi, invecchiando un po’creeranno attorno a noi qualche dolce legame d’affetto e gratitudine.2

 

Poi è la volta di Parma, Bologna e Ancona; nel febbraio del 1805 è a Roma.

La città è scelta come degna cornice del suo lutto del cuore e le fa scrivere. Vivere a Roma è un dolce modo per prepararsi a morire ma essa diventa anche, attraverso la penna di Corinna, che scrive al suo innamorato, di cui è guida spirituale e turistica nel suo pellegrinaggio italiano, sorgente d’incanto e sacralità:

 

Molti stranieri vengono a Roma come andrebbero a Londra o Parigi, per cercare le distrazioni che offre una grande città, e se si osasse ammettere che a Roma ci si è annoiati, la maggior parte di loro lo confesserebbe. Ma è altrettanto vero che vi si può scoprire un incanto che non ci abbandona più. Mi vorrete perdonare, milord, se mi auguro che lo possiate conoscere?

Indubbiamente qui bisogna dimenticare tutti gli interessi politici, ma questi interessi raffreddano il cuore quando non sono uniti a doveri o a sentimenti sacri. Qui bisogna anche rinunciare a ciò che altrove chiamerebbero i piaceri della vita di società, ma tali piaceri fanno quasi sempre avvizzire l’immaginazione. A Roma si gode un’esistenza insieme solitaria e animata, che sviluppa liberamente in noi stessi tutte le doti che il cielo ci ha dato.3

 

Germaine vive pienamente e sperimenta la dolcezza e la maestosità della città eterna. Sceglie di trascurare la Roma barocca, la sua sontuosità e ridondanza per concedersi soprattutto visite agli antichi monumenti che, come a Goethe qualche decennio prima, le tolgono il fiato per l’austera, ineguagliabile grandiosità. Così è anche per le soste nei musei dove prova un susseguirsi di stupori e emozioni che la compensano almeno parzialmente della condizione di arretratezza in cui versa lo Stato della Chiesa e la penisola tutta. Il fascino dell’Italia è come un innamoramento dice Stendhal: Germaine lo vive così, appagata dalle passeggiate al chiaro di luna, da quei notturni romani che D’Annunzio avrebbe descritto magistralmente nel Piacere. Le lettere di questo periodo lo testimoniano.

Lasciata Roma, la De Staёl si dirige verso Napoli:

 

[…]avvicinandosi a Napoli si prova un benessere così perfetto, un atteggiamento così amichevole della natura, che nulla altera le sensazioni piacevoli che essa offre. Nei nostri climi freddi,tutti i rapporti umani sono rivolti alla società. Invece, nei Paesi caldi, la natura mette in relazione con l’ambiente circostante, e i sentimenti si spandono dolcemente all’esterno. Non che al sud non ci sia anche malinconia: in quale luogo infatti, il destino umano non genera quella sensazione?Ma in essa non c’è scontentezza o ansia, e nemmeno rimpianto. Altrove è la vita che, così com’è, non basta alle facoltà spirituali; qui sono quelle facoltà a non bastare alla vita, tanto che la sovrabbondanza di sensazioni ispira una dolcezza sognante, di cui ci si rende conto solo provandola.4

L’attenzione della scrittrice va anche agli aspetti più minuti della realtà natura

Durante la notte comparvero nell’ aria le lucciole: si sarebbe detto che la montagna scintillasse e che la terra ardente avesse lasciato sfuggire qualche fiammella. Le lucciole volavano in mezzo agli alberi, talvolta si posavano sulle foglie, mentre il vento faceva dondolare quelle piccole stelle e variava in mille modi le loro luci incerte.5

L’arrivo a Napoli ispira considerazioni antropologiche dove la constatazione dello stato d’arretratezza si mescola a una certa condiscendenza per l’indole napoletana:

 

Per alcuni aspetti, il popolo napoletano non è affatto civilizzato, eppure non è volgare come gli altri popoli. Persino la sua grossolanità colpisce l’immaginazione. Si sente quasi la vicinanza della costa africana che sta all’altro lato del mare, e c’è un nonsoché di numide nelle grida selvagge che si odono ovunque. Quei volti abbronzati, quegli abiti fatti di qualche scampolo rosso o viola che attirano gli sguardi per il colore acceso, quei brandelli di stoffa che questo popolo d’artisti riesce ancora a drappeggiare con maestria, danno alla plebaglia qualcosa di pittoresco, mentre altrove non si vede in essa null’altro che le miserie della civilizzazione.6

 

I colori del Golfo, la luminosità del mare, la vivacità della gente, la vita brulicante dei vicoli, i suoni, il chiasso, i profumi e gli odori la coinvolgono come una fascinazione mentre il pellegrinaggio ai luoghi virgiliani la converte alla poesia.

Pompei, Pozzuoli, Cuma, Capo Miseno sono altrettante immersioni nel mito e nella storia e diventeranno le tappe del futuro romanzo.

Poi comincia la risalita della penisola:

 

Per dieci giorni costeggiarono l’Adriatico; quel mare, sul versante romagnolo, non fa pensare né all’oceano né al Mediterraneo. La strada si snoda lungo il litorale e sulle rive ci sono dei prati: non è così che ci si raffigura lo spaventoso impero delle tempeste!7

Fino all’arrivo a Venezia con le emozioni che suscita nel visitatore:

 

L’aspetto di Venezia è più strabiliante che gradevole: a tutta prima si crede di vedere una città sommersa, e occorre fermarsi a riflettere per ammirare il genio degli uomini che hanno concepito la loro dimora sospesa sulle acque. Napoli è costruita come un anfiteatro affacciato sul mare; invece a Venezia, essendo su una distesa completamente piatta, i campanili assomigliano agli alberi di una nave, immobile in mezzo alle onde. Entrando in città, un senso di tristezza si impadronisce dell’immaginazione. Ci si congeda dalla vegetazione, non si vede neanche una mosca, tutti gli animali sono banditi; e resta solo l’uomo a lottare contro il mare.

Nella città dove le strade sono canali, regna un profondo silenzio, interrotto solo dal rumore dei remi. Non è campagna perché non c’è neanche un albero; non è città perché non si percepisce il minimo movimento; e neppure un vascello perché non si sposta: è un luogo di residenza che la tempesta trasforma spesso in prigione; perché ci sono momenti in cui non si può uscire dalla città e nemmeno da casa propria. […] Qui è tutto mistero: il governo, gli usi, gli amori. […] Poiché il sistema di governo impediva ai sudditi di interessarsi agli affari politici, e la situazione geografica della città rendeva impossibile l’agricoltura, il passeggio e la caccia, ai Veneziani non restava altra occupazione che il divertimento, così Venezia divenne una città di piaceri. […] Sulla Riva degli Schiavoni ci sono abitualmente delle marionette, dei ciarlatani, dei cantastorie che si rivolgono in mille modi all’immaginazione popolare. Soprattutto i cantastorie sono degni d’attenzione: di solito recitano in prosa degli episodi del Tasso e  dell’Ariosto riscuotendo l’ammirazione di chi li ascolta.8

Nell’ultima parte del romanzo, Corinna, dopo la fine del suo appassionato rapporto d’amore e l’inutile viaggio in Scozia, debilitata nel corpo e nello spirito, rinuncia  a ritornare a Roma, dove ha vissuto momenti felici col suo lord inglese, per dimorare a Firenze, cui sono dedicate descrizioni e riflessioni, compreso l’elogio dell’eloquio toscano:

 

E’ una vera gioia ascoltare i Toscani, compresi quelli delle classi inferiori. Le loro espressioni, piene d’immaginazione e d’eleganza, danno l’idea del piacere che si doveva provare ad Atene, quando il popolo parlava quel greco armonioso che era come una continua musica. Credere di essere in mezzo a una nazione in cui tutti gli individui siano ugualmente colti, tanto da sembrare tutti appartenenti alle classi superiori è una sensazione del tutto speciale. Perlomeno è questa prodotta almeno temporaneamente dalla purezza della lingua.9

 

Corinna, creatura già intrisa di sensibilità romantica, poetessa, interprete dell’anima del suo popolo, non è solo la personificazione dell’Italia, ma diventa il simbolo delle varie anime europee perché lei stessa è italo-inglese e l’uomo di cui si innamora scozzese: l’infelice storia d’amore tra i due e la morte della ragazza alludono probabilmente alla leggenda tedesca degli amori tra la ninfa Hulda e il cavaliere Albrecht, di cui Germaine aveva visto una rappresentazione teatrale a Weimar  nel 1804, con la differenza che Corinne, dopo averlo incantato, lascia Oswald libero di ritornare in patria e dedicarsi ai doveri nazionali, perdendolo per sempre.

Con questo personaggio la De Staёl mescola insieme le tradizioni nord-europee con quelle greco- mediterranee: ne nasce un’eroina che, per superiorità intellettuale e morale, è destinata alla solitudine e all’infelicità in quanto la società non è ancora pronta ad accettare un tale modello femminile. Insomma Corinna può essere letto anche come un romanzo proto femminista.

 

Il viaggio in Italia di Germaine lascia dunque tracce profonde nel suo spirito: non è solo il Gran Tour nella classicità tipico dei viaggiatori europei dei decenni precedenti ma una full immersion nella cultura e nella sensibilità di un popolo, con l’adozione, attraverso la protagonista, della prospettiva italiana. Da qui lo straordinario interesse per l’opera, pur nella varia gamma dei giudizi, e il merito che le attribuisce Leopardi:

 

Io credeva di essere nato per le lettere, l’immaginazione, il sentimento, e che mi fosse al tutto impossibile l’applicarmi alla facoltà tutta contraria a queste, cioè alla ragione, alla filosofia, alla matematica delle astrazioni…non credetti di essere filosofo se non dopo lette alcune opere di Madama De Staёl10.

 

Note

 

 

1.Madame De Staёl Corinna o L’Italia Mondadori 2006 pag.5

2. Ibidem pag.10

3.    “        pag.78

4.    “         pag. 287

5.     “        pag.287

6.     “        pag.293

7.      “      pag. 425

8.      “      pagg.431-433

9.       “      pag.529

10.  Giacomo Leopardi  Zibaldone di pensieri Garzanti Milano 1991 pag.1012

 

Maria Gisella Catuogno