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Sognando un sottosviluppo sostenibile
di Paola Rizzu

“Se esiste una parola per dire i sentimenti dei Sardi nei millenni di isolamento tra nuraghe e bronzetti forse è felicità. Passavamo sulla terra leggeri come acqua, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia tra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenti verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta” .

Rubo le parole di Sergio Atzeni, rubate da altri prima di me, perché niente è capace di raccontare meglio quello “che era” . Poi arrivarono i Savoia a disboscare le foreste, l’Unità d’Italia e la costruzione della ferrovia, la guerra, la ricostruzione e la lotta alla malaria; il piano di rinascita che allontanò dalle terre migliaia di braccia, per avvicinarle alla sicurezza del posto fisso e all’inquinamento della chimica; la costruzione della 131 (che autostrada non è, e che ci vogliono comunque delle ore per percorrere i 200 chilometri che dividono il nord dal sud dell’Isola) necessaria alle fabbriche; la svendita dei terreni della costa Smeralda; la costruzione dei paradisi di plastica che i sardi osservano elemosinando assunzioni stagionali. Poi la chimica iniziò a raccontare i suoi errori e a lasciare in eredità inquinamento, tumori, leucemie, disoccupazione, alcolismo, disgregazione e alienazione e terreni infertili. E allora si inventarono l’eolico selvaggio e i certificati verdi, utili a chiunque tranne che al nostro paesaggio; il più grande poligono d’Europa, Quirra, e presto – se i piani dell’Eni andranno a buon fine – il più grande deposito di idrocarburi d’Europa. E che dire delle centrali Nucleari ? Un tempo la chimica a PortoTorres dava occupazione a 16.000 persone, il catrame nelle spiagge lo sopportavamo, nostre madri avevano sempre la trielina pronta per rimediare alle macchie sugli asciugamani; con gli scarti del pvc che tappezzavano le spiagge facevamo collanine e mosaici con la vinavil. Ora i lavoratori sono poco più di 1.000 (su una popolazione di 22.000 abitanti sono 6.500 gli assegni sociali e 7.000 i disoccupati) . L’area occupata, in larga misura da bonificare, è di circa 1.500 ettari.

Con questi numeri l’ultimo disastro assume contorni ancora più foschi. Al territorio resta la rabbia e la desolazione.
Alcuni di noi però accarezzano una speranza, che si faccia strada sempre di più il sogno di ritornare a quello “che era”, la terra e le nostre ricchezze naturali .
Riusciremo a contagiare il nostro sogno ?

Paola AnarKiss (Paola Rizzu)

Sassari, 14 gennaio 2011

 

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Sotto le fotografie di Paola Rizzu del disastro ambientale  il giorno dopo lo sversamento in mare di diecimila litri di combustibile dai serbatoi della centrale di Fiumesanto a Porto Torres.

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NOTA REDAZIONALE: si ringrazia INFORMAZIONE LIBERA per l' attenzione