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Ci vuole la generosità, l’abnegazione, il coraggio dei vent’anni per affrontare da sola, come ha fatto Federica Iezzi, oggi trentenne medico cardiochirurgo a Roma, un viaggio per il Burkin Faso, nell’estate del 2000, e una full immersion di tre mesi nell’inferno e nel paradiso di questo Paese, un tempo chiamato dagli occidentali Alto Volta.

Ma ci vuole anche, già prepotente, una vocazione per la professione medica, che le difficoltà e le prove da superare confermeranno pienamente, anziché scoraggiare, in quella ragazza determinata che è soltanto alla fine del suo primo anno di Medicina.

 Che immense differenze! Qui mi considerano quasi un medico mentre in Italia sono considerata soltanto come uno dei tanti studenti in Medicina. (pag.15)

 E’ meraviglioso curare in questo modo la gente e sentirla così vicina. Ascoltare i sintomi accusati e, sulla base di essi, essere preparati a diagnosticare, avendo a disposizione pochi mezzi,una malattia e immediatamente dopo essere pronti a curarla, con le scarse medicine presenti qui. Sentivo forte il bisogno di tutto ciò. Ora sento di amare, profondamente, la medicina. E questa gente. (pag.19)

 Innanzi tutto, dunque, questo diario africano è una splendida testimonianza umana e professionale, che ci ridà fiducia nel futuro, se esistono, e speriamo che siano molte, persone come Federica. Poi è anche un agile libretto, dalle evidenti qualità letterarie, che si legge in poco tempo, dato che tiene desta l’attenzione del lettore dalla prima all’ultima pagina.

L’autrice infatti sceglie consapevolmente alcuni momenti, alcuni tratti di quest’avventura straordinaria e, attraverso queste sapienti pennellate, crea un dipinto fisico e spirituale dell’Africa che non ci scorderemo. Così tratteggia il deserto:

 Una tavola sinuosa, del colore dell’argilla che sembra inglobare e assaporare pigramente il tuo corpo, il tuo spirito inadeguato. Quegli insignificanti granelli di sabbia fulva all’improvviso ti pungono il viso, ti solleticano le dita,ti abbracciano e ti scaldano. Le delicate dune del Sahara si ergono da terra come i seni di una donna, che ne modellano il corpo. (pag.8)

 E subito dopo:

 La terra africana è rossa: sembra essere intrisa di sangue. Piccoli villaggi sono dislocati come se fossero stati buttati a caso, senza regole, nell’immensità dell’arso territorio. ( pagg. 8 e 9).

 Quello che nessuno grida al nostro ottuso mondo occidentale è il delizioso aspetto del paradiso. Il candore della terra rossastra, la limpidezza degli occhi cavi della gente, la sensazione di quiete che t’assale, il profumo., la pace che ti paralizza. (pag.10)

 Una sorta di misticismo avvolge completamente l’Africa (pag.12)

 Ma è soprattutto il paesaggio umano ad attrarre Federica:

 C’è molta gente. Ci sono molti bambini. […] Il ritmo di vita è molto dilatato, il tempo sembra scorrere al rallentatore. Il martellante susseguirsi di situazioni, normale in Europa, è ben lontano dalla vita africana. Qui sono costantemente presenti la calma e il silenzio. E’ una sorta di lunga meditazione. Il silenzio viene rotto soltanto, sulle strade,dalle urla dei bambini che giocano, di pianti dei più piccoli. (pag.10)

 E nella descrizione del mercato, sembra di vederli quei banchi improvvisati carichi di merce dagli odori forti e inediti per l’olfatto europeo:

 Sacchi di mais, miglio, riso sono sistemati, in modo disordinato, al di fuori dei teloni. E gli aspri odori dei manghi, pompelmi, banane saturano completamente l’aria. Piccoli bambini girano per le viottole che si formano nel mercato, con grossi vassoi sulla testa, all’interno dei quali è possibile trovare da pomodori, verdure, piccoli pacchetti di miglio, a pezzetti di sapone. Il contatto con la gente è molto forte. Sembra che ci si conosca tutti da anni. Ci si scambia saluti, ampi sorrisi, strette di mano, qualche parola in moorè. (pag.22)

 Ma è la prima visita al dispensario dove dal lunedì successivo lavorerà, a farle brutalmente rammentare la ragione della sua presenza in Burkina:

Era colmo di gente…e dicono che il sabato è il giorno della settimana in cui si lavora di meno!

Miseri bambini malnutriti occupano grosse panche […] Imboccati da giovani donne, mangiano yogurt e si guardano intorno. I loro occhi smarriti sembrano terrorizzati da quell’ambiente. Non possiedono forza necessaria per piangere; così, senza fare resistenza, sono costretti a sottostare agli ordini delle loro madri. Arrivano in questo angolo del dispensario donne con i loro piccoli sulla schiena, avvolti in un lungo telo.

 Poi il lavoro comincia ed è, fin dal primo giorno, massacrante; eppure Federica non la sottolinea quasi mai questa fatica:

 Oggi è stato il mio primo giorno di lavoro nel dispensario. Sono stata in laboratorio. Abbiamo fatto centinaia di prelievi e altri esami sanguigni. Questo in meno di un’ora e mezza. In tutto il dispensario ci sono soltanto due infermieri, nessun medico. La maggior parte delle persone che vi lavora non ha alcuna abilitazione medica, eppure fa prelievi, esegue esami sanguigni, tenta di trovare, attraverso vetusti microscopi, il maggior numero possibile di  microrganismi anomali.

Per tutta la mattinata, al microscopio, attraverso la tecnica della goutte épaisse, ho portato avanti la ricerca del plasmodium falciparum, agente infettivo della palue, come chiamano qui la malaria. (pag. 14)

 L’esperienza che si fa sul campo è straordinaria.

 Ovviamente non avevo mai visto i trofozoiti di plasmodium falciparum e sono sicura che in Italia non mi avrebbero mai dato la possibilità di osservarli, né tanto meno la possibilità di fare diagnosi, cosa che in Africa ho svolto regolarmente. (pag.15)

Sono riuscita, inoltre, a osservare protozoi intestinali di forma vegetativa come entamoeba histolytica, giardia intestinalis, levures, trichomonas, necator americanus, hymenolepys nana, i quali provocanoi più gravi disturbi a carico degli apparati digerente e genito-urinario, nei paesi tropicali. (pag.17)  

 Ma è soprattutto la modalità di reazione alle cure della popolazione locale, in particolare dei bambini, a colpirla profondamente:

 Numerosi bambini, veramente molto piccoli, fanno il controllo per la palue. Inizialmente piangono in modo così violento da straziarti l’anima; poi sembrano rassegnarsi e aspettano silenziosi la fine dell’esame. […]Nel pomeriggio ho visitato un bambino. Era estremamente magro ma aveva la pancia gonfia […]Era là solo, abbandonato. Non chiedeva nulla. La solitudine qui sembra più ingente.(pag.17)

 Nel pomeriggio ho curato una dermatosi generalizzata in una donna sieropositiva […]era stanca e molto magra, aveva occhi neri e grandi. Si è appoggiata alle mie braccia (pag19)

 Laetitia, una bambina di pochi anni con una piaga sulla gamba, si fa disinfettare come un’adulta e poi ringrazia, sale sulla schiena del fratello più grande e ritorna a casa.

Nel corso di una sola mattinata Federica fa diverse centinaia di medicazioni. Ed è soltanto in questo punto del suo diario che l’autrice lascia intendere quanto sia apprezzata:

 Jean-Claude, che lavora ormai da molto tempo nel padiglione di chirurgia del dispensario, dice che quando ci sono io…”Se marche!” (pag.39)

 Col passare delle settimane, Federica riceve manifestazioni d’affetto che la commuovono; l’iniziale diffidenza di qualcuno verso di lei in quanto bianca, nassara, è completamente superata:

 Mentre camminavo lungo la strada per arrivare al dispensario,da lontano, un esiguo numero di bambini con in testa pentolini pieni di cibo, diretti in nutrizione, mi hanno salutata alzando le loro manine.

E’ amabile il rapporto che, giorno dopo giorno, loro stringono con me. Non è possibile raccontare né comprendere quanto questi momenti siano belli, se non vengono personalmente vissuti. (pag.47).

 Eravamo in cinque a lavorare, eppure tutte le donne sono venute da me per l’iniezione. […] Si fidano di me. Si fidano delle mie capacità. Hanno fiducia nelle mie mani…Questo mi commuove. (pag.49)

 Per tutto questo, quando, trascorsi i tre mesi in Burkina, per la futura dottoressa, s’avvicina il momento della partenza, il mal d’Africa l’assale più forte:

 Amo l’Africa, amo la gente che vive in questa spettacolare terra e sono terrorizzata alla sola idea di lasciare il calore africano per tornare nel freddo europeo. Sono convinta di non riuscire a raggiungere mai più la deliziosa pace che ho avuto il privilegio di toccare, qui. [pag.49].

 Ritornata in Italia, alla fine di settembre, poco dopo Federica si ammala; teme sia nuovamente la malaria che ha contratto l’estate precedente ma da cui era guarita. Le analisi dicono che non è malaria, ma la risposta del suo corpo sfiancato ai mesi africani. E’ dimagrita dieci chili e non ha mai fame.

Lentamente si riprende e il 29 ottobre annota nel suo diario, all’ultima pagina:

 Ho tanta nostalgia della mia terra. […]Sono soltanto un granello del deserto africano che vaga con il vento e aspetta di ritrovare l’aria infuocata da cui ha preso forma. (pag.61)

 Un richiamo irresistibile ha continuato dunque a rappresentare l’Africa per Federica, a distanza di dieci anni, tanto da indurla a ripartire tra un paio di settimane, per una nuova, nobile missione professionale e umana, questa volta in Camerun. E sarà senz’altro, anzi più della precedente, per l’arricchito bagaglio medico, un’esperienza straordinaria per lei e, osiamo sperare, anche per noi, se ce la racconterà in un diario bello e emozionante come questo.

 

 Maria Gisella Catuogno