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Francesco De Girolamo è un poeta che va assaporato lentamente, poesia dopo poesia, verso dopo verso, lasciandosi andare al vortice continuo della sua forma circolare, musicale eppure priva di facili morbidezze e manierismi banali; perchè ci si accorge subito che, sostanziale a questa forma, e nel contempo speculare ed intrecciato ad essa, vive un dialogo interiore sofferto, una volontà lacerante di svelare se stesso e il mondo.

Di conseguenza, De Girolamo è anche un artista che, per essere compreso a fondo, va seguito nel suo percorso poetico ed esistenziale sondando le sue variabili tematiche ed i suoi sviluppi estetici, ma anche la coerenza della sua scrittura e del suo “essere uomo” attraverso il tempo; quale migliore occasione per conoscerlo come merita, quindi, se non leggere questo volume, uscito nell’elegante presentazione editoriale di Lietocolle con il titolo di “Paradigma”, che unisce un’antologia personale e testi inediti dal 1997 al 2009?

“Mentite spoglie” ci introduce subito dentro l’universo di questo poeta, che non è mondo chiuso, impermeabile alle istanze e tendenze del contemporaneo; al contrario, parte esattamente dal crollo, del resto già da tempo verificatosi, di tante ideologie e di tutti gli “ismi”, per rinascere di volta in volta, giorno dopo giorno, attraverso le parole che conquista e ci offre.

La consapevolezza del vuoto che circonda gli esseri umani, delle sabbie mobili che hanno minato certezze secolari, non gli impediscono di possedere un caldo e costante senso vitale; ne risulta un discorso poetico tutto calibrato sugli opposti (luce-buio, fuoco-gelo, ricordo-oblio, essere-non essere ), in un gioco continuo ed efficacissimo di contrasti ed ossimori, ed è inevitabile che ciò avvenga, in quanto Francesco stesso si sente “doppio” e diviso tra esigenze contrastanti ( fede e ragione, molto spesso, o forse più precisamente bisogno di credere e impossibilità di adeguarsi ai canoni tradizionali della fede).

MENTITE SPOGLIE

Quello che vedo non è quello che penso;
quello che dico non è quello che sento;
i miei amici sono i miei nemici;
l’io che non sono ha ucciso l’io che ero.
Portami via con te, portami dentro
il tuo tiepido cielo senza vento.
Tu sola hai la chiave della porta
stretta e segreta, e solo la tua mano
può sollevarmi a stento dall’abisso
voluttuoso del mio nulla in cui cado
inerme ormai da più di mille vite.
Vedo i tuoi occhi chiusi che non parlano
e sento che le tue labbra non vedono
il risveglio nel tuo letto dorato,
dove attraverso il tuo viso, il mio sguardo
afferra in sé il cuore azzurro del tempo.

Nel fondo delle cose e dell’anima, là dove addentrarsi potrebbe portare alla perdita del sensus sui ed alla disperazione, una figura emblematica di donna viene qui caricata di facoltà salvifiche. E’ lei il “Tu”di questa poesia: pronome frequentissimo e molto amato nelle poesie di Francesco, dove, più che dividere ( in senso grammaticale, la prima dalla seconda persona), unisce; infatti, quando scrive “tu”, maiuscolo o minuscolo, il poeta parla con se stesso o con un altro essere umano, uomo o donna, presente nel testo, oppure si rivolge al suo lettore, o ancora dialoga con Dio, con l’Altro, chiunque egli sia:“fratello-complice più che padre-creatore”, come scrive egli stesso in un commento in rete.

Particolarmente intenso e ricco di pathos è il tendersi verso Dio (che insieme è un ritrarsi da lui, nell’abituale trama di contrasti tipica di Francesco De Girolamo ) rappresentato in “Ultima grazia”; la forma narrante qui non è il dialogo, ma un raccontare la propria vita per essenza cercando di staccarsi, di vivere il dramma della preghiera che una parte di sé vuole inascoltata sublimandolo nella musica icastica dei versi.

ULTIMA GRAZIA

Con tutte le mie forze
ho pregato Dio di non esistere,
di non squartarmi più il cuore sordo
col suo sussurro di vento in tempesta,
di non trafiggermi più con lo sguardo
delle sue gelide stelle inquiete,
di non tendere più le sue mani
nel labirinto del mio placido abisso.

Con tutte le mie forze l’ho implorato
di cancellare il suo nome dalla mia anima,
la mia anima dal suo paradiso,
le mie lacrime dalla sua croce.

La nostalgia della sua ombra infuoca
la stanca apocalisse di un istante
nel pallido riflesso del ricordo…

Con tutte le mie forze ho domandato
l’oblio di ogni sogno sepolto,
il silenzio di ogni richiamo lontano;
e lui, nella sua sconfinata accondiscendenza,
ha accolto la mia preghiera
donandomi la sua Assenza.

Il più recente”Paradigma”, che non a caso dà nome al volume di poesie, è una nuova e profondamente sofferta meditazione sull’enigma della fede, su quel richiamo che lacera ogni essere umano perchè provoca taglienti contraddizioni; qui, non è protagonista l’Assenza di Dio, ma l’impossibilità dell’uomo di sottrarsi al richiamo di quella specifica speranza (evocata anche in “Ed in tuo nome”) che si identifica nella divina “follia lucente”, l’unica in grado di attraversare la morte.

Un dio estremamente umano, del resto, “concrezione d’apparenza” che si rivela in “una stanza, in cui tre cuori soli / vinsero la partita, il giro e il gioco”: tenera visione di trinità domestica in un interno.

Lacerato il velo delle ambiguità, la sofferenza del dubbio si stempera nel’esercizio della vita quotidiana, concesso anche al poeta, e nell’esercizio salvifico della scrittura, di cui l’uomo-poeta può giustamente esere orgoglioso.

Personalmente, mi sono piaciute molto due poesie che hanno per titolo un colore, “Rosso d’oriente” e “Rosa dorato”, tutte giocate su significati simbolici del rosso e delle sue sfumature luminose, dalla più carica alla più tenera: colori e luce che vibrano nell’aria, nella natura, nell’uomo, nella donna.

Francesco De Girolamo ottiene due quadri impressionistici sotto forma di parole, che alludono a ciò che è lontano, inafferrabile, mutevole, tanto più desiderato quanto più si sottrae alla definizione ed al possesso.

Un’altra poesia che mi ha incantato con una sua suggestione tutta particolare è “Inverso”, dove l’io si esprime, per l’appunto, in prima persona; eppure, lo fa nel momento stesso in cui canta la propria precarietà, la propria scissione, il proprio esistere immerso e sommerso dentro “un’onda sempre in moto”, metafora del tutto e del nulla tipica delle filosofie orientali.

La parte antologica si conclude con un testo, “Fuoco e gelo”, che procede per riflessioni e immagini cariche di echi suggestivi: una meditazione sul vedere oltre l’apparenza, per un recupero di altre e più autentiche dimensioni.

Ma gli occhi del volto più amato
impressi al fondo dell’alveo sommerso
della coscienza, ci condurranno lievi
al ritorno nel non qui mai svelato.
E finalmente avrà inizio l’inizio.

Non voglio addentrarmi sul rapporto di Francesco De Girolamo con la tradizione poetica; egli stesso si è dichiarato ammiratore di autori come Corazzini e Marino Moretti, inoltre del tarantino Raffaele Carrieri, altri hanno citato Caproni.

Mi sembra evidente che ogni voce personale, in qualunque campo artistico, deva onestamente riconoscere un debito di riconoscenza verso i propri predecessori; perfino le avanguardie più iconoclaste hanno bisogno di un muro da abbattere per poter ricominciare.

Forma e sostanza sono sempre strettamente intrecciate, come anima e corpo, in De Girolamo: una forma, che è stata definita tendenzialmente “chiusa”, e appunto per questo mette spesso in risalto le mille scissioni che il poeta vede in sé e nel mondo – in caso si tratti di poesia sociale si può parlare di denuncia e smascheramento. Nel volume “Paradigma”, però, non compaiono testi inquadrabili in quest’ultimo genere.

Mi piace invece concludere con un’ultima poesia, facendola precedere con parole usate da Francesco stesso: un canto accorato e insieme sereno, che si snoda con una lenta ritualità ed una visione a volo d’angelo, dall’alto.

“Le caratteristiche di composta solennità tipiche della tradizione del canto greco classico sono confluite anche nel “Trisaghion” ortodosso, che personalmente amo moltissimo. Mi piacerebbe che questa mia lirica potesse avere la forza ispirata di questo accorato, ma severo, canto di meditazione, in una dimensione di misticismo laico, però.”

Scrigno marino 

Dunque riposi. Dove? Ne hai avuto abbastanza
di tutto. Non hai chiesto scusa
a nessuno. Nessuno hai perdonato. Senza veleno
hai addentato la nera mela dell’albero ignoto.

Ed i tuoi occhi? Quella luce inafferabile,
timorosa di essere? Svanita in un attimo?
O scivolata leggera verso un altro accecante
baluginare senza confini?

Ed il tuo corpo, la tua invisibile, tormentosa
magia? Mite e stanco, riposto
in uno scrigno marino, la cui musica afferra
il solo cuore della memoria?

Da una quadriga di angeli
vidi issarlo, in silenzio,
sopra la folla cupa, sorda, smarrita,
che rientrava in schiera sparsa
ai bianchi sepolcri dei suoi inespugnabili
sogni di pietra.