Beinecke Rare Book and Manuscript library - Yale University

Vedi, mio caro Nessuno,

Rose is a rose, is a rose, is a rose, diceva quella gran marpiona di Gertrude Stein … cosa credi volesse dire con questa semplice ripetizione di un significante sulla cosa referente?

che le cose sono quello che sono ed una rosa è solo una rosa, sembra volesse dire questo, sì, ma se strappi la parola “rosa” al suo ramo e la osservi come immagine foriera di significato, noterai subito che un’infinita gamma di interpretazioni e sensi, simultaneamente, dalla pronuncia del suo nome alla sua immagine vermiglia, andranno a ripescare i tuoi archetipi emotivi più nascosti, sussurrandoti menzogne su improbabili passioni, amori, dolori, sanguigni tormenti, etc.

– E poi, cosa sarebbero mai, amico mio, le r o s e senza spine?

 

Ora, se ci pensi bene e le osservi attentamente, potresti raccoglierne ogni sillaba sulle labbra e, invertendo il corso dell’aroma sulla lingua, scoprire che con un semplice passaggio di congiunzione da fine a capo, ti ritrovi lì l’eros bell’e pronto ad incunearsi tra denti e narici con tutto il senso di una corposa essenza.

 

Ma parliamo pure di poesia, che poi è quello che ti aspetti da me:

non ci sono regole, caro mio, e questa è la prima regola che non posso insegnarti

Se poi credi che esprimere un concetto contando undici piedi basti a saziare il ventre di un presunto e poco probabile lettore, non hai compreso nulla di quello che hai da offrire – ammesso che anche tu abbia la presunzione di aver qualcosa da offrire -.

 

E devi essere pronto ad essere ridicolo, burlato, guardato di traverso come lo scemo del villaggio … e sì, mio caro, perché il poeta è un po’ anche questo, un essere orgogliosamente e consapevolmente ridicolo che sopravvive al ridicolo circostante, parlandone.

 

credi forse ci si aspetti da te maestria, retorica, strabilianti effetti di nero su bianco articolati in modo da colpire l’occhio nel fulcro del suo estetico bagliore?

 

hai tanta polvere da mangiare

tanto sale da inalare fino alle radici neuroniche della follia che ti manca:

la correttezza, l’integrità del dolore, la malattia spogliata e violentata fino allo stupore,

la capacità di mostrare le tue carni pendule in tutta la loro vergognosa forma

nei difetti del derma imperfetto

nelle auree catene del sogno

nelle visioni del senso fino alla crudeltà del tuo stesso istinto,

costituiscono lo scarto tra la domanda inevitabile e la bestia, che irrimediabilmente incarniamo, pur cogitando.

Questa cosciente ed ossessiva ricerca di verità ineffabile e soggettiva, che bene e male travalica di un soffio da un capo all’altro, sicché non si possa spiegare dove primizia e muore ogni misero dolore; la connessione tra ciò che ti circonda ed il cosmo interiore, l’abisso, l’inferno, la meschinità tua da traghettare attraverso le pupille di chi ti legge voglioso e putrido, perfetto ed angelico, costituisce il passo, la virgola implicita, la pausa, lo spazio bianco del pensiero nel suo accapo, che nel visionare la crudezza di un nonnulla in ogni segmento d’esistenza, ritrova la sua interezza.

 

Ma questo lo apprendi solo soffrendolo, strappandotele le budella fin dentro le sillabe dettate dall’infimo male che pressa sulle tempie in una morsa di coscienza artefatta ed educata al buonsenso comune, che si spira ed allunga negandosi a se stessa, come una biscia, un serpente che dimena la sua muta; ed è allora, solo allora che muovendo la mano tra foglio e penna, esorcizzi la morte nella consunzione degli occhi affamati di sofferenza fino al fulcro della effimera gioia di una presunta risposta.

 

Guardare lo splendore delle cose che non mutano espressione dinanzi al tuo infinitesimo passo, sentire dentro la passione, l’ardore, la freccia, la fugacità di un attimo da leccare voracemente per poter incarnare ancora una volta, ancora una volta – a n c o r a – le trecce di un qualunque aprile sul sentiero sanguigno delle labbra, senza la speranza di perpetrarne il senso oltre l’apparenza della sua veloce digestione; conoscere il senso intimo del suono di ogni parola, scinderlo dal contesto oggettivo di un registro prestabilito e rendergli nuova vita, travalicando l’empirico nesso tra dire e fare, ed intessere, così, una trama che di_verso in_verso possa congiungere i fili spezzati di un aquilone, riguadagnando le manifestazioni semplici di una fisica breve, quella che apprendi dal primo lancio di oggetti dal seggiolone per misurarne il tonfo nella memoria del timpano ed evitare – così – di cadere; rimuovere le sovrastrutture di una catena semantica e verbale che rinchiude l’epidermide tra le regole statiche del presente e spaziare in un arco temporale che, ricurvo, abbatta le norme della continuità in unico procedere, riscoprendo l’integra purezza dell’ombra infantile tra paura ed eccitazione, ignoto e fato, esorcizzato dalle mostruose figure di una fiaba a lieto fine.

 

Mi chiedi cosa sia la poesia, mi inviti a sentenziare con sguardo distratto e posa recitativa, ma la poesia la scrivo dentro le mura di una semplice abitazione, che il tempo ha cementificato intorno ad un muscolo che batte e non sa amare, giacché non risiede nel suo pulsare la ragione di ogni spinoso dolore, e non abbiamo certo nome per quest’affezione cerebrale che nella memoria semina rovi di speranze e diaboliche visioni maturate tra istinti e disprezzi nel lungo conto di debiti da pagare.

 

Poi, sai bene, ci sono quelli che credono che scrivere male, partendo da un basso continuo che sanno solo i m i t a r e, sia la soluzione originale per smantellare la lingua e far fronte all’inflazione delle parole, e allora li vedi lì che si affannano ad infilare gergo “imprestato dal caso” in un contesto piatto che, però, deve pur rivelare il suo alto lignaggio intellettuale, ed allora ecco che – necessariamente – dovranno inserire qualche somma citazione, ma appena appena sfumata, quasi cifrata, rintracciabile solo dagli eletti educati al compendio logico del batterzachi, sì che il circolo si chiuda in tutta la sua colta purezza dentro la nobile fortezza, faro e miraggio di degustazione à la page, ma non da tutti.

 

E lì mi raccomando giù pesante con i prosciutti e le festicciole alla buona – s’intende -, sempre con un tocco di classe però, che non è acqua, ma vino e di quello buono, abbondantemente disseminato qui e lì su tavoloni di legno ben intagliato e spesso, che rendano consistenza materica al girotondo di parole e mimesi, che via via si inscena. Tutto sempre ripreso e ben documentato, che oggi la pubblicità è tutto, … – eh sì – mio caro, ne siamo tutti vittime ignare che si credono più furbe nell’inscenare la propria svendita al consumo.

 

Si smettesse almeno di parlare in modo così piatto di bellezza, amore, bene

*la bellezza salverà il mondo*, .. ma insomma, hai visto mai che la bellezza salva se stessa da se stessa …?

Si parlasse in modo concreto della verità delle cose, delle cosce imperfette di una donna quando invecchia, dei seni che si afflosciano rivelandone l’essenza, il fulcro, la ragione; si parlasse della bellezza del tormento che nasce dal male di vivere, dal brutto, dal riprovevole, dal rimorso; si parlasse del disgusto per lo specchio al mattino, di quel toccarsi il viso tra la voglia di una stretta assassina ed una carezza benevola che accondiscende al difetto dietro l’ombra di un trucco da indossare. Si parlasse almeno del mare come di un’immensa bocca senza cantarne le brume al tramonto, della natura quando è meschina, quando la pietra è aguzza, ed il sale dissecca e non produce splendore, verde, ricchezza. Si parlasse almeno un po’ delle cose rintracciandone la bellezza nell’imperfezione di questo sistema di equilibri incerti.

 

Si dicesse, ogni tanto, quanto falso può essere il bene quando mira alla sua santificazione sociale, quanto l’elemosina possa essere egoismo ed un sorriso un ghigno ieratico che rivela nello splendore dei denti il morso della iena. Ed in tutto questo scintillio di sangue e sudore, riconoscere il flusso vitale di quell’incantevole umanità vera, sporca, animale, che si sveste dell’oro bizantino al sole dell’apparenza. E scavare scavare nell’ignobile che ci appartiene fino a ritrovare la purezza dell’istinto ingenuo della bestia, che uccide per sopravvivere ed ama le carni di cui si nutre. Imparare ad amare la bassezza, il difetto, la natura estrema e selvaggia che secoli di facciata hanno seppellito all’ombra del terrore e dell’eterno. Riscoprire il qui ora, la lotta, l’azione, il passo e l’istante del presente di cui nutrirsi oggi e non domani, o in un qualunque p e r s e m p r e. E la passione, la passione che è fato d’unghie, destino scavato nelle ossa, carne che si cuoce di consapevoli orrori, deliziosi sapori, odori di sopravvivenza. La passione che non ha senso e non ha sesso, né vincoli nel corpo, la passione come idea, tarlo, libertà che brucia l’ossessione

 

di me che non sono nulla

e non sarei che poco più di niente

se solo non sapessi di essere quello che scrivo

ed il suo esatto contrario

che dialoga con nessuno.

– Ma tu, chi sei?

Io?… La Rosa.

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