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su Attraversando un paese sconosciuto di Anna Maria Ortese

di Viviana Scarinci

“Uno scrittore-donna, una bestia che parla, dunque” A.M. Ortese

 Attraversando un paese sconosciuto è un saggio che appartiene a un insieme di scritti databili tra il 1974 e il 1989, raccolti in seguito nel libro Corpo celeste. Anna Maria Ortese lo scrisse su una richiesta che le “veniva da un istituto italiano di cultura di una città del Nord, molto nord, di Europa” (1). A seguito di questa richiesta, nacque uno scritto che subito l’autrice percepì come “un’altra cosa. Una relazione, ma non proprio di cultura, di vita” (2). Il rapporto che l’autrice ebbe con la realtà, e perciò in un certo senso con quanto si indica come vita, è un rapporto contradditorio. “Con il suo precario lavoro giornalistico degli anni Quaranta e Cinquanta, Anna Maria Ortese aveva sinceramente cercato di apparentarsi a qualche realtà condivisa, ad assimilarsi a una qualche sociale cittadinanza ”(3). Ma quanto l’autrice stessa scrive come sua definizione nell’Autodizionario degli scrittori italiani (4), a cura di Felice Piemontese, sembra decretare il fallimento di quel tentativo. Tuttavia ciò non è del tutto credibile. Come può un tale potere immaginifico e una forza creatrice così originale, fare presa e traslare metaforicamente la realtà (penso a libri come l’Iguana, Il cardillo addolorato) generando la stessa intensità che la visione della realtà richiede per essere detta? Come può farlo, una scrittrice che con la realtà abbia davvero rotto i rapporti? Sarebbe stato funzionale asservire il proprio ingegno al puro intrattenimento letterario, anche se di qualità. La fortuna letteraria le avrebbe forse arriso più di quanto le sia accaduto, se la progettualità delle convenienze, fosse stata attuata scientemente, se lei se la fosse legittimata come una tra le prime competenze di uno scrittore, anziché porre la sua speciale forma di integrità al primo posto, come in effetti fece. Le sarebbe stato facile scrivere con profitto materiale, se non fosse stata punta di continuo da quella realtà che le indicava il profitto in aperta contraddizione col dovere; una realtà, di cui questo saggio dimostra una visione così lungimirante da potersi in molti punti sovrapporre al presente. A partire dalla dicotomia storica che sembrò alla Ortese aver sdoppiato la lingua italiana, come se l’unità d’Italia avesse spezzato il senso di un’integrità che a lei scrittrice, veniva dal sentimento plurale della propria identità. Come se l’unità della nazione, avesse lacerato mortalmente il ruolo duplice di una lingua, di un cuore che perso il sangue al centro della sua realtà individuale, dopo essersi disperso per le periferie del tessuto nazione, vivesse il pericolo di non poter più tornare al suo nucleo, se non ricordando la strada del ritorno che passa per la memoria più o meno antica di quanto lo abbia condotto qui e ora. “Sarebbe riduttivo” scrive Elisabetta Rasy “ascrivere Anna Maria Ortese alla schiera dei grandi anti-moderni del Novecento italiano, quelle figure che la rapida o piuttosto convulsa, confusa modernizzazione del dopoguerra coglieva né devoti né entusiasti. Come sarebbe riduttivo considerarla invece una cupa e sontuosa sognatrice che non capiva o non voleva capire le necessità della Storia e del tempo che scorre”(5). Non si tratta quindi di antimodernismo, ma di una vera e propria caccia all’identità personale e collettiva, che venga assimilata nella sua qualità composita, e più realisticamente secondo differenza. E poi c’è l’ostracismo che l’autrice dichiara di aver subìto come portatrice di quella parola, che viene detta moralistica, allo scopo di mistificarne il contenuto; è altresì presente nel saggio il riferimento alla brevissima vita della notizia e del libro che già all’autrice appariva sospetta all’epoca del suo intervento. Qui gli agganci con la contemporaneità sono molteplici. Da una parte, ancora di più oggi, certi contenuti sono poco assimilabili, per via della loro natura, di non immediata fruizione, perché attualmente i tempi di assimilazione di un messaggio complesso sono azzerati e l’attenzione, immediatamente scalzata dal messaggio successivo, cancella vistosamente anche la memoria dei messaggi precedenti. Dall’altra è chiaro come ciò possa essere usato in modo distorto, per togliere peso a contenuti necessari, anche se più o meno opinabili. Come ad esempio quelli detti morali. Quindi al di là delle considerazioni politiche che ognuno potrà trarre in proprio, essendo questo scritto, più attuale e esplicito che mai, la critica più pregnante del suo messaggio la vedrei rivolta al metodo. L’impressione di isolamento che si ha nella “sottrazione dell’altro, che ora parla altra lingua!” e il voler reagire a quell’isolamento con la denuncia, genera ostracismo, più o meno intenzionale: “quando [lo scrittore] vorrà mostrare a che cosa, nel suo paese, e sotto gli occhi di tutti, sia ridotta la vita (…) lo si indicherà come guastatore o visionario”(6). La comprensione annichilita da una scansione del tempo sempre più vertiginosa, genera l’incomprensione coatta e la negazione oltranzistica del peso che altrimenti comprometterebbe l’illusione della leggerezza. Quella leggerezza che riduce a credere non vi sia ”maestà nel vivere”(7) se non quella dimostrabile attraverso i beni di consumo e l’appetito che stimolano. Del resto “lei sognatrice non era affatto perché il sogno non coincide con la visione, che è un incidente nel percorso dello sguardo che obbliga a vedere di più, non di meno. Con i suoi occhi spalancati e insonni, Ortese vedeva all’opera nella Storia una interminabile Preistoria – in cui gli uomini come gli angeli hanno una doppia natura, contemporaneamente godendo, o dannandosi, di un tempo creaturale e di un tempo culturale o civile o politico”(8). In questa doppia natura in cui convivevano con la stessa prepotenza passato e presente, in questa dicotomia così sofferta e praticata, sta il lascito di una scrittrice cui uno dei maggiori pregi è stato quello di interiorizzare le contraddizioni di un passaggio lacerante, in atto tuttora in Italia, lasciando ai posteri, una testimonianza lucidissima e del tutto realistica del loro presente.

“Perché la nostra dittatura, se ci fosse, sarebbe lungimirante, previdente e saprebbe che per condurre un paese alla perfetta tristezza, o non identità, che assicura poi il dominio assoluto di qualcuno, bisogna prima avvezzare la gente a non vivere se stessa, la propria terra, memoria, civiltà; a non parlare il proprio linguaggio; anzi: a fare a meno del proprio linguaggio. Lingua e linguaggio; e memoria di lingua e linguaggio del passato; e degli affetti, i pensieri, i dolori delle passate generazioni, altro non sono, lo sappiamo che identità di nazione. Dunque libertà e nazione. E comincia con l’imposizione di un linguaggio, oppure, al contrario, con la distruzione sistematica del linguaggio originale di un paese – su cui si voglia agire in profondità; comincia con questa aratura imponente del suolo umano qualsiasi seria operazione di colonizzazione o dominio. Che poi, si dice nei libri, fu un mistero della storia – dei modi in cui procede la storia(9)”.

 Corpo celeste, Adelphi, Milano 1997

Note

(1) Anna Maria Ortese, Corpo Celeste, Adelphi, Milano 1997 pag. 11
(2) Anna Maria Ortese, Corpo Celeste, Adelphi, Milano 1997 pag. 12
(3) Elisabetta Rasy da qui

(4) “Anna Maria Ortese ritiene in verità impossibile esprimere un’opinione critica sul proprio lavoro, del quale ha un’idea molto confusa e irrilevante. Metà narrativa, metà giornalismo, ma casuale sempre, come sono stati tutti gli approdi della sua vita. E senza mai un progetto, perché non era in suo potere attuarne qualcuno. Un lavoro, quindi, affidato al caso. Spesso eseguito male. Motivazioni profonde non ne trova: se non lo sconcerto, del resto comune, e spesso l’indignazione, davanti a ciò che si chiama reale. E questo sentimento – che resta – le impedisce adesso di preoccuparsi se qualche futuro lettore potrà farsi di lei un’immagine più o meno vicina alla realtà. Di realtà, uno che sia in polemica eterna col reale, non può averne. Difficile, soprattutto dal di dentro, capire chi sia veramente, o che voglia, uno che non accetta – non ama – quanto è reale. Anna Maria Ortese non sa cosa ha voluto, né chi è.”

(5) Elisabetta Rasy da qui

(6) Anna Maria Ortese, Corpo Celeste, Adelphi, Milano 1997 pag. 31
(7) Anna Maria Ortese, Corpo Celeste, Adelphi, Milano 1997 pag. 30
(8) Elisabetta Rasy da qui

(9) Anna Maria Ortese, Corpo Celeste, Adelphi, Milano 1997 pag. 24