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Immagino che, a volte, tutti noi difronte a certi eventi della vita ci si senta un po’ come degli estratti vivi dalle macerie e che questa considerazione valga ancor più per i poeti che spesso tra le macerie ci si infilano, ci si seppelliscono di propria volontà. Non per una sorta di autolesionismo o di masochismo, ma per amore della verità che molte volte riluce e si rende maggiormente evidente nei momenti di dolore e di difficoltà.

“Le lacrime delle cose” di Gabriella Sica sembra proprio un libro uscito dalle macerie che hanno caratterizzato l’epifania del XXI secolo, infatti si estende tra due date: settembre 2001 e novembre 2008. E datate sono quasi tutte le poesie che lo compongono e che quindi formano una sorta di diario. Diario in cui le vicende mondiali si mescolano con quelle personali e il collante è, a mio avviso, in quell’attenzione creatrice, tanto cara a Simone Weil, che permea lo sguardo di Gabriella Sica. La sua attenzione è infatti costantemente tesa a ciò che accade e al come questo accadere, una volta interiorizzato si traduce sulla pagina.

Attenzione al mondo, a se stessa e alla poesia. Tre piani di lettura, pertanto, ci offre questo libro – universale, personale e poetico – che sono come gli strati epidermici per cui nessuno può fare a meno dell’altro, dal momento che vi è tra essi un reciproco scambio vitale. Ci sono poi innumerevoli capillari che vanno ad irrorare il tessuto connettivo rappresentato dalla scrittura, dalla poesia la cui forza semantica viene dalla Sica con dolcezza piegata al ritmo del suo battito interiore, quello del cuore, del sangue, delle emozioni e dei sentimenti.

E’ lei stessa a dircelo nella “Lettera sulla poesia” (in “Scrivere in versi”, Il Saggiatore 2003): “Quando ho provato a scrivere una poesia, l’ho fatto sempre seguendo semplicemente un ritmo interiore e niente altro, quasi non sapendo niente”. Affermazione che denota un grande senso di umiltà, nella consapevolezza di sé e del valore del proprio fare poesia, perché poi in fondo è vero che davanti al foglio bianco il poeta è solo con se stesso in quell’attimo è sempre come se fosse la prima volta e si fosse nudi e inermi davanti a ciò che ci interpella. E fare poesia è proprio rispondere, rispondere a ciò che dentro preme e urge, dare aria e voce alle tante istanze interiori, all’accumulo di vita. “Svuotare le tasche e camminare più leggeri”, dice Gabriella Sica in una poesia e mi sembra proprio che in questo libro il suo intento sia perfettamente riuscito. Dal momento che ripercorrendo con la penna i fatti dolorosi e salienti di questo nostro tempo a cui, come già accennato si intrecciano eventi personali altrettanto dolorosi, la Sica opera uno svuotamento di sé, ci offre il rovescio della sua anima, il rovescio dei fatti e la visione che essa ne ha avuta impressa nell’anima, il tutto con un linguaggio coerente alla propria spiritualità e aderente al “doppio semenzaio”, di cui parla nella nota dell’autore, ossia nella commistione di poesia e prosa, su cui la poesia scorre piana, in un luogo in cui tutto è a vista.

Si avverte, dunque, nella poetica della Sica e in particolare in quest’ultimo libro, quella che si può definire una disputa con il tempo che sfocia in una sorta di compensazione tra ciò che il tempo logora, sfibra e ciò che il poeta con le sue parole rinnova e salva. La memoria, pertanto, simile all’utile scavare del lombrico che rinnova la terra e la rende costantemente pronta per una nuova semina.

Su tutto ciò, tuttavia, aleggia un’ombra, come una carezza gelida o l’eclissarsi improvviso della luce, è l’ombra della morte unita a un profondo senso della perdita e dell’assenza. Emblematica in questo senso la poesia o meglio il poemetto “Parole con i miei morti” che è un volo radente sull’essere stati terreni di tante persone care “Siete grano d’oro e uva dolce il vino e il pane dei poeti radici che s’inerpicano al cielo” questi versi indicano con precisione e con felice espressione l’humus spirituale che nutre tutto intero questo libro. La vita, fin dal suo inizio, è tutta un susseguirsi di strappi, di perdite e i poeti attraverso la poesia tentano un rammendo, le parole come il filo per ricucire, per suturare le ferite. Lo dimostra il dire di Gabriella Sica su questi temi, non come un’astratta riflessione filosofica ma un dire che ha le sue basi in un vissuto concreto, nelle reali esperienze di vita, un dire tradotto dall’urgenza della poesia sulla pagina, che è il tentativo di riparare all’ingiustizia di tutti gli strappi e di placare la nostalgia. E soprattutto, direi, di conservare intatta la Memoria che non è solo nel ricordare, ma nel ricercare e nel rinnovare il sapore delle proprie radici, radici dalle mille diramazioni che rappresentano coloro che sono vissuti prima di noi. Non solo radici di carne ma radici culturali e spirituali. C’è un reciproco scambio tra il mondo dei vivi e quello dei morti, una vera e propria comunione spirituale e molto bella e pregnante è l’immagine con cui Gabriella Sica descrive se stessa spezzata, in bilico tra le due lingue, quella dei vivi e quella dei morti.

“Lingua madre lingua radice lingua terra/ trafitta di luce e di buio di qua e di là/lingua ferita per i vivi e salva per i morti”. Così la poesia diviene la lingua – ponte tra i due mondi, una lingua pregna di nostalgia e di un senso religioso inteso nel significato etimologico del termine non solo come unire insieme, ma anche come aver cura, riguardo o guardare con attenzione e si ritorna quindi a quel concetto di attenzione già accennato che a mio avviso è una delle caratteristiche principali dei poeti. A ulteriore conferma di ciò c’è il fatto che la Sica chiama le proprie poesie “figlie”. Molti scrittori, in maggioranza donne, hanno parlato della scrittura come una gestazione e il compimento e l’uscita del libro come un vero e proprio parto e anche Gabriella Sica ne fa le depositarie e le eredi di quella Memoria di cui accennavo poco fa e dunque un prolungamento di sé, traccia visibile del proprio passaggio e frutti di quel prendersi cura della parola che è la poesia. “Ricomincio figlie mie con voi/ idee concepite e incarnate”, come a dirci che tra l’occhio che osserva e la mano che scrive poco è lo spazio e il tempo, perché la parola erompe con la naturalezza con cui le cose avvengono, accadono anche le più drammatiche e dolorose.

Così la Sica ne fa accoglienza e relazione con il mondo che ci circonda e con gli esseri che lo abitano dagli uomini agli animali, dalle cose alla terra e ai suoi frutti, nulla sfugge al suo sguardo di poeta.

Nella sua lunga e approfondita riflessione sulla lingua poetica Gabriella Sica, tra i tanti altri pensieri che ci offre, afferma che la frattura tra le cose attraverso la poesia, la fiducia nelle parole, si risana e diviene non solo l’augurio di un mondo migliore ma il tòpos in cui tutto ciò si realizza. “Le lacrime delle cose”, infatti, pur essendo principalmente un excursus lungo le varie espressioni con cui l’esperienza del dolore ci visita e la testimonianza di come esso possa fiorire quando se ne sa distillare verità e bellezza, termina con la poesia “E poi torna primavera”. Una poesia dai toni profetici che mi ha fatto pensare al profeta Isaia di Cieli nuovi e terra nuova, e che si può definire un inno alla speranza e alla fede, “sostanza di cose sperate”, in un mondo incamminato verso il compimento del senso più alto e pieno della propria umanità. Accompagnato e sostenuto in questo suo cammino dai poeti e dalle loro parole perché la poesia, ci dice Gabriella Sica, è “ricompensa e consolazione assoluta”.

Poesia per le oche

Non tutta la carne sarà salvata

si capisce è una nota di tristezza

che trapela appena una sfumatura

nel tuo cipiglio nel becco protratto

che non è affatto segno di sussiego

nel disagio che ti fa barcollare

un palpito incessante nell’aria

di questa mattina grigia senza sole

tra le querce e i bei pini romani.

È un prudente assestamento di versi

l’atroce consuetudine dell’aspettare

e fare a meno di quello che manca.

È uno scialo coraggioso di vocali

l’accenno di un adagio un’apertura

le ali gonfie le vele aperte nell’azzuro.

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