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Tutto tutto e tutto gli aridi mondi sollevano,

Piattaforma del ghiaccio, il solido oceano,

Tutto dal petrolio, dal pestare della lava.

Città di primavera, il fiore governato,

Ruota nella terra che fa girare in tondo,

Le città incenerite su una ruota di fuoco.

Eccoti qui mia carne, mio nudo compagno,

Mammella del mare, glandoluto domani,

Verme nello scalpo, picchettato e incolto.

Tutto tutto e tutto, amante della salma,

Magro come il peccato, midollo schiumante.

Tutto che è carne gli aridi monti sollevano.

II

Non temere il lavorio del mondo, mio mortale,

Non temere lo scialbo sangue sintetico

Nè il cuore nell’ossatura di metallo.

Non temere il trebbiare, il macinare seminato,

il grilletto e la falce, la lama nuziale,

Nè la pietra focaia nelle percosse dell’amante.

Uomo della mia carne, mascella spaccata,

Conosci ora la morsa e il blocco della carne,

E la gabbia del corvo dagli occhi di falce.

Le mie immagini incedono negli alberi e nell’obliqua galleria

della linfa,

Non c’è andatura più rischiosa, i verdi gradini e la guglia

Salgono sul rumore dei passi dell’uomo.

Io con l’insetto d legno nella pianta d’ortica,

Nel letto vitreo dell’uva con la chiocciola e il fiore,

Ascoltando il cadere del tempo.

Intricata maturità della fine, i due rivali invalidi,

Viaggiando in senso orario fuori del porto simboleggiato,

Cercando l’acqua finale,

Sul terrazzo dei tisici prendendo il duplice commiato,

Salpano fianco a fianco, avventura di chi parte,

Verso l’arrivo soffiato dal mare.

II

S’inerpicano sul pinnacolo campestre,

Dodici venti si incontrano presso la bianca schiera che pascola,

In un recinto sul colle accantonano i prati cavalcati,

Vedono lo scoiattolo inciampare,

La lepreggiante lumaca vertiginosa attorno al fiore,

Un litigio di alberi e stagioni nella spirale dei venti.

Come si tuffano, la polvere precipita,

Ghiaietta cadaverica si deposita densa e regolare,

La grande strada d’acqua dove la foca e lo sgombro

Girano la lunga arteria marina

Girando un volto cieco di benzina al nemico

Girando il morto senza cavaliere accanto al muro del canale.

( Morte strumentale,

Che spacchi il lungo occhio, e il carceriere elicoidale,

La tomba a chiocciola accentrata in capezzolo e ombelico,

Il collo della narice,

Sotto la maschera e l’etere, mentre fanno sanguinare

La vaschetta dei bisturi, il funerale antisettico;

Fa uscire la nera pattuglia,

I tuoi mostruosi ufficiali e l’armata in sfacelo,

Il becchino di guardia , di guarnigione sotto i cardi,

Un gallo su un letamaio

Che annunci a Lazzaro la vanità del mattino,

Polvere sia la tua salvezza sotto la terra scongiurata).

E come annegano, lo scampanio si propaga,

Dal campanile di spruzzi la campana del palombaro

Suona a distesa la scala del Mar Morto;

E, sbattuti nell’acqua finchè il tritone non ciondoli,

Impiccato con alga di balena, dalla zattera del boia,

Odono i frangenti di vetro salato e le lingue della sepoltura.

( Volgi il perno marino da un lato,

La terra incisa rotante, affinchè la puntina del fulmine

Abbagli questa facciata di voci sul piatto girato dalla luna,

Lascia che il disco di cera balbetti,

Reliquia raschiante, le infamie e i molli disonori.

Questi, i registratori dei tuoi anni. Il mondo circolare non

si muove).

III

Essi sopportano l’acqua non morta dove abbocca la testuggine,

Vengono alle torri confitte nel mare, Alla fibra che si squama,

Al rapido passaggio del cranio di carne

E al ditale percorso dalle cellule;

Sopportate, o miei sottosopra, che un angelo doppio

Germogli dai forzieri di pietra come un albero di Aran.

Vi trafigga il vostro unico fantasma, il suo aguzzo puntale,

Ottone e immagine incorporea, su uno scettro da buffone

Fissi alla stella nell’angolo di Giacobbe,

Colle di fumo e valle dell’oppiomane,

e Amleto immerso cinque braccia sul corallo di suo padre,

Spingendo sul miglio di ferro la vista pollicina.

Sopportate la vista sfregiata della stoppia verde pinna,

V’infranga il mare dellle navi ancorati a una gomena d’uomo

Viagggio d’ossa tenute in caldo verso il fondo

Nel naufragio del muscolo;

Lasciate, amanti, la stretta e la lotta di cera e pece che invischia,

Amare come nebbia o come fuoco nel letto d’anguille.

E nelle pinze del cerchio bollente,

Mare e strumento, catturato nei serrami del tempo,

Ferro del mio gran sangue unico

Nella città colante,

Io, in un vento di fiamma, dalla culla del verde Adamo,

Nessun uomo più magico, attanagliai il coccodrillo.

L’uomo fu squame, uccelli di morte su smalto.

Coda, Nilo, e muso, sellaio dei giunchi,

Tempo nelle case senza ore

Che scuotono il teschio covato dal mare,

E, quanto a oli e unguenti sul volante graal,

L’uomo svuotato di tutto pianse i suoi bianchi paramenti.

Mascheratore del Cadavere fu l’uomo, manto imbrigliante,

Suo verboso maestro fu il putrido scandaglio,

Il mio spettro nel suo nettuno metallico

Forgiato con minerale umano,

Questo fu il dio del principio nell’intricato vortice marino,

E le mie immagini urlarono e risposero sulla collina del cielo.

Questa poesia ALL  ALL  AND ALL THE DRY WORLDS LEVER , che traggo dal libro “Poesie e racconti” a cura di ARIODANTE MARIANNI( che , vista l’ampiezza e il numero dei testi  potrebbe essere considerata pressocchè l’opera omnia del poeta DYLAN THOMAS (1914/1953) fa parte del gruppo che reca la dicitura POESIE RACCOLTE DALL’AUTORE (ma – purtroppo senza alcuna indicazione relativamente all’anno esatto della pubblicazione) forse per comodità di raccolta, visto che ve ne  compaiono poi anche altre sotto la dicitura POESIE INEDITE, uscite certo postume.

Della accurata introduzione di ARIODANTE MARIANNI vorrei riportare l’accenno a quelli che possono e devono essere considerati i maggiori influssi letterari subiti da Thomas, che spaziano da quelli remoti di DONNE e BLAKE e dei vicini YEATS, HOPKINS ed ELIOT.

In particolare viene riportato che lo stesso Thomas affermava che le cose che lo avevano indotto ad amare il linguaggio erano state le filastrocche e le fiabe popolari, le Ballate scozzesi, alcuni versi di inni religiosi, le storie più note e i ritmi della Bibbia, i “Canti dell’innocenza”di Blake, e la quasi incomprensibile magica maestà e nonsense di Shakespeare, ascoltato, letto e pressocchè assassinato nelle prime forme scolastiche.

Certo gli studiosi, gli specializzati dell’opera di uno specifico autore possono venire in nostro soccorso ogni volta che ci accingiamo a “sprofondare” in un autore famoso ma a noi non molto conosciuto, ma poi davanti alla pagina scritta siamo noi soli, con le nostre sensazioni e magari idiosincrasie. Quello che a me personalmente ha colpito – mi riferisco sostanzialmente a questo testo, non avendo ancora io affrontato l’intero libro in questione- è stata la forza delle immagini, immagini estremamente caratterizzate e potenti, immagini spesso ritornanti con lievissime variazioni, immagini predominanti spesso riprese accanto al germinare pure antitetico di altre figurazioni, semre però ricche e visionarie nella loro concretezza, concrete nella loro ardua oscurità che sempre rinviene, quasi si trattasse di un’apocalisse eternamente risorgente ex-novo.

L’uso perfetto di queste immagini (immagini antitetiche e similari a dare vita a una luttuosità carnale, a un mondo rutilante e fangoso, a una visione di acque e di cera, a una realtà metallica e di molle impuro midollo,con immagini e pulsioni naturali e sintetiche) mi ha spinto a procedere nella lettura, come se il tutto formasse una specie di vortice, una forma ellittica che attirasse magmaticamente, come se davvero si potesse concordare con lo stesso Dylan Thomas nel ritenere il mondo intero A BALL OF MAGIC, sconosciuto e inconoscibile, il cui processo vitale racchiude in sè il “germe della propria distruzione”.

VILLA DOMINICA BALBINOT