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Si apre con questa sorta di epigrafe, mutuata dall’antica tradizione popolare siciliana, la raccolta Lo sposalizio del tempo, del poeta palermitano Emilio Paolo Taormina. Un avvertimento-metafora, segno e simbolo della condizione dell’uomo, giunco robusto e flessibile capace di chinarsi alla furia delle tempeste per ritornare eretto quando il flusso maligno avrà sfogato la sua ira. Nella prima delle due sezioni che compongono la silloge, Nidi, è racchiuso il senso di questo momento d’attesa, la paziente rabbia di non “riuscire a voltare le spalle al tramonto”, la malinconica contemplazione di ciò che rimane quando la china ha trasportato tutto con sé: resti macerati dal furore della bufera che la parola poetica eleva a mito; rovine “del tempio”, taglienti come lame, che il poeta illumina con la sua voce lirica.

Ma oltre il significato materico che i “frammenti” di Taormina evocano attraverso le scelte lessicali orientate verso i campi semantici della natura, nei testi  alita un respiro breve e profondo, che la spezzatura dei versi non altera. La tecnica stilistica di Taormina si iscrive nel registro del frammento lirico, un’unità poematica con rimandi dall’uno all’altro frammento che crea un motivo tematico omogeneo pur nella diversificazione dei singoli momenti poetici. Il richiamo a una presenza femminile, che appare e scompare, e il nodo di doloroso rimpianto per un tempo che ha seminato assenze si intrecciano alle immagini di solarità mediterranea, in una congiunzione rituale, uno “sposalizio” dai felicissimi esiti estetici. Ma sarebbe riduttivo definire questa raccolta come esempio di quella poesia inserita a buon diritto nel solco della tradizione “mediterranea”, seppure di questo segno porti le tracce. Lo sposalizio del tempo è il frutto maturato da un lavoro che perdura da anni e che ha posto il suo autore fra le voci poetiche più significative dell’ultimo Novecento letterario.

Anna Maria Bonfiglio

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