Tag

, , ,


foto di Piero Orsoni

Henry David Thoreau nacque nel 1817 a Concord, città del Massachusset: stato americano che le persone della mia età ricordano per una canzone dei Bee Gees, sorella della più famosa S.Francisco, inno alla pace contro la guerra nel Vietnam.

L’accostamento non è casuale: Thoreau, allievo del filosofo trascendentalista e teologo Ralph Waldo Emerson, autore del saggio “Nature”, volle non solo aderire teoricamente alle idee ecologiste e pacifiste del suo maestro, propagarle e svilupparle con scritti e conferenze, ma anche metterle in pratica. Il congenito pragmatismo americano divenne in lui voglia di azione, irrequietudine mentale e fisica portate alle massime conseguenze. Così, per opporsi alla guerra degli Stati Uniti contro il Messico, inventò la “disobbedienza civile”, e finì per breve tempo in prigione per essersi rifiutato di pagare le tasse.

Nel 1845, costruì con le sue mani una capanna di legno in una località isolata presso il lago Walden, e lì rimase per ben due anni in isolamento totale, per sperimentare le importanti evoluzioni psico-fisiche cui porta il contatto con la natura selvaggia, e poter poi dimostrare all’umanità la sferzata di energia e idealismo che ne conseguono. A questo scopo, scrisse “Walden, ovvero la vita nei boschi”, che pubblicò con grande successo nel 1854.

Ma non basta: vivere in mezzo agli alberi e alle paludi va bene, ma bisogna, anche e soprattutto, camminare. Ogni giorno, dalla sua capanna nei boschi, Thoreau si dirigeva nel folto camminando ogni volta in una direzione diversa per almeno quattro ore, e riteneva una giornata persa quella in cui non l’avesse fatto. Da questa sua esperienza nacque una serie di conferenze e poi un libro, pubblicato poco prima di morire, nel 1862, “Walking, or the Wild”; una traduzione in italiano, attuata da Maria Antonietta Prina, è stata recentemente proposta a cura di Massimo Jevolella nella collana “Saggezze”, nell’ambito degli Oscar Mondadori.

Attenzione, però: nella teoria e nella pratica di Thoreau, camminare non significa mettere passivamente un passo dietro l’altro. Non è neppure una semplice pratica salutistica, sebbene siano da prendere in considerazione le sue benefiche conseguenze sul corpo e sul’inquietudine nervosa.

Il vero “camminatore” deve sapersi staccare completamente dai suoi banali pensieri quotidiani; quindi, attua dentro di sè una sorta di tabula rasa che gli permettere di entrare in sintonia con le piante, i minerali, gli animali intorno a lui, con la natura tutta nel suo essere incontaminata e selvaggia, in grado quindi di collegare l’individuo con la parte vera di se stesso.

“Nel corso della mia vita ho incontrato non più di una o due persone che comprendessero l’arte del Camminare, ossia di fare passeggiate, che avessero il genio, per così dire, del vagabondare, termine splendidamente tratto da “genti oziose che nel Medioevo percorrevano il paese chiedendo l’elemosina con il pretesto di recarsi à la Sainte Terre”, sin quando i bambini cominciarono a gridare: “Ecco là un Sainte Terre!”, un Vagabondo, un Terra Santa. …Perché ogni vagabondaggio è una sorta di crociata, predicata dal San Pietro l’Eremita che è in noi, per indurci a uscire e riconquistare la Terra Santa dalle mani degli infedeli.”(1)

Le parole di Thoreau si fanno ispirate, quasi profetiche: camminatori si nasce, non si diventa; ci vuole un genio particolare per intendere che cosa sia questa attività in apparenza banale, ma che comporta profonde trasformazioni interiori se compiuta con lo spirito giusto. Anche un viaggio relativamente breve diviene un cammino decisivo per l’uomo che lo fa in perfetta consapevolezza, in modo simile alla meditazione attuata passeggiando dei monaci buddisti.

“È vero, siamo dei crociati miserabili, e lo sono anche quei camminatori che, ai nostri giorni, non affrontano imprese tenaci e di lunga durata. Le nostre spedizioni non sono altro che gite, e ci ritroviamo, la sera, accanto al vecchio focolare da cui siamo partiti. Per metà del cammino non facciamo che ritornare sui nostri passi. Dovremmo avanzare, anche sul percorso più breve, con imperituro spirito d’avventura, come se non dovessimo mai far ritorno, preparati a rimandare, come reliquie, i nostri cuori imbalsamati nei loro desolati regni. Se sei pronto a lasciare il padre e la madre, e il fratello e la sorella, e la moglie e il figlio e gli amici, e a non rivederli mai più; se hai pagato i tuoi debiti, e fatto testamento; se hai sistemato i tuoi affari, e se sei un uomo libero, allora sei pronto a metterti in cammino.” (2)

Parole estreme, queste: derivano da quel vangelo tutt’altro che edulcorato, che imponeva ai convertiti di tagliare i ponti con il mondo, rifiutando ogni compromesso in nome dell’unico, vero amore per Cristo. Parole come spade, linfa ardente per i martiri, non discorsi atti a giustificare troppo tiepidi convertiti. Ma la religione di Thoreau, con tutti i suoi influssi linguistici di diretta ascendenza biblica, è la religione dell’uomo in quanto essere razionale in profonda comunione con la natura; inoltre, l’umanità deve vivere non staticamente bensì in perpetuo progresso, e la fase iniziale di questa evoluzione si può attuare solo con un movimento che coinvolga totalmente gli individui. Quindi, come hanno fatto gli antichi Ebrei, bisogna mettersi in cammino.

Naturalmente, camminare in un parco artificiale, in un orto o in un giardino, è qualcosa che Thoreau non concepisce neppure; bisogna avere intorno a sè alberi non piantati dall’uomo, e la strada che si fa non può essere una strada che conduce ad una località precisa. Le strade costruite per trasportare merci e condurre esseri umani in mezzo ai propri simili, le strade del profitto e del commercio, non sono adeguate alle sue esigenze di purificazione; solo alcune strade deserte e abbandonate, che si perdono nelle foreste e non adempiono più alla loro funzione originaria, non guastano il fascino intatto della natura e possono essere percorse con profitto.

“La vita è stato selvaggio. Quel che è più vivo è più selvaggio, e quel che non è ancora soggetto all’uomo lo rinvigorisce. È come se colui che si è spinto avanti incessantemente, senza mai cercare riposo dalle proprie fatiche, crescendo saldo e chiedendo molto, si fosse trovato sempre in paesi sconosciuti, in luoghi selvaggi, circondato dal materiale grezzo della vita. Come se si fosse inerpicato sui rami degli alberi nella foresta primitiva.” (3)

Da buon americano, Thoreau si entusiasma per le bellezze della sua terra, arrivando a dire che perfino la Luna è più grande che in Europa; in questo volumetto umorale ed estroso, accanto alle osservazioni personali, alle sue esperienze ed alle esortazioni palpitanti verso il prossimo, che si ostina a vivere chiuso fra quattro mura, con le gambe accavallate, lo scrittore traccia una singolare storia della civiltà, che, a suo vedere, nei millenni e nei secoli si è propagata da oriente ad occidente, per giungere lì dove lui vive, e dove cammina volgendosi sempre a ovest, quasi attratto da un’irresistibile calamita. Il progresso dell’umanità, il suo futuro, non tecnologico ma morale ed artistico, nasceranno nell’ovest dell’America: ci sarà una nuova mitologia, forte, viva e libera dagli schemi della civiltà come, secondo il suo sentire, l’Iliade, l’Amleto, le Scritture, gli antichi miti greci.

“Camminare” si chiude con la visione di un tramonto favoloso, che illumina con una luce fulgida e purissima una terra selvaggiamente bella e serena, dove non è visibile traccia di esseri umani civilizzati:

“Così vagabondiamo verso la Terra Santa, finchè un giorno il sole splenderà più luminoso di quanto non abbia mai fatto, e illuminerà le nostre menti e i nostri cuori, e rischiarerà l’intera nostra vita con una grande luce che ci ridesterà, calda, serena e dorata come un raggio autunnale sulla riva di un fiume”. (4)

Le metafore bibliche sono, come sempre in questo autore, evidenti (la luce, il sole, il fiume), e lo distanziano in parte dalla nostra sensibilità di europei del ventunesimo secolo; allo stesso modo, leggendolo avvertiamo l’influsso del “buon selvaggio”, tanto caro al vecchio Rousseau. Eppure, non possiamo disconoscere a Thoreau un’intuizione che, partendo da quella reazione alla Rivoluzione industriale, così diffusa in Inghilterra e non solo, arriva fino ad alcuni aspetti dell’ecologismo contemporaneo.

Egli esorta gli uomini del suo tempo a bruciare steccati, per poter liberamente camminare nella terra di Dio che è di tutti, ma non appartiene a nessuno; li chiama a gioire delle cose vere ed incontaminate, e così facendo prepara la strada ad un nuovo sentire la natura, a un desiderio di genuinità, oggi diffusissimo e che periodicamente si è rinnovato, aumentando fino a diffondersi a livello mondiale.

Difficile dimenticare, poi, che Thoreau è stato l’antesignano per alcune modalità di protesta in seguito largamente diffuse, come soprattutto la disobbedienza civile; il mio pensiero corre anche, forse per semplice analogia, ad alcune modalità nelle manifestazioni, attuate con cartelli e passeggiate circolari, tipiche degli Stati Uniti.

Prima di lui, per millenni gli uomini avevano camminato, nelle loro peregrinazioni preistoriche e in grandiosi esodi storici. Alcuni di questi si verificano ancora oggi, purtroppo.

I Peripatetici e Rousseau meditavano camminando; un contemporaneo di Thoreau, Søren Kierkegaard, non riusciva a pensare creativamente se non durante le sue passeggiate a piedi. Dopo Thoreau, “camminare” è stata la passione di alcuni grandi scrittori, tra i quali Stevenson, Rimbaud, Hesse, Kerouac e Chatwin; fra gli italiani, Tiziano Terzani, Enrico Brizzi e Mauro Corona.

Del resto, il nostro sommo poeta Dante Alighieri aveva iniziato la “Divina Commedia” con un endecasillabo dal pregnante significato simbolico: “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, e la quasi totalità della sua opera si svolge con lo scrittore-protagonista che percorre i tre mondi dell’aldilà “camminando” accanto alle sue guide.

(1) H.D. Thoreau, Camminare, Milano, Arnoldo Mondadori, 2009, pp. 17-18

(2) Thoreau, Camminare, p.18

(3)Thoreau, Camminare, p.39

(4)Thoreau, Camminare, p.60

Annunci