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Silvia Molesini,  Cahier de Doléances, Samiszdat 2009

Silvia Molesini ha una voce poetica personalissima che ha sviluppato, sperimentato, teso negli anni fino a raggiungere la piena originalità espressiva. Se il talento è la capacità di trasformare la vista in visione, di farsi attraversare dalla realtà per restituirla al lettore trasfigurata, intessuta di voce, distorta in un’esperienza creativa unica, Cahier de Doléances è la somma di questi elementi. Tutta la raccolta è caratterizzata da una forza espressiva viscerale che colpisce il lettore tenendolo legato alla successione dei versi. Versi che, inusualmente considerando il carattere retorico di molta poesia contemporanea, non hanno nessuna tendenza spassionata o indolente.

Leggendo la Molesini si ha la sensazione di essere a contatto con un’autrice che fa vivere la poesia e la vive dentro di sé restituendole la dignità di non essere solo un passa tempo per mestieranti. Nell’opera di Silvia Molesini non ci sono quadrati metrici da riempire alla meno peggio e la graziosa, monotona indolenza di chi ha deciso di scrivere. La forza dei versi contenuti in Cahiér de Doléances non lascia dubbi sulla necessità vitale di questa scrittura, intrisa di vista, di emozione, di una forza espressiva fuori dal comune.
Incontrare poesia viva è un evento non convenzionale, ma approcciarsi al lavoro di questa autrice da questo unico punto di vista sarebbe fuorviante perché la necessità poetica non è in conflitto con l’elaborazione stilistica. In Cahier de Doléances le due caratteristiche si fortificano vicendevolmente dando luogo a un’unione decisamente eccezionale: emozione e tecnica.
Visioni di grande originalità nascono dal terreno dell’esperienza, assumono una vita indipendente dal dato che le ha generate senza perdere le loro radici emotive. L’esito è l’espressione artistica (Il tempo che passa/diventa la lima dell’anima/e l’angelo brillante che eri/ora è un grumo di fango:/l’agglutinarsi di dio/dentro di te.;Nella casa dei frantumi/più in là/ ci si abita dopo, e la polvere/(delle cose che stavano)/disegna come/un qualcosa che è prima te.; e assaggiare sulle punte di sabbia/nelle nicchie di quarzo e nel vento/baio/me; Dentro intanto mi ammalo/ e dai e dai piango; mi scoppiavi dentro e forte.; Stanno moltiplicando la luce/il verde di dentro come risigillato/ e l’albero gonfio con le rose:;la città inventata e la gente,/sprigionati da una lacrima bianca/e coperti da qualche morte possibile/rinascere/incandescenti.;Ci si porta alla stessa altezza del si-lenzio/ sudati e distesi/facendo fatica.; è l’atmosfera del mondo come sopra/ranuncolo e gitano, ma più fermo/mie-cose fremo-so che perdo.).
Il pathos è l’elemento costitutivo dell’esperienza creativa di Molesini. Una vita che viene restituita amplificata (e da dentro di me diventata/crocevia di spinte malate/e finalmente sola/a non difendermi.;ma se ti affacci/ai rumori del vento/sei tutta quella furia/in te.; e lo cerco, disperata; piangerei tutto il pianto; la vita spina sangue a ruscello/ a mare/ vanno via luci di stelle/in noi rimane/gambe e braccia spezzate/per davvero; mi scoppiano le vene. ) consente al lettore un coinvolgimento fuori dal comune. In tempi di versi fine a se stessi incontrare una voce così intensa è un momento vivifico e rassicura chi ancora ama, cerca e qualche volta, come in questo caso, trova poesia.

POTERE

Quali cadenze dà il foglio
e potere
come mille amori
e forza quieta
me.
Una è nell’aria,
aspetta…
una spreme frutta d’acqua, entra.
Nella polpa.
E non resta,
inventa gli angeli
aspetta le cose
arde sotto.

*
Nella casa dei pezzetti
vicino a dio
trasandate melodie scirocche
e nappi crini spaghi sassi
boccioli di papavero seccati
e bottigliette, bicchieri, perline e
vetro,
i molti colori del blu.
Nella casa dei frantumi
più in là
ci si abita dopo, e la polvere
(delle cose che stavano)
disegna come
un qualcosa che è prima te.

*

Mi manca l’aria delle sere viola dei
bar
nello spazio biondo hanno costruito i
colori
e tutti i semi dei frutti magenta de-
gli alberi
e tutti gli alberi dei boschi cyan dei
fiumi
e le cose che mancano stanno in fila
di fuori
e mi manca il cielo delle estati gial-
le del lago
dentro le notti accese nere si muove-
vano le moto
sopra quel mondo veloce di mille lin-
gue rosse:
ci aggrappavamo ai fianchi blu da mo-
rirci d’amore.

*

POLPA DI COMETA

Accesa non proponi buio
ho perso lì il bagliore re
sul cuscino sulla sedia
mentre girava acqua a lavare:
è stato un parto di luce
come del sangue di faccia.
C’è nella gola che tira
un gorgo di note roche
una cantatrice calva
c’è, ed era tremito solo
un pensiero flauto e viola
acceso da mostrarsi luce.

*

E dov’è dio?
Mi vedo nel vento con i pollini
E scavalco piccole cose date nei letti
di fiume:
scambiamo tempo e sillabe lente come
musica
e fa un rinascere timido, fa fastidio
e diventa inverno quando sentiamo
freddo
ma non è l’estate se appena compare
luglio
invece, abbagliati, lo tramutiamo in
nicchia
ed i pollini vanno ad ingiallire
l’intorno
mentre m’inabisso da sola
come aspettassi un tramonto.

*

Sentimenti confusi
a mente confusa
asciugato il tempo
hai simili innesti
ma un lontano fiorire
scrivi come nei sogni
sposti, associ, racconti
fai una parte per tutto
sempre dissoluta
e sovente dissolta
nel belante cinismo
di una tua autorità.
Supposta.