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Il gioco dell’angelo


gioco%20dell%27angeloCarlos Ruiz Zafon
“Il gioco dell’angelo”
El Juego del Ángel – Dragonworks S.L. 2008
Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. 2008

 

 

“Uno scrittore non dimentica mai la prima volta che accetta qualche moneta o un elogio in cambio di una storia. Non dimentica mai la prima volta che avverte nel sangue il dolce veleno della vanità e crede che, se riuscirà a nascondere a tutti la sua mancanza di talento, il sogno della letteratura potrà dargli un tetto sulla testa, un piatto caldo alla fine della giornata e soprattutto quanto più desidera: il suo nome stampato su un miserabile pezzo di carta che vivrà sicuramente più a lungo di lui. Uno scrittore è condannato a ricordare quell’istante, perché a quel punto è già perduto e la sua anima ha ormai un prezzo.”
L’incipit di questo romanzo di Carlos Ruiz Zafon è di quelli che rimangono impressi, quasi un apoftegma, un detto memorabile destinato a vivere al di fuori della storia che introduce, una riflessione iniziale – un po’ alla Milan Kundera, per certi versi – capace di proiettare il lettore, da subito, nell’atmosfera del romanzo.
Del precedente libro – “L’ombra del vento” – che, col suo clamoroso successo, ha fatto conoscere al mondo un romanziere fino ad allora relegato nel ruolo di “scrittore per adolescenti”, questa nuova opera riprende molti aspetti e temi, evidentemente cari all’autore: dall’ambientazione nella città di Barcellona, ad una trama da “libro che parla di libri”, all’atmosfera misteriosa e, per certi versi, “magica”, ad un protagonista che esordisce fanciullo e cresce nel corso della narrazione (con tanto di amori dapprima adolescenziali e poi protratti nell’età adulta); per non parlare di libri maledetti, case stregate, personaggi dalla presenza diabolica e inquietante.
Tanto affezionato dev’essere rimasto l’autore ad alcune caratteristiche del suo precedente successo, da riprenderle anche in questo nuovo romanzo: ritroviamo così la burbera e simpatica figura del libraio antiquario Gustavo Barceló; il protagonista de “L’ombra del vento” si chiama Daniel Sempere, e porta lo stesso cognome di due personaggi (padre e figlio), amici dell’attuale protagonista David Martín, non a caso anch’essi librai antiquari come Daniel e suo padre; ma soprattutto ricompaiono qui il Cimitero dei Libri Dimenticati e il suo inquietante custode Isaac, che in questo nuovo romanzo assumono una rilevanza (e una ricchezza di particolari) addirittura superiori a quelle che avevano avuto nel precedente.
Sta forse in questo continuo gioco – al quale Zafon gioca a man salva –, di riprendere e “superare” le sue precedenti creazioni, il più grosso limite della nuova opera dell’autore spagnolo; per chi non abbia letto “L’ombra del vento” questo libro sarà indubbiamente una scoperta eccitante e affascinante; ma chi già conosca il precedente romanzo non potrà sfuggire a una vaga sensazione di “già sentito”; e il tentativo di “approfondire” sfocia a volte in un appesantimento della scrittura, con lunghe riflessioni morali e filosofiche che fanno spesso rimpiangere l’ariosa leggerezza dell’opera di esordio, così come lo spingere – a volte all’eccesso – sul pedale del mistero e della truculenza.
Intendiamoci: “Il gioco dell’angelo” è comunque un ottimo romanzo, e Zafon rimane quel narratore di razza che è, capace di creare magiche atmosfere e di condurre per mano il lettore nel cuore della vicenda, e dotato – come sempre – di grande cura e capacità stilistica… ma sotto sotto non si sfugge alla sensazione che “L’ombra del vento” fosse un’altra cosa…

 

Flavio Casella

Pubblicato da Morena Fanti

4 commenti su “Il gioco dell’angelo

  1. Blumy
    ottobre 13, 2009

    due libri, questi di Carlos Ruiz Rafon, che mi hanno spesso tentato dallo scaffale della libreria e a cui ho saputo resistere, forse per la loro corposità. non è detto che, prima o poi, non ceda alla tentazione …

  2. mistral
    ottobre 13, 2009

    è un libro fantastico, scritto bene e trascinante

  3. Flavio Casella
    ottobre 18, 2009

    Grazie dell’ospitalità, e complimenti per l’ottima impaginazione e veste grafica…
    Blumy ha ragione sulla “corposità” dei romanzi di Zafon: sostengo da sempre che (quasi) qualsiasi libro, capolavori compresi, di oltre 400/500 pagine, guadagnerebbe qualcosa ad esserne alleggerito di un centinaio, e “Il gioco dell’angelo” non fa eccezione… mentre da “L’ombra del vento” farei più fatica a individuare passi da espungere…
    Un caro saluto.

  4. morenafanti
    ottobre 18, 2009

    Flavio, non posso che dichiararmi d’accordo con te sulla ‘misura’ di certi libri. Ricordo quando lessi Underworld di Don DeLillo (880 pagine!) e ne scrissi anche una ‘lettura sospettosa’, perché il romanzo mi piacque molto e trovai alcune modalità di scrittura di DeLillo molto originali. Nonostante questo, mi ripeto, io avrei fatto tre libri da tutto quel materiale. Quando vedo libri tanto corposi mi domando sempre se le stesse cose non avrebbero potuto stare in 300 pagine. Grazie della tua presenza qui e un saluto.

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 13, 2009 da in Carlos Ruiz Zafon, Flavio Casella, Recensioni e note di lettura con tag , .

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