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Richars Estes - Bus reflections - Olio su tela - Iperrealismo

Richars Estes - Bus reflections - Olio su tela - Iperrealismo

Eugène Delacroix sosteneva che il realismo dovrebbe essere considerato l’opposto dell’arte. Ora, dando per scontata la consapevolezza di un errore logico connesso a qualsiasi pretesa di oggettività intrinseca al realismo, analizziamo questa corrente artistica per quella che è e per le potenzialità che ha.
Nella storia dell’arte manca la fedeltà al modello. Anche quando i pittori si sono incentrati sulla ritrattistica o sul paesaggio, questi elementi non sono mai stati rappresentati con fedeltà assoluta. Anche l’impressionismo, che pure partiva da un dato naturale, dalla fedeltà e dalla sottomissione dell’uomo al fatto paesaggistico, distorceva gli elementi inserendo nella natura la visione artistica, l’ atto creativo. Per quanto, a differenza dell’espressionismo, la corrente fosse dominata da una supremazia del reale, nelle sue vesti di dato apparentemente oggettivo e condivisibile, il suo valore artisico è stato assicurato da una forte dose di personalizzazione.

Solo nel secondo novecento si sviluppa l’iperrealismo (o Fotorealismo), una corrente pittorica che riporta l’elemento scenico con un’accuratezza fotografica ma che si distingue dalla fotografia per i presupposti e gli esiti: le tele prodotte non sono copie fedeli quanto piuttosto commenti oltraggiosi e ironici della realtà.
Più complesso il discorso della fotografia. Togliendo le varianti artistiche della foto-manipolazione e l’atto creativo della foto-composizione, consideriamo la fotografia come la scelta di fermarsi su un elemento di una realtà e di riprodurlo fedelmente. La capacità di portare a un esito interessante risiede nella scelta del soggetto, nell’elemento di un dato paesaggio che si proporrà al pubblico. Alcune immagini possono essere, se guidate da un occhio concettualmente perspicace o poeticamente dotato, universali, suggestive e capaci di allargare le esperienze sensoriali dello spettatore.
L’occhio, la scelta su dove posare il proprio sguardo, è anche l’unico mezzo a disposizione del poeta realista ma, mentre nella fotografia non mancano reali ispirazioni, queste sembrano essere del tutto assenti dai filoni di poesia neo-realista contemporanea tanto che nel lettore può sorgere il dubbio sull’acquisizione logica, da parte del poeta, dell’impossibilità oggettiva della parola uomo-mediata. Gli esiti a cui si sta assistendo sono sterili non solo perché concentrati inevitabilmente nella descrizione di un momento storico e quindi destinati a scomparire non appena l’ambiente socio-culturale cambierà di un minimo[1], ma ancor di più perché, fra le possibili realtà da fotografare il poeta sceglie se stesso, il suo orto, la sua giornata e, in definitiva, propone un esito non artistico dominato dall’egolatria spazio-temporale.
Si assiste a una poesia (concessa la definizione per comodità espressiva ma senza beneficio del dubbio) soffocata dall’oggetto descritto quando questo, senza introspezione, senza anelito creativo, senza nessuna predisposizione artistica, con pretese scientifiche fuorviate da una sana dose d’ignoranza sulle possibilità della scienza applicata, viene a coincidere con l’autore e  con la disanima del suo ombelico.
Questo realismo, correggendo l’asserzione iniziale di Delacroix, è la morte dell’arte.

[1]Si è detto che l’arte è figlia del suo tempo. Un’arte simile può solo riprodurre ciò che è già nettamente nell’aria. L’arte che non ha avvenire, che è solo figlia del suo tempo ma non diventerà mai madre del futuro, è un’arte sterile. Ha vita breve e muore moralmente nell’attimo in cui cambia l’atmosfera che l’ha prodotta.” (W. Kandinsky, Lo spirituale nell’arte).