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La mia tessera protetto sociale parziale, categoria P, me la dimentico sempre… P è per paria, che qui dicono godo di alcuni diritti, sono lacunosi gli elargitori, forse è un acronimo… quali diritti, poi, lo so mica io. È il governo, le istituzioni, che hanno escogitato l’iniziativa. Non se ne stanno un minuto fermi quelli, si smeningiano i politici dal pensare. Ed eccotela lì, la nuova regalia assistenziale, l’ennesima elargizione, magnanimità di Stato… per sfangarsela appena, intendiamoci, qui non si sbulacca mica, e i pasti saltano di sti tempi. Sono privilegi in punta di cucchiaio, dico io: si apre la bocca, e gnam! ti rimane un cattivo gusto, il gusto di poco, un retroterra micragnoso… ti solleticano appena le papille quelli, e poi te la lasciano lì, la lingua, mica ci si riempie lo stomaco con la questua; tuttavia, meglio che nulla insomma… Di sti tempi si va in giro mica allegri, assicuro. Vedo gli amici sulla strada: intendiamoci, tutti laureati, tutti operai, tutti di tutto a scavare il fondo a un lavoro da cui non avranno che noie e stenti, ci si crede più al lavoro di sti tempi… Prevale un certo disgusto per il mondo, per i padri, per le madri. Non si guardano bene neppure i fratelli… sti caini! Ci si guarda in cagnesco pure quando ci si sorride, tutti. Nella micragna globale l’invidia è endemica, appesta tutti, ci si spia a vicenda l’infinitesimo, figurarsi il lusso. E anzi proprio questo, il lusso, Mammona, codazzo e cortigianeria d’appresso, sono loro nell’angolo votivo di ognuno, nell’intimo, non c’è cristo che tenga. Vado oggi a rinnovarmela, la mia tessera. Ci vuole due ore per arrivare all’Istituto di Previdenza, un falansterio terribile… mi annichilisco sotto, come un pupo, per un attimo lo contemplo naso in su, l’architettura squadrata, fu fascista, mascelle, drappi, colonne, rostri – poi entro. Due rami a emiciclo di scale mi accolgono, un grande abbraccio eburneo, e in mezzo l’anfitrione, un uomo basso con un naso bitorzoluto grosso così, con qualcosa di emaciato e insano nella faccia. Lo guardo bene, fisso fisso… quell’orribile labbro leporino, come ho fatto a non vederlo subito, mi chiedo, proprio non me ne capacito, lavoro per cerusico mica da poco! Strascica i piedi, se li tira dietro, li zoccola rumorosamente sul pavimento, prima tallone poi punta, e placchete e plac!, e zavorrato come è, di sé stesso, il poveraccio principia a farfugliare, mica lo capisco però. Mi indica una porta, oltre le rampe, sotto, tra i due bracci di scale, proprio lì in mezzo, è là che devo andare. E io, che non ho emesso né suono né favella, mi dirigo pedissequo alla porta. La apro e mi rimane sul palmo un che di vischioso, di unto ch’era sulla maniglia, me l’annuso, la mano, sa di schifo, essudato uretrale, scolo, o che so, odore di cadavere… sono disgustato, mi sale il vomito alla gola. Lo trattengo, sono bravo in questo: chiudo epiglottide, cardias, mi rilasso tutto, e i visceri si rilasciano e butto giù, nello stomaco, roba da fachiri. Proseguo lungo un corridoio tutto linoleum, infondo mi sento bene, tutto pimpante. Vedo un tizio, non mi crederete, sopra un altro, sì proprio sulle spalle di lui, e io che non so chi guardare, a chi rivolgermi, se a quello sopra o a quello issato, o alla coppia intera magari, mi rivolgo al superiore, mi sembra più logico. Salve!, gli dico io, e quello fa cenno di rivolgermi a quello di sotto. Questo sudava come una bestia, incravattato ben bene, garrottato praticamente, le giugulari pulsanti, e portava delle specie di redini appese alle orecchie che si inforcavano davanti alla bocca, dentro, tra i denti, e a mo’ di arcione un cuscino attorno al collo. Le sputò, le sue redini, e mi chiese trafelato cosa avessi bisogno. Accennai appena alla tessera previdenziale che quello subito e al trotto mi fece strada, mi prese per mano e mi indicò una porta che aveva appeso un grosso cartello con una grossa P stampata sopra. Ringraziai amabilmente, e il fantino diede quattro pedate ai fianchi, uno zuccherino all’equino e la coppia trottò presto altrove, e mi parse di sentire un nitrito mentre girava l’angolo. Sotto la grossa P c’era scritto “Allevamento Seduti”, ci capivo un’acca… Busso e niente, e ribusso e busso ancora e ancora niente, e allora mi decido ad aprire. Apro ed è come essere in serra: un capannone sarà stato lungo trecento metri, forse più, con dentro un caldo funebre, umidità e puzzo cloacali. Al centro della struttura, anche qui su un linoleum consunto, una costruzione alta a foggia di sedia pareva… alta sarà stata venti forse trenta metri. E presso la sedia ciclopica, ai suoi piedi, a mo’ di raggiera intorno intorno tante sedie e tante scrivanie con altrettanti impiegati scribacchianti sepolti sotto pile di scartafacci pericolanti… sembravano essi tutt’uno con sedia e scrivania, immersi com’erano nel lavoro impiegatizio. Pareva che ciascuno originasse da quello più prossimo alla megasedia, che fosse gemmato dal suo vicino per partenogenesi diretta. Di fatti, tutti si rassomigliavano, bene o male. D’un tratto una sirena, braaang!, mezzo giorno in punto, e via ad alzarsi tutti, diritti, intirizziti sulle punte delle scarpe, si stiracchiano le povere articolazioni, emettono uno sbadiglio e si avviano sincroni alla porta, verso la mensa pensai, tutti ciondolanti, dinoccolati, ciascuno con una sonagliera allacciata al collo che emetteva un caratteristico blong blang. Vedo un cartello, – insomma sta santa tessera dovevo pur rinnovarmela no?, un cartello che indicava “Tessere previdenziali: rinnovo”, proprio sotto la megasedia, e mi ci avvio tutto convinto. Non faccio in tempo ad aprila la porta che quella s’apre già, una fotocellula forse. Un bugigattolo mi si para davanti proprio karasciò, una scrivania di grosse dimensioni occupante gran parte dello spazio a disposizione (mi chiesi come diavolo si facesse a sedersi là dietro), e assisa sulla sedia di cuoio, anch’essa enorme, una matrona sembrava, un donnone con due seni così, pesanti e puntuti…”Dottoressa Calì” si chiamava. Buongiorno! esordì quella, bisogno? – Sì, dissi io, ho da aggiornami la tessera previdenziale, categoria P! I dati di F.I. li ha con sé?, favorisca, favorisca prego! Avevo con me solo la tessera scaduta, non sapevo cosa fossero sti dati di F.I… Sì, fece, i dati di Food Intake!, senza quelli mica posso procedere alla proroga della tessera! Il Food Intake! Il consumo calorico procapite lordo altrimenti detto, lo sa che la legge non ammette ignoranza, razza di energumeno bradipsichico? Lo sa che qui sgobbo per voi, io, fatta di dolicocefalici? Lo sa che se non rientra nei range previsti di F.I. non posso rilasciarle il modulo N.I. e quindi, ahimè mi duole dirlo, né la password né, e questo lo capisce anche lei, guisa di ignorantello, nemmeno la sua benedetta tessera previdenziale categoria P! Come fa lei a pararsi qui dinanzi a me, pure spocchioso mi sembra, ah!, pure, dico io, strafottente! Eh!, lo sa che se non ci fossimo noi… sa cosa siamo noi? siamo gli ingranaggi! Senza noi funzionerebbe mica niente, sa? Ma cosa vuole capire lei! Venga qui, si alzi prego! Si attacchi a queste mammelle per un po’, ciucci prego! Me le ciucci ben bene! poi le spiegherò! Obbedisca!… Al che, non è che mi sentissi non dico inconscio, neppure del tutto in me devo dire, tuttavia eccomi lì attaccato a quelle strane mammelle della matrona, due mammelle mica normali vi dico… falliche mi sembravano, a punta, ben diritte se ne stavano quelle… A furia di darmi da fare come un pupo a leccare e ciucciare quei capezzoli, non vedi che quella lì, quell’ammasso di trippe non comincia a mugolare, a emettere dei sibili, ansima pure!, tanto che mi spinge via, mi fa ruzzolare giù, capitombolo, la nuca per terra!, e quella si alza e si vede bene che è all’acme, al parossismo, al climax, si alza sopra me, mi mette le tette a tiro e quelle cominciano a spruzzarmi addosso fiotti di liquido lattiginoso, a getti peristaltici, e presto sono ricoperto, invischiato, immerso, alla deriva, la bocca piena… Ecco la tua tessera, mi fa urlando… vai, va’, vattene via ora, lasciami sola!… Io me ne filai infarinato com’ero senza dire ba, tutto contento, però.

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