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Non direi «aria» in modo categorico, non ancora almeno.
Mi limiterei a vagheggiarla come «possibile improbabilità».
Cos’è la possibile improbabilità?
Potrei rispondere con le parole di qualche filosofo a me caro: “l’infondabile sondabile” o “il peso di un pensiero da es-porre”, o potrei parlare semplicemente di drama-ergon (drammaturgia), nel suo significato originario che è quello di “messa in opera delle azioni”.
Barcamenandomi quindi tra il sondare e il pesare, potrei cominciare col dire che la possibile improbabilità è proprio quella di sondare e pesare l’aria, o meglio la scrittura che vorrebbe concedersi il lusso di perfondersi con l’aria.
Se il fine della drammaturgia (consideriamo questo termine nella sua accezione di creazione artistica) che qui si respira (o di cui si sente il profumo) è l’interazione o, se preferite, la per-fusione, vuol dire che l’aria è il «tramite» ideale per accedervi.

In prima istanza farei scendere in campo un binomio assonantico: fondare/fondere. E in seconda istanza aggiungerei il prefisso del «condursi a», del «porsi a favore di» e, se vogliamo, anche dell’irraggiamento e dell’intrusione.
Qual è il prefisso che qui si vagheggia?
Molto semplicemente il «per».
Per fondare e per fondere. Fondare il luogo in cui aver-luogo, trasformarlo in un ricettacolo, in una sorta di crogiuolo alchemico ove mettere «al lavoro» la possibile improbabilità del solve e coagula.
Qui la fusione, per poter accadere, sembra disdegnare il fuoco e porsi a favore dell’aria.
Cosa significa tutto questo?
Non tocca a me rispondere ma, se volessi suggestionare, parlerei della scrittura come di un gesto d’aria soggetto all’incombenza della luce.
Sono frasi queste ultime che, da un po’ di tempo a questa parte, mi appartengono a più livelli. E non solo: partendo da una situazione di fusione si concedono anche il lusso di performarsi, di moltiplicarsi (l’abbondanza come sinonimo di profusione?), di rendersi di volta in volta diverse. La loro peculiarità performativa ci rinvia alla perfusione, cioè anche a una sorta di irraggiamento. Dall’irraggiamento alla luce il passo è breve. Ma in termini areali, forse, sarebbe più appropriato parlare di volo.
Ecco, magari è proprio di volo che si tratta.
Quando penso al libro, all’aria e all’arealità penso a una scrittura che sia in grado di spiccare il volo, ma anche di sospendersi.
Un libro arioso e areale?
Pura utopia, direbbe qualcuno. Ma quel qualcuno, che qui si vagheggia come inquisitore, forse non sa che la differenza non risiede nell’asserzione ma nella tipologia del punto che chiude la frase. Quel punto interrogativo ci dice che ciò che conta è l’interrogazione, la volontà, o meglio, l’urgenza di porsi la domanda.
Qual è la domanda che qui ci si pone?
Leggendo le dichiarazioni dei fondatori (dettate “per” fondare?) possiamo abbozzarne almeno due: “per fondersi e non per confondersi”; “far interagire l’arte”.
Dichiarazioni quantomeno sbilanciative.
Sembrerebbero quasi degli imperativi categorici, ma se ci concediamo il lusso di intrufolarci tra le righe finiremo per scoprire una sola asserzione: «desiderio». Quel qualcuno di cui sopra riparlerebbe di utopia. Ma chi tra i praticanti di quella patologia che si chiama scrittura non frequenta, magari segretamente e inconsciamente, i territori dell’utopia?
Ecco che, quasi involontariamente, abbiamo profuso un’altra domanda.

Un degno inizio (una possibilità di cominciamento o, se preferite, il cominciamento della messa in scena delle possibilità, per quanto improbabili esse siano) deve sempre configurarsi in almeno una domanda. Ma, che sia ben chiaro, non è necessario prodursi anche in una risposta. Ciò che veramente conta è il percorso da compiere lungo la linea – elettrica e fibrillante – dell’interrogazione.
Bisognerebbe qui soffermarsi sulle accezioni di quella fatidica parola che abbiamo più volte performato, su quella parola – oltremodo antica – che detta il senso del nostro essere qui a sfinirci nella possibile improbabilità di un pensiero pseudofilosofico che possa guidare il nostro transito.
Qual è la parola che qui assumiamo come dogma?
È preso detto: «arealità».

“«Arealità» è una parola desueta che indica la natura o la proprietà di area. Per caso la parola si presta anche a suggerire una mancanza di realtà o, meglio, una realtà tenue, leggera, sospesa: quella della distanza che localizza un corpo o che è in un corpo (Jean-Luc Nancy, Corpus, cura A. Moscati, Cronopio, Napoli, 1995 e 2004, p. 37)”

Prescindendo, per il momento, dal suo carattere arioso (senza però dimenticare che l’area è qui il luogo, il nostro luogo: per dirla in termini aristotelici il “questo qui” che si es-pone attraverso la nostra es-posizione), il termine viaggia quindi in stretta parentela con l’arealtà. Se la a viene considerata come prefisso privativo veniamo a trovarci in una situazione di mancanza di realtà. Chi professa l’arealità dunque potrebbe essere inscritto nel registro dei falsari, dei menzogneri. Ma la letteratura come menzogna non è forse, nei praticanti della scrittura, l’unico «imperativo categorico» degno di questo nome? A-realtà, irrealtà, o meglio ancora surrealtà (sur-realtà). Il sur-reale non è forse una sovradeterminazione del reale? Cioè una menzogna.
Se il doppio di vero è verace, se l’analogo di falso è menzognero, quale di questi tradisce l’altro in cui si specchia e si smarrisce?
Esiste una parola che può venirci in aiuto: «simulacro».
Se tradire è il simulacro di ingannare, ogni scritto qui profuso, effuso, perfuso e performato, avvalendosi dei suoi simulacri, mette in scena tutte le categorie della menzogna perché si dichiara, sorgivamente, a-reale e sur-reale, ovvero fallace.
«Fallace» (fallax) si pone in un regime di coabitazione antitetica con «verace» (verax). In origine quando si pronunciava «verace» si sottintendeva lo «spirito», o meglio: i beni dello spirito, e la restituzione di un’immagine fallace è un sinonimo di simulacro. Un altro sinonimo di simulacro è «spettro». E lo spettro non rinvia forse a un’altra accezione di spirito? Lo spettro non si rende forse tenue e leggero? Non vive proprio in un regime di arealità (sia irreale che areale)? La sua irrealtà non è forse fallace, menzognera?
Ora, la coabitazione di tutti questi aspetti ci consente di dire che l’autore mente, o meglio: mette in opera (drammatizza) la menzogna.
Ma non lo fa mentendo allo scopo di mentire, non necessariamente almeno.
Derrida ne Breve storia della menzogna (Trad. M. Bertolini, Castelvecchi, Roma, 2006), parafrasando S. Agostino afferma: “Si può dire il falso senza mentire, ma si può anche dire il vero in vista dell’inganno, vale a dire mentendo”.
Allo stesso modo si può dire il falso in vista della verità.

È forse questa la missione degli autori che qui si concedono il lusso di perfondersi con l’aria? Quella di rendersi fallaci per arrivare a dimostrare la veridicità della loro veracità? La veridicità della voce del proprio spirito?

Poco più indietro Derrida cita Heidegger: “Il Dasein della parola, del parlare (das Dasein des Sprechens) porta in sé la possibilità dell’inganno”.
Soffermiamoci un attimo sulla parola «possibilità».
Il simulacro è, a tutti gli effetti, una possibilità. E la «possibile improbabilità» di cui abbiamo già accennato non è forse pregna (perfusa) di simulacri al lavoro?
Tutti i simulacri della scrittura (vero, falso, verace, fallace, menzognero, traditore, ingannatore, ivi comprese le presunte nature areali e surreali) ci portano all’enunciazione di una sola parola: «finzione».
Detto questo bisognerebbe però far entrare in scena l’ennesimo simulacro: «fingere la finzione». Del resto abbiamo appena visto che si può mentire per arrivare a una verità dello spirito e quindi a una certa «essenza» (il verace come sinonimo di Dasein?).
Quest’ultima locuzione non è forse una sovradeterminazione della realtà? Ma, ne converrete, anche una sovradeterminazione dell’a-realtà.
Ecco l’ennesima interrogazione: fingere la finzione significa essere veri?
A cui se ne aggiunge subito un’altra: la verità e la realtà si ottengono solo fingendo la finzione?
Se fingere la finzione è una sovradeterminazione della realtà vuol dire che la realtà (quella letteraria) è in sé areale e surreale.
La sovradeterminazione si ottiene quindi perfondendosi e performandosi, cioè anche mentendo o fingendo la finzione di una menzogna.
Ma non basta.
Questa menzogna (doppiamente finta e quindi performata o, se preferite, messa in opera, drammatizzata) qui perfusa e profusa si costituisce a partire da un’altra menzogna, una menzogna – per così dire – originaria, quella menzogna che ci consente il lusso di pronunciare, riducendo e approssimando, la parola «realtà».
Ogni volta che pronunciamo la parola «realtà» ci facciamo artefici e portavoci di una menzogna al lavoro.
Spesso questa parola viene pronunciata e trascritta con leggerezza (arealità?), basandosi sulla sola apparenza delle cose.
E l’apparenza non è spesso a-reale?
E tutto questo non vi sembra forse una pratica sur-reale (irreale)?

Areale, lo abbiamo visto, significa anche privato di una realtà oggettiva. Se l’oggettivo è ciò che si rende riconoscibile, una scrittura areale può permettersi il lusso non tanto di rendersi irriconoscibile ma di portarsi fuori, esporsi perdendo parte di sé e al contempo preservando una sorta di essenza intestina.
Di cosa o di chi stiamo parlando?
È presto detto: qui si parla del soggetto, dell’autore. Colui che inchiostra il proprio pensiero, che tenta di rendersi «verace» dando voce allo spirito, che coltiva la «possibile improbabilità» di perfondersi con l’aria sfinendosi e sfibrandosi lungo un transito ove disseminare simulacri, menzogne e finzioni al solo scopo di arrivare a toccare una sorta di limite.
Il limite è la verità (sarebbe più consono dire «l’idea di una verità») o, se preferite, la veracità. Toccare il limite e toccarsi al limite conferiscono al gesto una certa veridicità.
È anche vero che l’autore, nel momento in cui mette su carta e rende pubblico il proprio pensiero, è destinato a sparire.
Qui avviene una sorta di sovvertimento del famoso detto verba volant scripta manent. Lo scritto sparisce e, paradossalmente, il verbo continua a volare, a fluttuare in questa sorta di aria perfusa e performata. Pensate che lusso: la persistenza dell’arealità è direttamente proporzionale alla sparizione dello scritto. Tutto questo perché il pensiero dell’autore consegnandosi a un fuori diventa patrimonio di quel fuori. Si stacca, si divide dal suo corpo originario. La messa in carta produce quindi uno scollamento. Ed è anche in quello scollamento che si produce una certa arealità. La realtà prima (si potrebbe dire: sorgiva, anche nell’accezione di rendersi aperta) si consegna al pasto, spesso cannibalistico, della fruizione. In poche parole il soggettivo entra a far parte di una sfera oggettiva perdendo la sua natura originaria.
Non è surreale (a-reale) tutto questo?
Non è forse una pratica in cui ci si rende leggeri (areali)?
Lo scollamento sembra produrre quasi un intervallo, una sorta di buco in cui fluttuare, in cui rendersi areali (ariosi e surreali).
Ed è proprio in quel buco che si per-forma la scrittura e in cui ci si per-fonde con la scrittura.
Non trovate surreale che queste mie parole trovino il proprio ideale (qui l’ideale diventa a tutti gli effetti virtuale) supporto in una sorta di buco fuori dal tempo e fuori dal luogo. Lo scollamento ci permette di traslare dalla realtà corporea della carta alla virtualità impalpabile e a-reale del web. Nel web il tempo è a-temporale (un’altra a privativa) e il luogo non ha una connotazione specifica (quindi irreale e/o surreale, anche nell’accezione della sovradeterminazione della realtà e, come abbiamo già visto in tema di finzioni, anche della sovradeterminazione dell’a-realtà).
Quanta aria si respira in questo luogo senza luogo e senza tempo? Quante profusioni di profumi si possono annusare in quest’area dove le maggiori preoccupazioni sono quelle di sondare, pesare, fondare e fondere la «possibile improbabilità» di donare un irraggiamento areale alla scrittura?
Quanta arealità e quanta surrealtà si per-fondono, per così dire, a tutto tondo?
Non vi sembra che tutto questo viva di luce propria?
C’è profusione e irraggiamento. Sebbene in un contesto areale e surreale dove ogni cosa è costretta a perdere pezzi per riplasmarsi e per riconfigurarsi.
C’è sempre un per con cui fare i conti.
C’è sempre un per che ci guida lungo il transito.
Per fondare e per fondere.
Per fondersi e non per confondersi.
Per toccare, toccarsi e essere toccati.

“Il più vicino possibile, tocchiamo e siamo toccati: la cosa sì è ritratta e poi si è di nuovo tesa verso di noi. Si è formata una breccia nell’essere o nella sostanza. La breccia è fatta di parole. Le parole portano lo slancio delle cose verso di noi, di noi verso loro. A dispetto di tutti gli ostacoli e di ciò che continua a sottrarci il mondo, qualcosa viene ancora” (Jean-Luc Nancy, Narrazioni del fervore, Trad. A. Panaro, Moretti & Vitali editori, Bergamo, 2007, p.9).

Cos’è che viene ancora?
La levità areale di coltivare, anche attraverso i simulacri, un certo dasein della parola, ovvero una profusione di perfusioni.

Cos’è che viene ancora?
La «possibile improbabilità» di toccare con mano l’aria in cui perfondersi, la possibile improbabilità di incunearsi in quella breccia, in quel buco ove far fluttuare le parole (verba volant).

(Enzo Campi – Reggio Emilia
Prima stesura Luglio-Agosto 2009)

(già pubblicato sulla rivista letteraria on line LibrAria)

pubblicato da Morena Fanti

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