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Fernanda Pivano intervista Jack Kerouac

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Intervista a Fernanda Pivano
di Luigia Sorrentino

All’inizio degli anni ‘40, in piena epoca fascista, Cesare Pavese le propose la traduzione dell’Antologia di Spoon River . Un libro considerato scandaloso per quei tempi, che divenne, con la pubblicazione, un grande successo editoriale. Che cosa la convinse, in particolare, di quel libro?
Cesare Pavese mi consegno’ l’ Antologia di Spoon River subito dopo essere ritornato dal confino dove era stato inviato per attivita’ antifascista: sembrava un fantasma. A proposito: non e’ vero che gli intellettuali andavano in vacanza al confino. (cfr. la seconda parte dell’intervista che il presidente del governo italiano Silvio Berlusconi concesse alla “Voce di Rimini” e al settimanale inglese “The Spectator”, che fu pubblicata l’11 settembre del 2003, in cui Berlusconi affermava: «Mussolini non ha mai ammazzato nessuno. Mussolini mandava la gente a fare vacanza al confino». ) Per un anno e mezzo Pavese aveva mangiato solo pane, ringraziando Iddio, quando ce l’aveva il pane! E dal momento che gli avevano tolto anche i diritti civili, quando torno’ in Italia non poteva più insegnare nelle scuole pubbliche, e allora mi disse: “Perché non provi a guadagnarti da vivere con questo libro?” Mi sembrava un affare spericolato tradurre Spoon River… Gli risposi che non ero capace … ma lui insisteva – come era Pavese che insisteva sempre – e allora io dissi: “Va bene.” Presi in mano il libro, lo aprii a caso, come si fa in questi casi, e la prima poesia che mi capitò sotto gli occhi fu Francis Turner: “Io non potevo né correre né giocare/ quando ero ragazzo./ Quando fui uomo potei solo sorseggiare dalla coppa,/ non bere -/ perchè la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato. / Eppure giaccio qui/ consolato da un segreto che solo Mary conosce:/ c’è un giardino di acacie, /di catalpe, e di pergole dolci di viti -/ là in quel pomeriggio di giugno/ al fianco di Mary -/ mentre la baciavo con l’anima sulle labbra / l’anima d’improvviso mi fuggì via.”

Signori e signore, è facile dire che sono stata una bella cretina se mi sono innamorata di questa poesia… Può darsi che fossi una bella cretina. Bella magari è vero! Cretina non ne sono sicura… Fu una specie di sfida con la vita: a me piaceva tanto quell’uomo che si fece volar via l’anima per baciare una ragazza!

Fra i poeti della Beat Generation che ha conosciuto e frequentato negli Stati Uniti – William Burroughs, Allan Ginsberg, Jack Kerouac, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso – chi ha amato di più?
Kerouac. Era un grosso genio, ha inventato tutto. Io una volta gli ho detto: “Ma perché sei cosi’ disperato? Che cosa vorresti? Cos’e’ che vuoi per non essere piu’ cosi’ disperato?”
” Voglio che Dio mi mostri il suo volto!” mi rispose lui.

Il mio primo incontro con Kerouac e’ stato a San Francisco. Avevano fatto un reading alla galleria Six e c’era questo gruppo di poeti che adesso sembra l’uovo di colombo ma che allora non ci si pensava… c’era Ginsberg, che ha letto per la prima volta l’Urlo. Ed era stato una specie di glorioso trionfo questo Urlo, era l’inizio di una storia che ha cambiato il mondo.

On The Road , di Jack Kerouac. Perchè le era piaciuto tanto?
Era il libro della libertà. E i giovani amano la libertà. Se non ci fosse la libertà nessuna ragazza nemmeno oggi potrebbe baciare liberamente il proprio fidanzato. Prima questo non si poteva fare. E invece, secondo Kerouac, se avevi voglia di baciare il tuo fidanzato dovevi poterlo baciare. Dopo aver letto On The Road preparai un giudizio editoriale per la Mondadori e per poco non mi licenziarono. Scrissi: “Credo di poter prevedere che questo libro sarà l’annuncio di una nuova generazione.” Non era mica male come idea, però i nostri consulenti – per carità… bravissimi, i nostri consulenti! – però non ne volevano sapere di pubblicare questo libro. E allora, io continuavo a leggere On The Road. Mio padre mi diceva che io avevo disonorato il nome della famiglia perché nelle vetrine c’era scritto il mio nome grande, grande. Sa, il nome della mia famiglia era un affare grosso! E allora mio padre per punirmi mi disse di mangiare in camera, da sola. Tutti i giorni mi mandava il vassoio con la cameriera perché non mi era più consentito di mangiare a tavola con loro!

Qual era, invece, il suo rapporto con Ernest Hemingway, lo scrittore che piu’ ha inciso sulla sua formazione letteraria?
Nel ’44 avevo tradotto Addio alle armi e per questo ero stata in prigione. Lui mi considerava la sua Giovanna D’Arco e io mi consideravo la sua Giovanna D’Arco.

Il suo primo incontro con Hemingway. Come avvenne?
E’ stato molto romantico! Lui era appena arrivato in Italia e mi mandò una cartolina da Cortina. Io ho pensato che fosse uno scherzo. E allora lui mi ha mandò una seconda cartolina dicendomi: “se non vuoi venire tu a salutare me verrò io a salutare te”. Io mi trovavo a Torino e allora quando ho capito che era davvero lui che mi scriveva, sono salita sul trenino delle Dolomiti e, dopo un viaggio estenuante, sono arrivata all’albergo Concordia dove alloggiava Hemingway. Mi sono messa sulla porta . Lui era là in fondo alla sala e a me pareva di sognare… ha capito che ero io perché ero tutta sporca di fuliggine… Allora si è alzato dalla tavola – a lui piacevano le tavolate con almeno venti persone, diceva che era così perché aveva visto tanta gente morire di fame – è venuto verso di me con le braccia aperte e mi ha fatto uno hug, lui li chiamava hug questi abbracci senza ritorno, come si diceva una volta. Era tanto carino! Sono stata una gran cretina a non andare a letto con lui! Avrei dovuto andarci, eccome! Io ero una signora vittoriana e le signore vittoriane mica potevano fare l’amore con tutti…

Che ricordi ha di Fabrizio De André?
La voce di De André sembrava la voce degli dèi. Era di una bellezza struggente! Era straordinario. Di Fabrizio ce n’è stato uno solo nella storia. Ha voluto fare un disco dall’Antologia di Spoon River, ma ha scritto questa canzone – La canzone di Piero – che da sola era più bella dell’Antologia di Spoon River…

Quando ha visto per l’ultima volta De André?
Il giorno prima che lui morisse.

Che cosa le disse?
Non me lo faccia dire… Lui era davvero un uomo che pensava solo agli altri. Era il contatto con l’aldilà. Gli altri erano Dio.

Anche per lei è così?
Bè lui era un anarchico e noi avevamo sempre questo sogno anarchico… Perché Anarchia vuol dire Liberta’.

Tornerebbe oggi a vivere, come in passato, negli Stati Uniti?
Nell’America democratica si, in quella totalitaria no.

Cos’è cambiato da allora?
Tutti i miei amici stanno andando via da New York, perché la nostra America non è piu’ quella di una volta. La nostra America era quella dei Roosevelt, quella che si basava sul concetto di democrazia. Oggi vi è una “cosiddetta democrazia”, però è una democrazia guerrafondaia, una contraddizione in termini.

Secondo lei, quale sarà, , il futuro dell’occidente?
Diventare un buon suddito della Cina.

Qual è il suo sogno?
Voglio che Dio mi mostri il suo volto!
Io dico sempre “quasi forse”. Il mio motto è “quasi forse”.

[tratta da qui]

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