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Il tuo compleanno

È il tuo compleanno, guardi
il mio silenzio rovente tra salite e discese di via dei Serpenti

È il tuo compleanno
tu taci, io fremo
io tremo, tu cacci

È il tuo compleanno
tu sei un grido sordo ma io ho scarpe nuove
tu hai occhi d’addio, io solo parole sbagliate

È il tuo compleanno
l’ultima tappa del giro del mondo di tutti i nostri ieri
e un’unica rabbia, la tua,
esplosa maestosa
come ogni fine
delle nostre ultime cene

Maddalena ringrazia, lascia lacrime sui muri

e chiede congedo

Addio (mordi e fuggi)Bilal

ti pensavi come
la sopravvivenza dei miei minuti

io
inarcata tra capelli arruffati e piedi nudi
seppellivo resti semidivorati
di carne tirannica

si lasciava spazio
ad una sconcia putredine

appiccichi al muro icone sbiadite
elevando a perpetua memoria l’altare
dei tuoi appetiti di maschio
(sotto forma di culi animati)

e i resti di me
menomata dall’inizio di un inverno assassino
sono posticci e ridicoli come
quello che resta
della tua inutile poltrona
in legno

Bilal #2

Lei: ricorda, è lei che prende lui e lo salva

(Lui: cosa dici, Bambina?
Lei: che quando sarò Donna, di ferite e felicità finite,
ti prenderò tra le braccia
e passerò una mano sugli occhi umidi per chiuderli
e ti porterò con me,
come il Bilal del tuo compleanno)

Lui: e lui, con ferite dappertutto, terrà lei sulle spalle dolenti.

Al semaforo

io sono quella che non piace alla gente
e sono quella a cui la gente non piace

io sono nomade tra atomi uguali
io sono memoria di tutti i miei ieri

io sono sgradita all’osteria della vita
io sono contraria per analogia

io ferma al semaforo nell’auto sicura
li osservo, gli schiavi del nuovo consumo
untuosi
schierati
in fila
per uno
spio gli angoli viscidi
dei loro brusii
mendici di posti in società
sardonici apostati
soldati narcotici

la loro vile Indifferenza
è la mia Viva differenza.

Sinfonia di P.P.

Volevo uccidere i miei mostri
stesi al sole in gran parata
nel brusio del cerimoniale
medaglie carminio luccicavano a festa
con deferenza reazionaria

ho caricato l’arma raggiante
sopra lenzuola traboccanti di storia
e in una mira senza increspi né pieghe
ha tremato il grilletto sotto dita di cera

ma il mio bersaglio
era un’illusione d’ingegno

e l’arma raggiante
caricata a salve

Ode al nutrimento

Ti benedico a mio nutrimento
Tu, sale marino tra spume di marmo
celebri un’elegia di forme festanti
sulla mia pelle che sa di libeccio

Ti benedico a mio nutrimento
acciuga lasciata a macerare
nell’afa di mare agostano
destino marinaio è mischiarsi di burro

Ti benedico a mio nutrimento
Signore delle cime e degli abissi
fuoco d’inverno e quercia
schiantata a terra per troppa pena

Ti benedico a mio nutrimento
fiato che entri e
che esci a fatica
scure violenta nell’anima antica

Ti benedico a mio nutrimento
sarabanda del mio livore
che parla al deserto e urlando ti invoca
sovversiva salvezza, mio selvatico amore

Ti benedico a mio nutrimento
colazione al mattino che è madrigale
e cura gli spettri della mia latitanza
dalla casa che ormai mi è sanatorio

Ti benedico a mio nutrimento
balsamo di fiducie passate
blandisci ogni giorno le mie putrescenze
magica malia, seduzione ed incanto

Ti benedico a mio nutrimento
lanterna di quiete nel buio bifronte
ogni passo compiuto è mare notturno
di spinta trascina la volontà già mia

Ti benedico a mio nutrimento
mia terra mio fuoco
incendio dei sensi
respiro, rumore, mio grido, mia festa

Ti benedico a mio nutrimento
mi sazi mi affami mi sazi di nuovo
mi infiammi mi smorzi mi accendi di nuovo
mi illumini, è vita, e quello è per sempre.

La colazione

Sono in cucina a tostare il caffè
con la divisa del peggior farti maschio
Sono in cucina Bambina d’ottone
nell’abbondanza dei tuoi jeans da viaggio

Sono in cucina per la colazione
che sa ogni volta di dipartita
Sono in cucina alla finestra
che spio spiata dietro ombre dei Santi

Mi osservi e dici ‘ti prego, resta’
e io, rinnegata e disonesta
mi sento un’intrusa tra queste mura
come a violare un intimo ignoto

che a ben guardare
non mi appartiene

Le mani di Kamut

il non fare ha l’odore del pane

è domenica d’afa
e d’ore nudi nella stanza dei tappeti
e dei cuscini d’oriente
e delle mappe arabe
e dell’orchestra di cicale che suona per noi
un canone inverso

il non fare ha il sapore del pane

è un pranzo lento in un bar andaluso
a cercare respiro nel miraggio dell’ombra
e trovare stupiti canti di desiderio
nel silenzio solenne di un monastero
con le visciole ancora appese sui rami
e clausure che sanno di sesso

il non fare ha sapore di casa
(le tue mani di farina di kamut)
il non fare ha l’odore del pane
(con le olive, come piace a me)

Tre indizi fanno una prova

Così tanti indizi sul mio cammino
che diventavano ostacoli di senso

Così tanti indizi sul mio cammino
che le frustate di cuoio erano armi di consenso

ricordi dal sottosuolo

la metropolitana d’autunno sbiadito
mi trascinava ai lati
come moto armonico

partivo non sapevo da dove
per arrivare non sapevo come
il mio unico quando un presente disatteso

la metropolitana nelle stagioni a staffetta
era memento d’acciaio
di questi anni bui

ricordo milioni di atomi immobili
nell’illusione del movimento
in seno a Caronte tra sfarzi di inerzia

parlavano non sapendo di cosa
subivano non capendo perché
in un unico quando: un presente disatteso

la metropolitana che era già primavera
l’ho lasciata passare tra sorrisi distratti
ho spiato raminga i colletti prostrati
i giornali narcotici regalati in stazione
le scorte di voci da tribù del commercio
ho spiato i simboli di labirinti in affanno
la città umiliata da monumenti al cemento
le ceneri di Critica
l’aberrazione del consenso

la metropolitana che era già primavera
l’ho lasciata passare con sorriso distratto
avevo con me come scorta vitale
l’odore del caffè del primo mattino
i giornali ordinati sotto il braccio sinistro
e la disciplina della libertà

Il Balocco

Ho sognato un baule e me a sessant’anni

Era il santa sanctorum
di ogni rito tradito
Era il mio testamento
astrazione zaffiro di una vita sfacciata

Ho sognato un baule e me a sessant’anni

Tra l’ afrore del tempo
e il brusio del commiato
ho trovato un carillon polveroso d’amanti:
il balocco d’antan comprato a S. Cosimato

Vocativo

E quando dico addio all’altro errante
piego ginocchia livide e non sprofondo.
Ondeggio.
Ma lama di rasoio mi faccio, nella carne.

Patto di non aggressione

Intavolo allo specchio la mia controffensiva,
mi vedo e
mi ravvedo
tra orchestre e tulipani,
di lividi smarrita.
Tra regine appese a un filo
sei al punto della resa,
ti vedo da lontano
che ti destreggi invano.

Cahier de doléances

Svanisce la nevrosi nell’elegia del corpo
(afferro la tua carne d’ispirazione Logica)

La danza degli ostacoli ci priva di salvezza
(afferro i tuoi pensieri, simbiosi Analogica)

La musica si spegne e il corpo è tra i dannati
(trionfa un vecchio tango, separazione Illogica)

La logica dell’analisi grammaticale

Imperativo è il modo del comando
Vattene – dici
Già sono sulla porta

Inquisitorio è il modo di domanda
Cosa guardi? – dici
Questa casa, per l’ultima volta

Aspettuale è il modo del futuro
Tornerai. – dici
Ancora aspetti sulla porta.

Decreto sicurezza

Stamattina sul treno urbano che parte
dalla periferia nord
di questa capitale
per arrivare
in una delle qualsiasi piazze centrali,
un uomo
presumibilmente rom senza dubbio (ormai) clandestino
suonava la fisarmonica e cantava
bella ciao.

Sul treno di ritorno che parte
da una delle qualsiasi piazze centrali
di questa capitale
per arrivare
abbastanza in fretta
nella periferia nord,
ho incontrato di nuovo lo sguardo
delle due donne
presumibilmente disoccupate senza dubbio infelici
che nel viaggio di andata
osservavano con stupore misto a sdegno
il bambino rom seduto accanto a me
che giocava con la mia collana.
Di legno verde.

Il vaccino

Ho scoperto che preferisco leggere di giorno
l’ho scoperto un mattino guidando
mentre il sole lambiva il mio vetro illuminandomi
gli occhi al Verano
Ho scoperto che i libri che ho in borsa
sono vivi come ricordi
istantanee di progetti futuri o modelli
di comportamento
Ho scoperto che Madre scrittura è l’unguento
di tutti i miei mali
accarezzo le mie ferite, bestia colpita nel giorno di festa
Ho scoperto che quello che scrivo
è rimedio, ma involontario. Fluisce nel tempo
innalza architrave
di solitudine che pare moderna
e invece io, donna obliqua
nell’osservare queste scoperte sento
di avere tra le mani il segreto che placa l’urgenza
di voluttà inconfessate
di voglie sopite di difetti celati
Ho scoperto che leggo di giorno
perché ho scoperto che alla luce del sole
mi sento spaccata come senza ritorno
ma non mi spaventa la fantasia

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