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IL DIALETTO NELLA NARRATIVA ITALIANA


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Verso la metà del secolo scorso s’instaura nella narrativa italiana la tendenza all’antilirismo ed esplode una ricerca linguistica che porta gli scrittori ad immettere nel dettato narrativo termini e/o fraseologie mutuate dal dialetto. Il parlato dialettale, e talvolta addirittura il gergo, non solo sono usati nei dialoghi ma risalgono fino alle parti precipuamente narrative generando un innesto in cui si coglie l’effetto del linguaggio come strumento primario della narrazione. Si apre allora la querelle lingua e dialetto e inizia il dibattito sul cosiddetto “regionalismo linguistico”.

Il dopoguerra aveva smosso le acque della cultura nazionalista, dalla quale alcuni scrittori cominciavano a prendere le distanze rivolgendo la loro attenzione alla regionalità se non addirittura alla provincialità e perifericità del loro territorio di appartenenza. Il fenomeno riguardava l’area del linguaggio ma parallelamente rivestiva una valenza di carattere sociale e populista: alla provincia di Pavese, alla periferia di Pratolini, alle borgate di Pasolini non si poteva disconoscere la funzione di portare alla ribalta una realtà ben lontana dall’ordinamento borghese del sistema sociale anteguerra. Nasceva l’esigenza di innestare al corpo narrativo quegli elementi di dialettalismo utili a rappresentare una fascia sociale che non solo non aveva dimestichezza con la letterarietà della lingua ma alla quale era estranea la lingua nazionale ufficiale.
Per Cesare Pavese la provincia diventa motivo ispiratore e il dialetto si inserisce come elemento mitico-sociale e come consapevolezza del valore umano della cultura. Vasco Pratolini, che ha coperto un arco notevole nella parabola culturale degli anni Cinquanta, si insedia come punto di confluenza delle due linee lingua-dialetto, approdando ad una dialettalità ideologicamente e socialmente connessa all’area nazionale. L’uso realistico del dialetto ha in Pasolini una giustificazione ideologica, ma le intenzioni dello scrittore vanno oltre: il dialetto rappresenta una reazione alla lingua nazionale e comune e una regressione verso l’infanzia, luogo di primordiale vitalità. Un discorso a parte va fatto per Gadda il cui uso del dialetto non corrisponde all’esigenza di accostarsi al parlato e non ha rapporto con una provincia, con un ambiente e/o con una situazione storica e sociale, ma tradisce invece l’impegno del filologo a costruire un linguaggio particolare.
Per quanto riguarda la Sicilia, sebbene lontana dall’industria editoriale nazionale e dimenticata dall’establishment culturale ufficiale, essa ha costellato tutto il Novecento letterario di veri e propri gioielli e sarebbe lunghissima la lista degli scrittori che hanno percorso o che ancora percorrono quella che potremmo chiamare “linea regionale”, vuoi per il legame con la terra d’origine, vuoi per l’immissione nella loro opera di elementi di esperienza regionale, vuoi per la scelta di soluzioni linguistiche che si collegano al loro dialetto. Senza volere citare Verga, Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa e tanti altri entrati a far parte del Gotha della letteratura, ci piace ricordare alcuni nomi forse meno celebri ma che hanno inciso mirabili pagine di prosa: Ercole Patti, che sulla nostalgia della propria terra e del proprio passato ha tessuto le trame dei suoi romanzi più felici; Salvatore Spinelli, che nel romanzo Il mondo giovine pone Palermo e la sua campagna al centro di una saga familiare che percorre un lungo arco della storia siciliana; Giuseppe Bonaviri, che della sua Mineo ha restituito l’immagine di un universo archetipo dove è possibile ogni avventura umana e celeste; Stefano D’Arrigo, che nelle mille e più pagine del suo Horcynus Orca ha fatto convivere il linguaggio colto e la lingua dialettale e popolaresca; e ancora: Maria Messina, Antonio Pizzuto, Angelo Fiore, Turi Vasile. E infine Andrea Camilleri, che nell’attuale panorama letterario nazionale si è posto all’attenzione dei lettori con una sua precisa fisionomia. Nella sua scrittura trama e linguaggio vengono a coniugarsi spontaneamente, direi anzi che la scelta del linguaggio è l’anima stessa del plot che viene sviluppato, l’espressione del pensiero dell’autore, il suo stile, la sua realtà connotativa. Il parlato dialettale nei suoi romanzi acquista valore specifico in virtù della capacità affabulatoria dell’autore e crea quasi un’orgogliosa crittografia, un messaggio che non si preoccupa di essere decrittato ma che vuole vivere di se stesso e viaggiare con la sola energia della sua espressione. Ed è il linguaggio stesso che fa la storia raccontata, che non potrebbe vivere, o ne risulterebbe devitalizzata, se espressa in altro codice. Nell’ambito di una società che si esprime per slogan e che tende ad appiattire la forma della lingua facendone un coacervo di stereotipi, l’aristocrazia di un linguaggio che si chiude alla massa degli utenti più disattenti costituisce atto di coraggio.

Informazioni su anna maria bonfiglio

ANNA MARIA BONFIGLIO risiede a Palermo dove svolge attività culturale nell’ambito letterario e giornalistico. Pubblicista, ha collaborato al settimanale "Bella" del gruppo Rizzoli, ai mensili SiciliaTempo e Insicilia, alla rivista Silarus e a molti altri periodici di carattere letterario. Attualmente collabora alla rivista La Nuova Tribuna Letteraria e al settimanale Vera. Ha curato un corso di analisi ed interpretazione del testo poetico presso l’Istituto Professionale CEP di Palermo ed un laboratorio di scrittura creativa presso la sede regionale ENDAS Sicilia. Dal 1987 al 1998 è stata presidente dell'Associazione Scrittori e Artisti. Ha diretto il periodico Insieme nell'Arte. Collabora con alcune riviste online e con il litblog Viadellebelledonne.

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Questa voce è stata pubblicata il giugno 16, 2009 da in Bonfiglio Anna Maria, Saggi con tag , .

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