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Vaclav Hrabe

Blues per una ragazza pazza

Prefazione traduzione e note ai testi di Alessandro Marini

puntoacapo, 2008

Leggendo la prefazione di Marini i miei freschi ricordi di Praga si sovrappongono, nella memoria, alle drammatiche immagini del ’68 e le pagine magiche di Ripellino danzano alle note di Dvorak. Mi chiedo se non si siano mai incontrati, a Praga, Ripellino e Hrabe; e vorrei davvero credere ad uno scambio di sguardi – e magari di testi – tra i due poeti.

Alessandro Marini ci tratteggia un giovane carico di energie, appassionato di musica e di poesia ma interessato alla vita ‘intera’, pronto ad entusiasmarsi e a contraddirsi, felice di aver potuto conoscere e intervistare Allen Ginsberg in visita a Praga. La morte precoce (Hrabe muore venticinquenne, nel 1965) non gli ha impedito di sopravvivere nei dattiloscritti e nelle recite registrate e di giungere sino a noi, grazie al piccolo editore italiano puntoacapo e al contributo dell’Università ceca di Palacky.

Dodici le poesie proposte in questa raccolta, dove sul filo di un amore si incontrano persone, stagioni, musiche, strade e crocevia di Praga. Il testo d’apertura, Prologo, è tra i più significativi perché, oltre ad essere un polemico manifesto di poetica, vi si addensano personaggi e miti degli anni sessanta, dando subito al lettore la fisionomia culturale del poeta. Per contrasto, Tenerezze assonnate è una nicchia di dolcezza: “…e di nuovo addormentarsi/ con un pugno dei tuoi capelli sulla fronte/ e un po’ ingelosirsi/ del sole/ che lungo il corpo ti disegna/ piccole incomprensibili figure”, così come Chiudi gli occhi, dove sento l’eco di Louis Aragon: “Chiudi gli occhi/ e sarà come quando la luna tramonta su un filare di ponti/ Chiudi gli occhi/ e sarà tutto come l’inizio del mondo”. Poesia centrale è Blues in memoria di Vladimir Majakovskij che ha questo incipit felicissimo: “Sera In basso sotto di me/ splendeva Praga”. E, più oltre, quasi una battuta: “Questo è un blues/ Forse lo capisci nella prossima strofa” , infine “E’ quella tromba/ che nel buio racconta singhiozzando…Il triste gladiatore se ne andava per la Nevski e per l’ultima volta lo offese un borghese”. Concludo soffermandomi sull’ultima poesia, Poesia quasi per un addio, un testo in cui Hrabe sembra tirare le fila sull’amore e sull’esistenza:”Praga stanca/ di lode poetica e della sua/ bellezza/ ingrigisce/ di crepuscolo…E’ così strano/ il pensiero che ti posso perdere..Posso perderti/ e saranno ancora mattine…Posso perderti/ e saranno ancora notti…Posso perderti/ e poi la cosa più semplice sarà dare la colpa alla dialettica…Si/ tutto questo può accadere…Di vedere la mattina sulla Moldava dei cavalli bradi/ di fare una lista dei miei amori/ e se sarà necessario/ di lasciarsi uccidere/ per loro.” Sulla morte di Vaclav Hrabe pende l’ipotesi del suicidio col gas, e quel ‘lasciarsi uccidere’ non aiuta a diradarla: tra lasciarsi uccidere e lasciarsi morire c’è infatti un’abissale, millimetrica distanza.

Antonio Fiori

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