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Non avevo mai letto “Via col vento” di Margareth Mitchell


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Non avevo mai letto Via col vento di Margareth Mitchell. Il film l’avevo visto tante volte e ne ero rimasta affascinata, ma ignoravo del tutto la fonte di quel capolavoro cinematografico, vincitore di dieci Oscar, finché una sera di alcuni mesi fa, mentre guidavo da Cavo a Portoferraio, di ritorno a una visita a mia madre, mi è capitato di ascoltare, su Radio Tre, la trasmissione Damasco, dove si alternano, di settimana in settimana, personaggi che parlano delle letture importanti della loro vita. Il conduttore di turno, di cui purtroppo non ho memorizzato il nome, esperto di cinema e di letteratura, indicava tra i suoi cinque libri da ricordare un romanzo che aveva da poco finito di leggere e che per lui, ormai cinquantenne, era stato un’autentica rivelazione, Via col vento, appunto. Ne sottolineava la freschezza della narrazione, capace di coinvolgere da subito il lettore, e la densità anche cromatica dei paesaggi e dei personaggi descritti.

Incuriosita, ho deciso di colmare la mia lacuna acquistando il libro e tuffandomi immediatamente nella lettura, perché da qualche tempo ero alla ricerca di un romanzo in grado di assorbirmi completamente, di tenermi sveglia col suo intreccio quando di solito sopraggiunge il sonno e che non rischiasse di languire come altri per settimane sul comodino.

Devo ammettere che il conduttore di Damasco aveva ragione.

Già l’incipit Rossella O’Hara non era una bellezza, ma raramente gli uomini se ne accorgevano accende l’interesse e focalizza l’attenzione sulla protagonista. Che ha mille difetti: è narcisista, civetta, avida, ambiziosa, superficiale, testarda, opportunista, poco colta; ma al contempo è anche coraggiosa, caparbia, realista, intelligente, intuitiva e tempestiva, il tutto espresso da occhi verdi in grado di ammaliare chiunque. Come si sa lo sfondo è la Guerra si secessione americana e la prospettiva quella degli abitanti di uno stato del sud, la Georgia, che resta scolpita nella memoria per i suoi colori:

La primavera era giunta in anticipo quell’anno, con piogge tiepide e un improvviso spumeggiare di rosei fiori di pesco; i cornioli macchiavano di grosse chiazze candide la palude scura e le colline lontane. L’aratura era quasi terminata e la gloria sanguigna del tramonto dava ai solchi di terra rossa della Georgia una tinta anche più ardente. Il terriccio umido che attendeva avidamente i semi del cotone appariva roseo nel fondo sabbioso dei solchi, vermiglio, scarlatto e infuocato sui lati dove si stendevano le ombre. La casa di pietra intonacata di bianco sembrava un’isola in un selvaggio mare purpureo, un mare le cui onde si fossero improvvisamente pietrificate nello stesso momento in cui si frangevano.

La casa è quella di Tara, la tenuta degli O’Hara, che resta l’unica certezza, il solo punto fermo nello sconvolgimento della storia personale di Rossella: dopo la fine di un mondo per lei ricco di ogni abbondanza materiale e affettiva, inesorabilmente spazzato via dalla violenza della guerra e dell’occupazione nordista; dopo la miseria, la morte dei genitori, la duplice vedovanza, la perdita della figlioletta, il fallimento del terzo matrimonio, per la scoperta inesorabilmente tardiva di amare il passionale marito Rhett e non il languido Ashley, con cui aveva caparbiamente nutrito i suoi sogni di adolescente e di triplice sposa; restata inevitabilmente sola, dopo aver rinnegato Atlanta, la città dei suoi trionfi e delle sue sconfitte e sconfessato anche quella lussuosa dimora di dubbio gusto che l’innamorato consorte aveva concesso ai suoi capricci di capricciosa e viziata parvenue; l’unica luce per non soccombere alla disperazione è la terra in cui è nata e in cui affondano le sue ostinate radici irlandesi:

Pensò a Tara e fu come se una mano dolce e fresca si posasse furtivamente sul suo cuore. Le apparve la casa bianca che le dava il benvenuto tra le rosse foglie autunnali, sentì il tranquillo sussurro del crepuscolo che scendeva su di lei come una benedizione, udì la rugiada cadere sui verdi cespugli ornati di fiocchi candidi, vide il colore rugginoso delle zolle e la tetra bellezza dei pini sulle colline ondulate. Si sentì vagamente riconfortata da quel quadro e la sua sofferenza e il suo rimpianto furono un po’ attenuati.

La terra natia è in fondo il leit motiv dell’intera vicenda, il cerchio che la contiene tutta: da lei si comincia, con lei si conclude.

Oltre Tara, l’altra ancora di salvezza di Rossella è la capacità di rialzarsi, d’accantonare momentaneamente i pensieri peggiori e concedersi tempo: è la sua filosofia di vita. Ci penserò dopo, ci penserò più tardi Questo le permette di non lasciarsi sopraffare dall’emotività o dal travaso della rabbia, del dolore o della delusione e di spianare la strada ad una calcolata razionalità, che la fa andare avanti, anche quando tutto intorno a lei sembra crollare definitivamente.

Penserò a tutto questo domani a Tara. Sarò più forte allora…Dopotutto, domani è un altro giorno

Tra i numerosissimi personaggi che affollano le pagine del romanzo, indimenticabile è il personaggio di Mammy, la domestica nera, tale quale l’abbiamo vista nel film: determinata, protettiva, ingombrante e insostituibile, perfino nelle ultime righe:

Improvvisamente desiderò disperatamente Mammy, come l’aveva desiderata quand’era bambina, desiderò l’ampio seno su cui posare la testa, la mano nera e nodosa sui suoi capelli. Mammy l’ultimo legame coi vecchi tempi

Rossella rimpiange comprensibilmente il passato ma questo è stato spazzato via dal turbine della storia: i nuovi padroni non sono migliori dei sudisti ( interessante è il rapporto coi neri, che i nordisti difendono solo formalmente ma da cui prendono poi le distanze quasi con ribrezzo, ipocritamente, a differenza degli ex schiavisti che con loro convivono) e un autentico cataclisma infarcito di corruzione e intolleranza accompagna la genesi della società nata dalle ceneri dell’antica. In questa, la morale insegnata alle fanciulle era di essere desiderabili fisicamente ma sufficientemente oche da non spaventare i maschi, mediamente corretti, protettivi ma profondamente persuasi dell’inferiorità femminile. La guerra abbatterà almeno parzialmente il pregiudizio: molte donne si danno da fare e Rossella in testa, divenendo un’ imprenditrice spietata e di successo. La sua noncuranza delle tradizioni e del bon ton è tale da scandalizzare la società benpensante, ma la giovane donna non se dà pena, restando comunque alla superficie del suo mondo, senza porsi troppi problemi, se non quello di piacere e di far denaro. La vita la domerà, senza abbatterla, soprattutto con la rivelazione di aver coltivato un amore sterile che si scioglierà come neve al sole, proprio quando, con la morte di Melania, l’odiosa-amata rivale, esso avrebbe potuto diventare un’unione concreta. E’ Retth a vincere la partita del suo cuore, ma troppo tardi.

Resta Tara, resta Mammy, resta il domani, che da Via col vento in poi, è sempre un altro giorno.

 

 

10 commenti su “Non avevo mai letto “Via col vento” di Margareth Mitchell

  1. PV64
    marzo 19, 2009

    …nemmeno io ma non mi sembra di averne sofferto tanto!
    :-DDD

  2. m.gisella catuogno
    marzo 19, 2009

    Quel che è indispensabile per vivere è bere mangiare respirare…si può fare a meno di tutto il resto, figuriamoci di Via col vento
    MGC

  3. Blumy
    marzo 19, 2009

    avrò visto Via col vento (da bambina e da ragazza ) cinque o sei volte e ricordo sempre la tata negra che chiama Red : Mis(t)er Red, Mis(t)er Red,
    miss Melania sdare male ….
    , mentre il finale mi lascia assolutamente indifferente. Certo deve essere bello immergersi nella storia scritta, conoscere meglio i personaggi che abbiamo visto nei pannni di Clark Gable, Vivien Leigh, Leslie Howard e Olivia de Havilland , perchè di ogni bel film tratto da un romanzo bisognerebbe leggere anche quello; e viceversa.

  4. m.gisella catuogno
    marzo 19, 2009

    Grazie Blumy del commento…G.

  5. margherita gadenz
    marzo 20, 2009

    eppure io non disprezzerei ‘via col vento’.:)
    non rinnego i sogni che ci ho fatto sopra da ragazzina
    quel Rhett tanto amato nella mia adolescente ‘romanticheria’.
    poi se sapessi dire: domani è un altro giorno, mi risparmierei
    avvitamenti e discese.
    grazie, gisella, per questo tuffo nel mio ieri e altroieri:)
    margherita

  6. m.gisella catuogno
    marzo 20, 2009

    Grazie, Margherita,del commento,sono d’accordo con te…a volte c’è troppa supponenza in giro, senza conoscere l’oggetto di cui si parla.
    Gisella

  7. maebasciutti
    marzo 20, 2009

    Io l’ho amato tanto. L’ho letto quando ero davvero piccola, non so avrò avuto 11-12 anni ma mi ricordo ancora la descrizione che fa Rossella di Carlo, il suo primo marito, e quando dice che aveva gli occhi di “un vitello al macello”. Come anche che Ashley era un uomo portato per una vita contemplativa, non adatto al realismo guerriero di Rossella.
    Bello, bello e avvincente, meglio del film per me.
    Un bel ricordo:)

  8. m.gisella catuogno
    marzo 20, 2009

    Grazie, Maeba, è vero, certe descrizioni sono fulminanti…
    Gisella

  9. donatellarighi
    marzo 20, 2009

    A mio parere, difficilmente un film è meglio del libro da cui è tratto. Se si conoscono entrambi, non si può non convenire che la trasposizione in immagini raramente riesce a rendere la complessità e la finezza dello scritto.
    E questa tua testimonianza ce lo conferma.

  10. m.gisella catuogno
    marzo 21, 2009

    Sono due prodotti artistici diversi perché usano linguaggi diversi. Ci sono anche differenze notevoli: nel romanzo Rossella ha tre figli, uno per ogni marito; la madre muore pronunciando il nome del suo primo grande e impossibile amore ecc…
    Grazie dell’attenzione
    Gisella

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Questa voce è stata pubblicata il marzo 19, 2009 da in Maria Gisella Catuogno, Segnalazioni con tag .

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