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Stringo nelle mani sudate una cartellina gialla. E una busta grande, sigillata. Qui c’è scritto tutto quanto sarà di me. L’attesa dura da circa mezz’ora, ma mi sembra sia già trascorsa un’intera giornata. Ormai conosco ogni dettaglio di questo claustrofobico stanzino: cinque sedie; una finestra con tende grigiastre a pannelli scorrevoli sul mondo in sottofondo, pulsante nel traffico di auto rumorose; un tavolino maculato di impronte e ditate unte, su cui è adagiata in disordine una manciata di riviste stropicciate; una piantina spelacchiata e bigia in castigo nell’angolo; una porta, socchiusa. Sono rimasta sola.
Oggi rivedo Alessandro, dopo più di quindici anni. Ho paura di sentirgli pronunciare quella parola spaventosa, che evoca apatiche e competenti figure in camice bianco e celle numerate in alveari d’orrore. Al telefono mi ha risposto la sua erre pizzicata e una voce roca, che ho fatto fatica a riconoscere. Da piccolo mi chiamava Laula. E io lo prendevo sempre in giro. Poi ci fu il miracolo: da un giorno all’altro sputò una fila di erre monche e ammaccate, a tutti gli effetti delle vere e proprie erre, solo un po’ incomplete. E da allora se l’è portate appresso, come un ghirigori strampalato che ricama una firma altrimenti impeccabile.
La prima volta che lo vidi aveva quattro anni e piangendo chiamava a squarciagola la mamma, che non si era accorta di averlo chiuso fuori, sul balcone. Io, due anni più grande, abitavo nello stesso palazzone di periferia, all’ottavo piano, nel portone accanto al suo. Balconi confinanti, i nostri, due stretti rettangoli tenuti insieme da una balaustra marrone, separati solo da uno spesso vetro martellato, che deformava tutti i contorni in strane macchie di colori opachi, inserito in un’intelaiatura di ferro e ruggine. Io mi sporsi incuriosita da tanta potenza vocale; lui, accorgendosi di me, si avvicinò timido e mi piagnucolò il suo nome, un attimo prima che la madre si ricordasse di lui e lo riaccogliesse in casa. Era il nuovo vicino, e presto diventò il mio inseparabile compagno di giochi.
Chi è, adesso? Forse non è stata una buona idea cercalo. Però se quella parola dev’essere, voglio che sia lui a dirmela, con la sua erre zoppa e i suoi occhi nascosti dalle lenti spesse, come due pesci placidi che fanno capolino da una boccia trasparente. Una volta che ci avventurammo in bici, vidi quegli occhi tristi, per colpa mia, e un poco mi dispiacque. Ma non glielo dissi mai. Io inforcavo la mia scalcinata Graziella rossa, con tutta la rabbia che avevo in corpo, e pedalavo così veloce da non sentire più le gambe. Eravamo nel piazzale dove il sabato mattina si allestiva il mercatino rionale: quattro bancarelle di frutta e verdura, all’ombra degli edifici verticali, altissimi e identici fra loro, piantati in fila nell’asfalto delle strade e dei marciapiedi svuotati del nostro quartiere. Per terra c’erano i resti delle vendite mattutine, cartoni e cassette e spazzatura dovunque; io ci scivolai sopra, sbucciandomi il ginocchio. Ale mi raggiunse e mi disse ch’era meglio tornare indietro, ché dovevo essere medicata. Gli risposi di farsi gli affari suoi. A casa non ci volevo tornare. Proprio no. “Andiamo almeno in farmacia”. “Ma che bella idea cretina, l’idea di uno stupido, un nanetto col cervello di gallina!”. Ecco, chiunque altro mi avrebbe certamente lasciata lì, con la mia testardaggine, la mia solitudine, il mio astio cosmico. Lui, invece, abbandonò la sua bici vicino alla mia, si sedette per terra ed aspettò che io mi decidessi a rialzarmi.
Chissà se profuma ancora di borotalco, come nelle domeniche che passavamo seduti sui gradini della Chiesa col tetto a vela, un’orribile struttura degli anni Settanta, di quelle che ti chiedi se l’architetto visionario che l’ha progettata era sotto l’effetto di qualche droga psichedelica. Subito dopo pranzo io uscivo, tirando il fiato, dal mio piccolo inferno domestico e correvo a citofonargli. Lui arrivava con i capelli ancora umidi, la riga di lato, e il suo amatissimo cubo colorato in mano, contento e orgoglioso di esser riuscito a far combaciare tutti i quadretti arancioni o quelli blu. L’aria era sospesa, immobile. Non si sentiva passare nemmeno l’unico autobus, che in settimana collegava la nostra zona-dormitorio alla città. I pochissimi negozi, soprattutto di generi alimentari, concentrati tutti in una via, avevano le saracinesche abbassate. Di aperto c’era solo un bar, il “Baruccio”, pieno di vecchi che nel cortiletto adiacente giocavano a bocce e di poster della Parisi in body a righe e scaldamuscoli rosa. Ci andavamo a comprare il gelato, ogni tanto, e Ale sceglieva sempre il ghiacciolo di limone con il bastoncino di liquirizia nera, da cinquecento lire.
Io odiavo tutto. Ogni enorme fabbricato in cemento che si stagliava prepotente contro l’azzurro, il fazzoletto di erba rada con due altalene e una fontanella in centro, che qualcuno aveva avuto l’ironia di soprannominare “il giardinetto”, le viuzze poco illuminate anche a Natale. Non sopportavo la gente che popolava quegli appartamenti col tinello dalla tappezzeria a fiori e la televisione sempre accesa. Sciatta. Chiusa nei propri silenzi. Indifferente. Ma soprattutto detestavo casa mia, e non vedevo l’ora di andarmene lontano.
Alessandro, invece, sembrava vivere gli anni della sua infanzia con tutta l’innocenza e la serenità che a me mancavano. O forse ero troppo occupata a pensare a me stessa, per accorgermi dei suoi malesseri. Anche da ragazzi, quando ci si incrociava casualmente, ormai divenuti due estranei, non gli ho mai chiesto come stesse davvero. Solo domande di cortesia, tipo come va la scuola, andrai all’Università, come stanno i tuoi. Io con la sigaretta accesa, che scendevo da una macchina sempre diversa, e lui che mi diceva “ciao, Laura”, senza guardarmi in faccia. L’ultima volta che lo incontrai frequentava Medicina già da qualche tempo ed era un volontario della Croce Rossa. In piena notte ci scambiammo l’ultimo saluto, Alessandro che si allontanava dall’ambulanza, con un giubbino arancione fosforescente, io che finalmente me ne andavo via, con un tizio che faceva il fotografo in Francia. E a pensarci bene, però, nonostante tutti i viaggi in giro per l’Europa, tutti i muri che ho chiamato casa, in cui ho dormito con uomini senza volto, mi sembra a volte di non essermi mai mossa da quello stramaledetto balcone.
Ma questo deve essere uno di quei pensieri che balenano nelle sale d’attesa degli studi medici. Uno si annoia o ha paura di morire, allora si mette ad analizzare la propria vita, così, per decidere se valga la pena o meno di adoperarsi tanto per tentare di salvarla. Io dico che bisognerebbe sempre vedere a che prezzo si resta vivi. Riflettere, valutare, scegliere, andarsene… Ma perché Alessandro ci mette così tanto? E non si può neppure fumare.
Una voce di signora gracida un “Arrivederci Dottore”. Poi la porta si spalanca. La segretaria mi dice di accomodarmi, ché il medico mi aspetta, si infila a tracolla un borsetta all’ultima moda ed esce. Ha finito di lavorare, e va di fretta.
Mi alzo a fatica, percorro il corridoio muto ed entro nel suo studio. E’ lui, accidenti, è proprio lui. Solo senza occhiali, un po’ più robusto, con qualche capello in meno.
Si alza dalla scrivania e mi viene incontro.
“Laura! Non sei cambiata per niente! Come stai?”
“Eh, non lo so…dimmelo tu.”
Non volevo dargli una risposta così secca. Però non riesco a conversare amabilmente, voglio solo sapere che diavolo c’è scritto nella busta, non mi va di dilungarmi in convenevoli, tanto non abbiamo niente da dirci, e non sono qui per chiacchierare dei tempi passati, ché anzi vorrei cancellarli. Gli stringo appena la mano.
Si siede e mi indica una poltroncina in finta pelle, in cui sprofondo. Me lo immagino invitare le sue pazienti a spogliarsi, per la visita, con lo stesso cipiglio da automa che ha assunto ora. E mi scappa da ridere, perché mi viene in mente una volta che maliziosamente gli chiesi di farmi vedere che c’era sotto i suoi pantaloni, e lui che era un bambinetto dal rossore facile, si giustificò con un “mia mamma non vuole!”. Adesso che ci penso non diceva mai di no. Quando non voleva fare qualcosa pronunciava il fatidico “mia mamma non vuole”.
“Alessandro posso fumare, per favore?”
Alza la faccia di pietra dalle scartoffie, finalmente.
“Dovresti smettere”.
“Sì, certo. Poi smetto di bere e magari anche di scopare, no? E che campo a fare, allora?”
Non ci posso credere. Arrossisce ancora. D’accordo, faccio la brava e non fumo. Aspetto buona che il Dottore esamini tutto, per benino.
“Mi dai la busta con i risultati? Vediamo di che cosa si tratta.”
Gli consegno il pezzo di carta sgualcito, che mi si è appiccicato al palmo della mano. Mi sforzo di pensare che è solo carta. Carta con sopra stampata la mia condanna o un’assoluzione.
Ok, no, non voglio più sapere, non voglio. Adesso gli dico di fermarsi, di non leggere… anzi, no, invece gli chiedo una cosa, che so per certo non si ricorderà affatto, perché è successa trent’anni fa e le persone normali dimenticano, si lasciano scorrere addosso l’infanzia, non come me, che ci provo da una vita, ma non mi riesce mai.
“Ale… hai più visto due elefanti bianchi?”
Mi guarda distratto, come quando da piccolo cercava le parole per raccontarmi che cosa aveva sognato o le ultime gesta della sua eroina preferita, Pippi Calzelunghe.
“Le nuvole le osservo ancora, con mio figlio Tommaso, ma veramente due a forma di elefante non mi sono più capitate.”
Non si è dimenticato di quel giorno memorabile, quando giocando sui nostri balconi vedemmo volare due elefanti, che sembravano veri per quanto erano simili ai pachidermi in carne ed ossa. Gridavamo tutti eccitati, meravigliati e stupiti col naso in su. Finché i due animali attraversarono il cielo e si dileguarono, subendo prima quattro metamorfosi almeno. Lui allora mi disse serio: “Laula, mi fai amico pel semple, velo?” “Sì, te lo giuro.” Ma io avevo già scoperto che “per sempre” non esiste. E dentro di me sapevo che prima o poi l’avrei tradito. Sarei scappata dalla mia casa e dai suoi fantasmi, mi sarei lasciata alle spalle tutto. Anche lui.
“Certo, però, all’ultimo piano di un palazzo di edilizia pubblica si é parecchio vicini al cielo. Ora mi affaccio dal terrazzo di uno scarso secondo piano e non ci trovo più lo stesso gusto a seguire le nuvole. Si vede che non presto loro la dovuta attenzione, perché mi sembrano tutte uguali.”
Abbassa di nuovo gli occhi sugli esiti delle analisi cliniche.
Io, i miei, li sbarro e trattengo il respiro.
“Laura, tranquilla. Non è quello che pensi.”
Non so se ridere o piangere. Non so che cosa dire. Un’emorragia di immagini vorticose sgorga improvvisa, rompendo gli argini delle mie paure, un turbinio di sensazioni pure, disordinate mi investe fresco e mi dà il capogiro. Sento un battito veloce di tamburi nelle tempie e la bruma dei giorni che verranno condensarsi in gola.
Ale si appoggia allo schienale della sua sedia e incomincia a dondolarsi. E’ ancora quell’immobilità di cristallo, che filtra l’atmosfera densa degli oggetti. E’ silenzio di velluto e di sonno col capo inclinato sul piano vischioso dei ricordi.
Chissà, forse scivolarci sopra insieme farà meno male.

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