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La ‘giusta distanza’, suggerisce il giornalista esperto (un affabile e convincente Fabrizio Bentivoglio) al ragazzo che vuole intraprendere la strada del giornalismo, è quella che sta a metà tra il distacco e la partecipazione ad un fatto di cronaca di cui si vuole scrivere: attenzione, ma mai troppo coinvolgimento. Giovanni, l’aspirante giornalista, seguirà l’evolversi della storia tra Mara, una giovane insegnante in attesa di essere chiamata per il Brasile per un progetto di cooperazione e Hassan, un meccanico tunisino ormai cittadino italiano a tutti gli effetti. In un lembo di Polesine provinciale e malinconico, la bella e annoiata Mara, intraprende con Hassan una storia che raggiungerà i toni della passione.

Il film, curato da un Carlo Mazzacurati in stato di grazia, ha il sapore dolce-amaro di una favola triste del 2000.  Mara verrà trovata morta e il colpevole, per gli abitanti del paese, non può che essere Hassan.  Soltanto Giovanni, l’aspirante giornalista, scoprirà il vero assassino, mentre Hassan si toglierà la vita.
Una storia attuale in un luogo desolato con figure reali interpretate con grande efficacia da giovani attori pressochè sconosciuti e dirette sapientemente da un regista che, ne La giusta distanza,  ci offre una delle sue prove più convicenti.
Molto bella la colonna sonora dei Tin Hat e la musica magrebina che fa da sottofondo alla danza araba di Hassan e del cugino: un momento , questo, in cui si fondono musica, grazia e poesia