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http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/1/1e/Contessa_di_Castiglione.jpg

Per Virginia lo specchio era fonte di inesauribile soddisfazione: le rimandava l’immagine di una dea dell’Olimpo, di una “statua di carne”, come l’aveva definita, piena di invidia, quella bisbetica della principessa di Metternich. Era il primo buongiorno che si concedeva al mattino, spogliandosi nella sua camera da letto, finalmente sola, quando quel noioso di suo marito usciva di casa per i suoi affari e lei pigramente apriva gli occhi e cominciava a prendere contatto col mondo. Prima di chiamare la servitù, farsi servire la colazione e cominciare la lunga estenuante toilette che avrebbe occupato gran parte della mattina, le piaceva liberarsi della serica camicia da notte e guardarsi. Per quale sorta di miracolo era così bella, così perfetta? Davvero Venere e gli Amorini avevano vegliato sulla sua nascita colmandola di attrattive! A cominciare dalla pelle di velluto, bianchissima, per passare ai lunghi capelli movimentati da morbidi ricci, e a quel corpo che faceva impazzire di desiderio tutti gli uomini che la conoscevano: non c’erano politici e diplomatici, re o banchieri che le resistevano. Davanti a lei, lo stava sperimentato giorno dopo giorno, da quando le si erano aperte le porte della corte sabauda, anche i personaggi più potenti, quelli che facevano la Storia, diventavano semplici maschi eccitati. E di questo godeva, assai più degli amplessi che si concedeva generosamente, in fondo anch’essi monotoni e ripetitivi!
Il potere di sedurre era molto più soddisfacente della seduzione stessa!
Lo specchio, davanti a cui sostava scrutandosi attentamente, alla ricerca di imperfezioni inesistenti, con lo sguardo di un’estranea che dovesse giudicarla, le raccontava occhi cangianti dal verde all’ azzurro, naso delicato, seno alto e armonioso, cosce lunghe e affusolate.
Sapeva di suscitare la rabbia e il rancore delle altre donne, ma anche di questo godeva: poteva portarsi via i loro uomini con uno sguardo, un valzer, una scollatura audace, un tocco più deciso delle sue mani leggendarie.
-Chi sei? Che farai mai di grande? Possibile che tutta questa bellezza sia fine a se stessa? Non sarà invece un segno del destino?- chiedeva all’immagine riflessa, mentre la stanza si inondava di luce e il sole danzava sul letto abbandonato.
Poi, a malincuore, doveva rinunciare alla contemplazione di sé, per cominciare la giornata. C’era una novità eccitante: Cavour le aveva parlato di una missione a Parigi presso Napoleone III, si profilava all’orizzonte un suo trasferimento nella Ville lumière! Del resto il suo matrimonio era ormai a pezzi, Francesco aveva chiesto la separazione e il piccolo Giorgio non poteva certo impedirle di fare la sua vita. Sapeva di essere non solo bella, ma anche scaltra, intelligente e colta. Il francese, poi, era la sua seconda lingua. Avrebbe potuto fare qualcosa di importante ed essere ricordata per sempre! Questo non valeva forse una separazione, la maternità sopportata, il disprezzo della buona ed ipocrita società piemontese?
L’unico cruccio era che anche il Nigra la incoraggiasse: era stato uno dei suoi tanti amanti, ma di lui, forse, si sarebbe potuta innamorare…soltanto da lui accettava di buon grado quel nomignolo affettuoso, Nicchia, con cui la chiamavano i suoi familiari da piccola, per la curiosa abitudine di raccogliersi come una conchiglia…
Quel nome le ricordava il Golfo dei Poeti, che lei chiamava romanticamente Ariel, suo padre e sua madre, La Spezia che amava e che le rimaneva nel cuore, anche dopo il trasferimento a Torino e i fasti della corte. Sentiva sua quella città, al punto da negare la nascita fiorentina, in quel ventitrè marzo 1837 di tiepida primavera, per proclamarsi spezzina: “ Sono nata alla Spezia, mi sono sposata alla Spezia e voglio essere sepolta alla Spezia, mia ingrata, ingiusta, amata città” scriveva nel suo diario. Non sapeva spiegarsi razionalmente quell’attaccamento: era piuttosto un’inclinazione naturale dell’animo verso quel luogo, quel paesaggio, quel golfo che si apriva a perdita d’occhio sul cobalto del mare alimentando i sogni e la fantasia. Quante volte, da bambina, aveva immaginato di viaggiare, a bordo di quei velieri, diretti chissà dove, ai confini del mondo…e con quale gioia, passeggiando lungo la riva, mentre il sole giocava con l’acqua, aveva raccolto conchiglie: le piacevano tanto quelle forme, quelle cavità misteriose nelle quali si nascondeva, come gemma nello scrigno, il profumo e il rumore del mare. Del resto anche lei non era forse una “nicchia” quando dormiva, raccogliendosi stretta stretta, intorno a se stessa?
Poi, a sedici anni, l’addio alla bella villa, alla famiglia, al suo golfo, per sposarsi: perché l’aveva fatto? Non per amore ma per curiosità, per la costante irrequietezza che l’accompagnava. La solleticava l’idea di diventare “ la contessa di Castiglione”, poter frequentare il potente cugino di Francesco, entrare a far parte di quel mondo dorato. Il conte aveva dodici anni più di lei, era gentile, innamorato, stregato dalla sua prepotente bellezza. Così Nicchia si era tuffata in quell’avventura…che presto l’aveva profondamente stancata.
Per lei ci sarebbe voluto un uomo diverso, più forte, più determinato, che la sapesse guidare con autorevolezza.
Invece Francesco l’accontentava in tutto, anche nei suoi capricci più indisponenti e costosi, terrorizzato all’idea di perderla, di dividerla con altri uomini. Ma proprio questa era la strategia sbagliata. E poi lei era troppo bella per essere solo di suo marito: ogni corteggiatore, ogni spasimante rappresentavano una conferma del suo fascino, un trofeo che si aggiungeva al precedente. Che trionfo piacere ed essere invidiata!

La villa di Parigi, messale a disposizione dal cugino Camillo Benso era ricca e confortevole e soprattutto…piena di specchi.
Così poteva concedersi un’ orgia di sé, gustare la sua immagine riflessa ovunque e ricaricarsi per le fatiche della missione; sì, perché era un’autentica “missione diplomatica” quella che le si chiedeva: convincere Napoleone III all’alleanza con Vittorio Emanuele II, rilanciare il processo risorgimentale dopo l’umiliazione della prima guerra d’indipendenza, dare ai Piemontesi la possibilità di una rivincita sull’odiato Impero austro-ungarico.
E lei Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, poteva favorire tutto questo, naturalmente a suo modo: infilandosi nel letto dell’imperatore e diventandone, almeno per un po’ di tempo, l’irresistibile amante italiana; certo le dame di corte avrebbero starnazzato di gelosia e d’invidia e la cattolicissima Eugenia, l’imperatrice, avrebbe gridato allo scandalo davanti alla sfrontatezza di quella straniera: ma era proprio ciò che desiderava e le insaporiva la vita. Non vi avrebbe rinunciato per nulla al mondo.
Già dalla sua prima comparsa alla reggia, al braccio dell’ambasciatore Costantino Nigra, durante una festa, aveva monopolizzato l’attenzione di tutti con i suoi gioielli preziosissimi, l’abito audace, la spendida acconciatura che sottolineava l’ovale perfetto e il collo da cigno: un mormorio aveva attraversato la sala…poi erano cominciato le danze ed i commenti malevoli. Dei quali si fregava. Come della sua fama.
Da lì a poco c’era stata la notte di Compiègne, con l’imperatore: per l’occasione aveva indossato una camicia di seta finissima, che stava nel pugno d’una mano; se l’era fatta scivolare addosso, sul magnifico corpo nudo, i lunghi capelli sciolti sulle spalle. Si era presentata così ed era riuscita ad essere molto più convincente del suo brutto cugino. In fondo gli uomini sono tutti uguali, si diceva, e lei conosceva bene le loro debolezze…
Ma gli anni trascorrevano impietosi tra un ritorno in Italia e un nuovo viaggio in Francia, le spese folli, gli amanti smemorati, i debiti che la sommergevano, la causa di divorzio, il figlio poco amato, il marito rancoroso. Lo specchio ancora la confortava, la seguiva nei suoi spostamenti, era il suo talismano segreto.
Fino al un giorno in cui, nella solitudine di un pomeriggio assolato, la sua immagine risultò inedita e dolorosa allo sguardo: due rughe ai lati della bocca indurivano il sorriso, gli occhi da favola apparivano tristi e spenti, la pelle non più tesa sul mirabile collo.
Le crollò il mondo addosso: la fonte di tutti i suoi poteri, la sua mitica bellezza, stava tramontando! Come fermare quel disastro? Come arginare il fiume in piena del tempo?
Pianse, si disperò, imprecò contro tutto e tutti: maledisse se stessa e le energie trasfuse in quel castello di carte, che così velocemente crollava, giurò di non guardarsi più, di mettere il lutto alla sua bellezza che svaniva. Ordinò alla domestica metri e metri di tulle nero e con questo velò tutti gli specchi di casa, per non assistere all’agonia della sua avvenenza. Non aveva ancora quarant’anni.

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