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Annota Simenon nel suo diario di bordo: “Malta si scopre da molto lontano, che emerge dal blu del mare, è una roccia abbagliante rosicchiata da rare macchie di verde. Ma che verde prezioso! L’isola non ha una sorgente, un fiume, un ruscello. Un tempo non aveva nemmeno terra! Nient’altro che la pietra arida che il sole riscaldava! Questi alberi che s’innalzano oggi, questi campi di frumento, questi parchi, non hanno dunque messo radici nella terra maltese ma nella terra che velieri come il mio hanno portato, tonnellata dopo tonnellata, dalla Sicilia”.

L’avvicinarsi all’isola, “ombelico del Mediterraneo”, genera nello scrittore una sorta d’inquietudine: gli pare impossibile che una terra così strutturalmente appartenente al “mare nostrum” sia sotto gli Inglesi, che sostanzialmente la snaturano nei suoi modi di essere e di presentarsi. Quando infatti i dettagli della costa si fanno più nitidi, senza alcun dubbio sono cannoni quelli che appaiono alla sommità delle mura o negli anfratti della roccia; e il naviglio che esce dal porto non è costituito da golette con la prua artisticamente scolpita, ma da torpediniere e da sottomarini su cui sventola la bandiera britannica. Appena l’Araldo viene scorto da terra, barche colorate gli si fanno incontro, per cercare di vendere tutto il possibile. Anche le case sul molo portano le insegne inglesi e a controllare le strade sono poliziotti in divisa color cachi. Questo a Simenon fa più effetto di quando li ha visti a due passi dalle Piramidi e dalle mummie degli imperatori egizi. Cominciando a conoscere bene il Mediterraneo, dalle Baleari alla Grecia, e le sue genti noncuranti, fataliste, stanche forse di scrivere da millenni la storia del mondo; questa rupe di Malta, colonizzata da un popolo giovane e altezzoso, proveniente da una lontana isola nebbiosa, dove un tempo quelle stesse genti mediterranee andavano a rifornirsi di stagno in mezzo a uomini selvatici, per il bronzo delle loro statue e delle loro ami, gli appare un simbolo stridente, incongruo, di una realtà altrettanto inaccettabile.

Riconosce che il suo pensiero è bizzarro e dettato forse da una punta di invidia o pregiudizio antibritannico, ma le sue sinapsi non possono impedirsi di formularlo! Lui ama gli Inglesi solo in Inghilterra. Certo che sente d’aver torto… in fondo, guai ai popoli che si ammolliscono! E questi Maltesi che hanno dimenticato tutta la loro storia gloriosa, i templi megalitici e i navigatori fenici, i Cavalieri dell’ordine di San Giovanni che salvarono l’Europa dai Turchi, e Napoleone, forse si meritano la dominazione che hanno, l’imposizione di una lingua straniera e di costumi insoliti …Ecco, ora, imbastarditi si arrampicano all’assalto del battello senza più fierezza degli Arabi o degli Armeni: parlano dieci lingue senza conoscerne bene una, offrono benzina, gasolio, provviste, canarini e distrazioni piccanti; le autorità che col bastone li allontanano –poliziotti venuti da Londra- indispongono quanto loro. Anche Napoleone era meno estraneo all’ambiente, proveniva da un’altra isola non lontana. Oggi, invece, nel cuore del Mediterraneo si parla una lingua che non ha nessuna affinità con quella locale, si gioca a golf o a bridge e si mangia scatolame venuto dal nord.

L’amarezza e l’ironia dello scrittore si compendiano in queste parole: “Credo che occorra essere qui per comprenderlo e per avere il cuore pesante all’idea che un’altra razza colonizza oggi coloro che hanno vissuto da millenni tra il mar Ionio e Cartagine. Evidentemente questo rende le strade più dritte, le cisterne meglio costruite col calcestruzzo, gli immobili più alti di uno o due piani. E come mi diceva stanotte un Maltese: “Quando il porto è pieno, anche le nostre tasche sono piene!” Pieno di torpediniere, di corazzate, di sottomarini, pieno di uomini venuti di lassù per far andare il commercio. Mi si annuncia che André Maurois parte da qui nel momento in cui io vi arrivo ed egli scriverà certamente cose profonde su questo soggetto che io affronto balbettando. So che è stato ricevuto nei clubs, questi “bastioni britannici” che s’innalzano un po’ dappertutto nella città. E gli ufficiali che “vengono a fare due anni” qui, come si va a “fare due anni” dai neri o dagli indù, hanno dovuto snocciolare a lui le loro confidenze. Io ho quasi vergogna di confessare che ho fatto. Io…io ho passato le mie notti a correre dietro alle donne come un volgare gatto di grondaie erra per le strade deserte d’una città”.

Lo scrittore, in effetti, non sempre trascorre le sue notti con Tigy, o meglio non l’interezza delle notti: si coricano insieme, leggono, parlano scherzano, litigano, amoreggiano o fanno l’amore; dormono il primo sonno fianco a fianco; ma poi, mentre Tigy continua a dormire il “sonno dei giusti”, arrivando beatamente alla mattina, Georges, perennemente inquieto, si sveglia. E allora non c’è ragione o sentimento che possa trattenerlo a letto: deve uscire, tuffarsi nella notte fonda, mescolarsi ai nottambuli, perché il buio ha per lui un fascino straordinario, fa emergere e brulicare un’umanità insospettabile per inclinazioni e debolezze. Il giorno, con la luce del sole, è il tempo della ragione, della virtù esibita; la notte quello dell’emozione, della trasgressione, della verità contrapposta all’ipocrisia. Tigy lo sa che suo marito esce e frequenta i bordelli: è la sua spina nel fianco. Quando ha cominciato a accorgersene la rabbia è montata in lei come la marea col plenilunio: l’ha affrontato, assalito, ingiuriato, graffiato. Poi si è arresa. Meglio le puttane che le altre donne, pensa ora: meglio il corpo che l’anima, così non s’innamora, non mi lascia. Dopo Josephine Baker e il pericolo che per il loro matrimonio ha costituito quella pantera sensuale e intelligente, ora i casini, per lei sono il male minore. Anche se l’umiliazione resta, anche se la ferita al suo orgoglio non si cicatrizza mai.

Georges, da parte sua, conosce tutte le case di piacere dei luoghi in cui ha soggiornato o che ha visitato, ma specialmente quelle che si snodano, senza soluzione di continuità, lungo la costa tra Narbonne e Nizza e che si celano appena, anzi la sera si ornano di una lanterna stemmata che indica al lussurioso, come il faro al navigante, la rotta da seguire. Il frequentatore non si nasconde più di tanto per entrarvi e il rappresentante di commercio, finita la giornata, vi fa l’ultima partita a carte col suo miglior cliente, anch’egli lì, come tanti altri, in mezzo alle ragazze in vestaglia. A Nizza, il bordello è in un palazzo pieno di marmi, ferro battuto e specchi. A Genova, Napoli e Messina, dal caldo dei vicoli, salendo quegli scalini in pietra e oltrepassando quella soglia, ci si ritrova tra la più amabile delle frescure e delle intimità.

Molti salotti accoglienti sono aperti, i corridoi s’incrociano su stanze dove risuonano le note di un fonografo discreto e gli uomini, giovani o maturi, vanno e vengono fumando le loro sigarette. Non c’è imbarazzo negli sguardi che s’incrociano, domina la più grande naturalezza: l’ambiente è invitante e non è avvertito come volgare allungare una mano a sfiorare il ventre di una ragazza o il seno di un’ altra, per assaporarne in anticipo tono o mollezza. Le donne sono nude sotto le vestaglie, si offrono con ostentazione o riserbo, a seconda dei caratteri, al maschio in attesa. Si sussurra, si scherza, si passeggia; poi, al momento giusto, si sparisce dietro una porta, senza che nessuno si risenta per questo.

Del resto, nel suo Elogio della lussuria, lo scrittore non si dichiara forse per una “ sessualità allo stato puro, sgombrata di ogni sentimento, di ogni sentimentalismo, di ogni romanticismo e romanzesco”?

E nei suoi romanzi non figurano tante volte “coppie imboscate all’ombra di un portico, vesti alzate velocemente, cosce bianche come il latte, angoli di tavolo, scossoni, fretta”? *

Quando, assediato dalle domande della moglie, Georges accenna a quegli ambienti e a quei gesti, Tigy cerca di farlo rinunciare alla sua ottica maschilista:

– Ma non ti rendi conto che queste ragazze sono delle vittime, delle disgraziate che lo fanno per bisogno, che sono lì come vacche al mercato senza potersi ribellare a chi le palpa o ci fa sesso anche se nei confronti di certi loro clienti provano schifo e ribrezzo?!”

Sa però di non convincerlo perché intuisce, seppure oscuramente, che da parte di Georges quelle esperienze rispondono al desiderio lancinante di conoscere un’ altra creatura attraverso la fusione con essa: solo così, forse, riesce a darsi temporaneamente un’identità e a sentirsi vibrare all’unisono con ciò che lo circonda. Ma questo non mitiga la rabbia di dover dividere il suo ruolo di moglie con il resto dell’harem.

– No, Tigy, non è come dici, hai letto troppi romanzi sociali dell’ottocento, ti assicuro che buona parte di quelle ragazze non vorrebbe fare altri lavori, in fondo aprire le gambe è molto meno faticoso…

Non è come pensi, ti assicuro che la maggior parte di loro conserva dignità e decoro, come le cortigiane dell’antichità…In fondo non erano allora donne colte e rispettate!? A volte poi qualcuna si innamora di un cliente e allora lascia per amore, perché non ce la fa più a fare la vita…

– Ti detesto perché mi umili!- grida allora la povera Tigy- sentendo di non avere argomentazioni tali da convincere suo marito a desistere da quelle esperienze e inevitabilmente scoppia a piangere e a far scenate. Georges la lascia sfogare, poi si avvicina, l’abbraccia e quasi la costringe a un amore aspro ma eccitante come le immagini che hanno scatenato la sua ira. Lui non cambia però di una virgola le sue abitudini né prova rimorso per questo; avverte solo un lieve disagio che ben presto svanisce insieme alle spirali di fumo della sua pipa. Nei casini sperimenta un’umanità variegata, inedita, sorprendente… non può rinunciarci: l’universo femminile è troppo vasto, complesso, multiforme per poter essere riassunto e esaurito da un’unica persona, seppure cara e amata come è per Tigy. I teorici della monogamia sono per lui ipocriti o sessualmente inibiti: il rapporto con un’altra creatura a te fisicamente complementare non è solo una forma di godimento biologicamente legittimo, ma anche una splendida avventura emotiva e conoscitiva, ogni volta diversa perché disuguali sono le modalità d’approccio.

Ricorda che nel suo precedente viaggio nel Mediterraneo, qualche anno prima, durante la consueta visita al bordello, aveva riscontrato un’organizzazione del tutto originale nell’offerta delle ragazze: la maitresse, una signora matura dai capelli argentati, mostrava al cliente una sorta di quadro, dalla cui cornice lavorata, fotografie di donne sorridenti o ammiccanti, in pose sobrie o lascive, facevano bella mostra di sé; accanto a ciascuna foto, una breve didascalia esplicativa delle caratteristiche fisiche e psicologiche del soggetto:”Aspasia, ventun anni, bruna, grande e ben fatta, molto tenera”, oppure “Lelia, ventisei anni, forte, appassionata e autoritaria”. Insomma il cliente poteva scegliere comodamente dal catalogo. Quando si dice il progresso…

Aveva verificato invece che a Istanbul, bagnata dal Mediterraneo, ma nella sua profonda intimità tutta rivolta all’Oriente, dalla rivoluzione culturale di Kemal, era scaturita un’ondata di pudore che aveva solo lambito il quartiere di Galata, dove il sesso si vendeva oltre la porta aperta di una camera che dava su una squallida via. Quando la tenda era alzata, si poteva entrare e soddisfarsi; quando era abbassata, non c’era che da aspettare. Sa che da dodici anni un decreto vieta infatti per legge la prostituzione, ma concede anche che le puttane, regolarmente iscritte, possano continuare a esercitare il mestiere fino alla morte. Per questo a Istanbul le prostitute sono tutte tra i quaranta e i sessant’anni

Nelle altre città del “mare nostrum”, poi, Porto-Said, Alessandria, Il Cairo, interi quartieri sono dedicati al commercio sessuale:

“…è una fiera, è un bazar…” annota nel suo diario- vi si cammina come altrove si cammina intorno al chiosco dove suona la banda municipale o la fanfara della guarnigione. Sulle soglie si parla con donne seminude e ci sono terrazze dove si beve il caffè turco o dove si fuma il narghilè in un caldo odore di cosce. C’è la via delle nere a due franchi, quella delle israelite e delle armene a cinque franchi, poi la strada delle tedesche, delle italiane e delle greche, infine la via aristocratica delle francesi a venti franchi…Alle due del mattino il quartiere è così vivo come i grandi viali in pieno giorno e nessuno pensa di avere vergogna se il demone della carne lo tormenta e se, camminando lentamente, palpando di qua, palpando di là, egli cerca la donna dei suoi sogni…

A Barcellona…Tutti i bisogni della nostra natura umana si espongono orgogliosamente e gli efebi lo disputano alle donne…Dappertutto, a est e a ovest del Mediterraneo, a nord e a sud, una medesima semplicità segna il compimento di un gesto così semplice…E’ altrove, lassù, nelle brume, che persone tristi e pratiche si sono accigliate e hanno deciso che…” a Malta non deve esistere la prostituzione! E così poliziotti equipaggiati di tutto punto stanno davanti agli ingressi dei bar o degli altri ritrovi che rigurgitano musica per controllare che il massimo della trasgressione sia qualche palpeggiamento, non di più! Con quale risultato!?

Simenon lo sperimenta una notte, quando si sente chiedere da uno sconosciuto se ha bisogno di una signorina. Ancor prima di poter dare una risposta, vede avvicinarglisi una carrozza e lo sconosciuto prendervi il posto del cocchiere. Escono dalla città, attraversano campagne scure e deserte fino a un sobborgo, dove, dopo che la carrozza si è fermata e ha fatto per tre volte un giro su se stessa, entrano misteriosamente al suo interno due donne, una giovane e la madre. Simenon le guarda: sono tristi e taciturne, la ragazza ha un aspetto sofferto, anemico. Scopre che sono la sorella e la mamma del cocchiere. Qualsiasi pensiero lascivo lo abbandona. Dà del denaro alla donna che porge la mano, ma rifiuta qualsiasi approccio. L’uomo a cassetta si innervosisce, insiste nella sua offerta. Lo scrittore risponde picche, le fa scendere e ritorna in città. Viene a sapere che quelle due povere prostitute sono forse le uniche di Malta.

Insomma a questo ha portato la rigidità e l’ipocrisia degli inglesi nel cuore del Mediterraneo: a fare della festa dei sensi il più lugubre dei funerali… Decide di partire entro l’indomani stesso, perché, pur nella bellezza del paesaggio naturale e artistico, quell’isola i cui cannoni sono puntati verso i quattro punti cardinali, non la regge più.

Tigy, il giorno dopo, pretende e ottiene di visitare La Valletta: ha letto che Malta per migliaia d’anni è stata patria, roccaforte, centro di scambio e rifugio di moltissime popolazioni: dagli infaticabili costruttori di incredibili templi megalitici, ai temerari navigatori fenici che la colonizzarono per la loro posizione strategica e vi rimasero per centinaia d’anni; da San Paolo che vi capitò in seguito a un naufragio e convertì al cristianesimo la popolazione, fino agli arabi, giunti dopo secoli di completo isolamento, che vi introdussero la coltura degli agrumi e del cotone e ne modificarono la lingua tanto da lasciarne evidenti tracce nel moderno maltese; da Carlo V di Spagna, che affidò l’ isola e le sue sorelle minori ai cavalieri dell’Ordine di san Giovanni, nato durante le crociate, in cambio dell’affitto simbolico di due falconi maltesi l’anno, ai Turchi che l’assediarono per tre mesi con trentamila soldati senza riuscire a vincere la resistenza a oltranza dei settecento cavalieri e degli ottomila maltesi: fu in questa occasione che i cavalieri vennero considerati i salvatori d’Europa e in cambio del loro eroismo ricevettero contributi finanziari a costruire una città fortificata tutta nuova, appunto La Valletta.

Come un’allieva saggia e curiosa, armata di macchina fotografica e dell’immancabile guida, Tigy, la testa piena di tutte queste notizie, impone a Georges la visita almeno delle mura cinquecentesche perfettamente conservate e di un museo dove sfavillano straordinari arazzi fiamminghi e quadri del Caravaggio. Dopo questo stimolante tuffo nella storia, finiscono il tour nei bellissimi giardini della città, ricchi di aromi e colori sensualmente e meravigliosamente mediterranei, rivincita profumata e cromatica alla pesante ingerenza inglese nell’isola.

* Alain Bertrand Préface a La Mèditerranée en goélette

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