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Avevamo dei girasoli in un vaso, deposti a terra, nella stanza più piccola. Sembravano guardarmi, con dolce tristezza, e mi parve di comprendere l’antica emozione di Vincent per questi fiori vivi.
Erano rinati inattesi, piccoli e sparpagliati, nei campi intorno al nostro villaggio durante gli ultimi giorni solari e limpidi d’un recente ottobre.
In quel periodo io e Francesca andavamo a passeggiare lungo una strada solitaria che s’allontanava dal laghetto in campagna, denso di memorie etrusche, per giungere, dopo pochi chilometri, in un minuscolo paese quasi del tutto spopolato a causa della chiusura delle miniere vicine. Ogni volta eravamo sorpresi dalla bellezza dei luoghi che attraversava la strada e per un poco restavamo in silenzio, mano nella mano. Poi ridevamo, scherzavamo, ci allontanavamo tra noi e dicevamo sciocchezze ad alta voce, tanto nessuno poteva sentirci. Io facevo il buffone, ero allegro, ma mi rabbuiavo anche facilmente e perciò Francesca mi sgridava.
Incontravamo pochissime persone, ed inoltre, quegli incontri avvenivamo raramente.
Osservavo con un po’ d’ansia il funzionamento del mio corpo, che non era più tanto giovane, e m’accorgevo di non essere pronto ancora ad abbandonarlo.
In quei giorni venne a trovarci, proveniente da Londra, un mio vecchio amico che soggiornò nella nostra casa una sola notte. Nella lunga passeggiata che facemmo per strade e viottoli deserti, dopo una cena di gnocchi e spiedini, parlammo delle nostre vite, attenti a lasciarci capire e ad ascoltare. Un odore d’olio essenziale di lavanda, regalo del caro amico, si spande ancora per la casa come traccia del suo passaggio.
Qualcosa stava cambiando in me, e Francesca se ne avvide. Anche per lei s’apprestava un periodo di importanti mutamenti e al mattino la sorprendevo talvolta a consultare un grosso libro sui sogni o a cercare lumi nei tarocchi.
La solitudine rallentava i nostri ritmi; in quel periodo entrambi nemmeno lavoravamo, Francesca perché non era riuscita a trovare una occupazione in un territorio che non ne offriva molte ed io perché mi ero assentato dal mio ufficio a causa di certi fastidi fisici. Erano a noi preclusi così anche quei rapporti, seppur quasi del tutto formali, che si hanno con i colleghi.
Ci facevano compagnia quotidianamente la radio di mattina, la televisione di sera e, durante la giornata, alcuni libri che prendevamo in prestito ogni dieci-quindici giorni in un’accogliente biblioteca d’un paese non troppo distante dal nostro villaggio.
In una domenica radiosa, l’ultima di quell’ottobre, risalimmo la rupe d’un antico borgo ridotto anch’esso a pochissimi abitanti: non più di duecento, ci disse uno di loro. Giungemmo alla sommità dello sbalzo roccioso, arrampicandoci tra i resti d’un castello degli Aldobrandeschi, da dove si poteva contemplare da un lato la vasta pianura (s’intuiva il mare dietro un velo di foschia), e dall’altro una cornice di colline e montagne che divenivano diafane e si sfaldavano nel cielo.
Tra gli alberi della campagna sottostante seguimmo per un poco il ricostruirsi d’un grosso gregge di pecore che, in un allegro richiamo di belati dai diversi toni, si spostavano in un altro pascolo.
La notte del 31 ottobre misi una zucca di Halloween vicino alla finestra. Mandava un caldo bagliore arancione che mi riportava alla magia d’una infanzia mai persa.
La mattina dopo mi svegliai in un giorno di nuovo pieno di sole e mite, screziato nel cielo soltanto da alcune nuvolette bianche a piccoli batuffoli. Uscii per fare quattro passi e per scaricare l’ansia che spesso mi aggrediva all’improvviso. Portai con me un libro che non lessi. Nel campo di calcio alcuni ragazzini si allenavano vestiti da veri calciatori. Passai da una pasticceria per comprare due brioche e sbirciare il giornale sul tavolino, ma riuscii solo a farmi impacchettare le brioche perché il giornale era in mano ad una ragazzona bionda in tuta sportiva.
Sulla strada di casa un tipo mi chiese l’orario.
“Non ho l’orologio, mi dispiace,” risposi, “ma dovrebbero essere le dieci e mezza circa.”
“Grazie,” rispose lui. Era una persona sui quarant’anni, dall’aspetto molto giovanile, con qualcosa di strambo che trapelava dalla sua figura.
“Più cerchiamo di afferrare il tempo e più ci sfugge, come acqua tra le dita,” aggiunse a sorpresa. Io farfugliai qualcosa in risposta e, un po’ perplesso, lo salutai.
Entrai in casa pensando a quell’uomo. Mangiammo contenti con Francesca le brioche mentre il sole illuminava la cucina.

Un venerdì avevo appuntamento con un dottore per una visita specialistica. Francesca mi accompagnò.
Il corridoio, utilizzato come sala d’attesa, era freddo e i nostri abiti non ci proteggevano abbastanza. Stavano lì sedute cinque o sei donne anziane, poi si unì a noi anche un rappresentante di medicinali. Una di quelle donne, la più loquace, disse:
“Siamo tutte donne qui ad aspettare.”
“C’è solo un uomo,” aggiunse, indicando il rappresentante di medicinali.
Francesca brontolò tra sé, ma io ero ormai abituato, se presente in un gruppo di donne, ad essere invisibile oppure a venire quasi assimilato da esse, a causa forse del mio carattere cortese che enfatizzava il mio lato femminile.
Una signora sui settant’anni, appesantita dall’età e da qualche chilo in più, sospinta dalla chiacchierata che s’era accesa tra loro, raccontò della sua vita:
“Mia madre mi diceva di mangiare pane perché faceva venire gli occhi belli, quel pane che allora non era dei migliori. E a me vennero veramente degli occhi bellissimi. Ora mi si sono rimpiccioliti dietro questi occhiali, e poi ci sono anche le rughe. Eh, si stava bene allora, ci divertivamo con poco. C’era miseria, ma stavamo bene lo stesso. Io vivevo ad Asti, terra di vigneti. Dopo la vendemmia andavamo con le mie amiche tra i filari a prendere i grappoli d’uva che non erano stati raccolti perché troppo verdi. Mangiavamo l’uva col pane che portavamo sempre in tasca.”
Venne il mio turno di visita. Il medico era abbastanza giovane, calvo e molto serio. Era sistemato con grande sicurezza nel suo grigio involucro sociale.

La sera talvolta ascoltavo i discorsi di Osho, il mio Maestro di vita e di morte:

“Se riuscirai a vivere la tristezza, nascerà in te una felicità di qualità diversa che non sarà repressione della tristezza, ma sarà oltre la tristezza. Colui che saprà essere pazientemente triste, un giorno sentirà la felicità sgorgare nel suo cuore da qualche sorgente sconosciuta.”

Rimanevo al buio, vicino al registratore, ad occhi chiusi.

Il pomeriggio la luce ormai moriva più rapidamente nel cielo d’umori cangianti. Nelle notti limpide a volte ci incantavamo ad osservare le stelle, e cercavamo anche, giocando ai piccoli astronomi, d’orientarci tra le poche costellazioni conosciute da me e Francesca. Poi fuggivamo infreddoliti in casa.
Altri giorni si deposero nella nostra memoria come foglie ingiallite sulla terra.
I cachi illuminarono per settimane i propri alberi sfolgorando di giallo, d’arancione e rosso e tingendo di ruggine la terra fertile con cui infine molti di quei frutti si univano. Compimmo insieme al nostro pianeta un’altra danza intorno al sole ed anche quell’autunno s’impolverò di ricordi.

*Subhaga Gaetano Failla è nato a Scalea in Calabria nel 1955. Laureato in Sociologia a Urbino, ha pubblicato saggistica sociologica in volume e in una rivista. Suoi racconti e poesie sono stati pubblicati su numerose riviste cartacee, sul quotidiano Il Messaggero, attraverso RAI Radio 3, e su riviste e siti on-line italiani ed esteri tra i quali Faranews. Suoi libri di racconti: Logorare i sandali (Aletti, 2002, vincitore del concorso “Alla ricerca dell’autore”), Il coltello e il pane (Aletti, 2003), La signora Irma e le nuvole (Fara, 2007). Racconti in antologia: con Aletti Editore (2002) e in due antologie di Perrone Editore (entrambe del 2007). Il racconto lungo Il seminario di Vinastra, tra i vincitori del concorso “Pubblica con noi”, è in 3×2 (Fara, 2006). Il testo Oltre le mura inesistenti dell’io è nel volume Lo spirito della poesia (Fara, 2008). Suoi haiku sono presenti, in lingua inglese, nelle antologie, tradotte in tedesco e francese: Zen poems (Londra, 2002), Haiku for lovers (Londra, 2003). Ha collaborato con la rivista Orizzonti e con la rivista londinese Hazy Moon. Vive a Massa Marittima (GR).

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