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L’immagine, dedicata a Mariella Bettarini, è di Roberto Matarazzo

Perché hanno lasciato un gioco di legno
immobile nel campo, sembra anche più sola
e grande la sera, ora che appena

sfiora le case e il paesaggio, e più in là
il mare, e per le ali dei gabbiani
è notte di sonno, e buio per le acque,
e immensità di calma per il cielo
e riposo invisibile di rondini.    

 

 

Il nome (1968)

Il mio nome schiumato dal
setaccio, con pesciolini e stelle
di mare; il mio nome ilare,
che non è me, che non mi rappresenta,
un nome sconveniente,
fangoso (brandello da avvoltoio).
Su altre piste muovo
il mio carro; fuori da Firenze, d’Italia, fuori
dal mondo, senza più
ragionevolezza, ma per questo
irriducibile,
ferita nel centro del ventre
come da un taglio cesareo da cui
esca finelmente l’io
che andavo cercando.

da Il leccio (Editrice I Centauri, Firenze, 1968)

 

 

La rivoluzione copernicana (1969)

La libertà
non è liberazione. Ora seguo Copernico.
Prima seguivo Tolomeo, ero annebbiata
dalla mia storia. Adagio, il cervello che dosa
e sceglie, la vena aperta
da cui ci si dissangua, dissero
l’entità dei fatti, il coaugulo
di colpo entrò in orbita, l’occlusione
fu sbloccata; conobbi disciplina e docilità
in ugual misura, sostenni con il caffè
i rapporti deteriorati con Tolomeo, finché
non lo vidi svanire alla vista; da cima a fondo
si squarciò il velo non appena vidi
la folla che mi accompagnava.

da La rivoluzione copernicana (Trevi Editore, Roma, 1970)

 

Terra di tutti (poemetto, aprile-dicembre 1970)

III
Penso alle parole strozzate in gola, alla materia
che tutti i giorni si condensa e al cervello
che scoppietta – terra di nessuno, perciò
di tutti (del resto, inutile che ricerchi qui
nel cervello – la mia immagine: più facile
la trovi riflessa nella prima pozza d’acqua
che si presenta)
“I primi saranno gli ultimi”. Guai
ai primogeniti, alle primipare
e ai primitivi: ai profeti
e ai prediletti. Il cervello di uno
è terra di tutti e se a uno si muove il lampadario
dentro il teatro, stia attenta la folla
che non le cada addosso
una montagna di calcinacci.

da Terra di tutti e altre poesie (Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1972)

 

 

 In bocca alla balena (1971-72)

quanto ci cresce l’erba quanto cresce…

quanto ci cresce l’erba quanto cresce
nella schiuma dell’acqua mentale riempita di papaveri
galleggianti di fiori bianchi gialli
viola-rosso-rosa-arancio violetto
con molti stami e molte vespe.
                                                Oggi c’è il popolo
non si può dire “dov’è il popolo?” cammina sventola
depone voti (la regina fa uova poi muore).
Oggi non si può dire “dove l’hanno cacciato?”
                                                                       oggi
c’è il popolo per tutto il verde dell’Italia
                                                              oggi
è la nostra giornata facciamoci questa bella
mangiata, questa “bella”, prendiamo la rivincita
mettiamogli paura a quei piccoli potenti
saccenti ubbidienti di ieri.

E’ il giorno nostro uno dei tanti
uno dei più importanti perché il più vicino
a essere il giorno della gabbatura finale – giorno
con tante patetiche bandiere e tanti vecchi
tante visiere tanto popolo-popolo
                                                      oggi
è la nostra democrazia
guardata nel fondo degli occhi da un carabiniere
con un gran fascio di papaveri e due scarpe immense
sopra due piedi troppo piccoli
per spiccare il salto e dare la scalata
alla cuccagna di cioccolata.

da In bocca alla balena (Edizioni “Salvo imprevisti”, Firenze, 1977)

 

 

mie giornate marzanti lunghebrevi miei… (1972-74)

mie giornate marzanti lunghebrevi miei
ninnoli acidezze rancure radicchietti
                                                            mio ricordo
rinascere restare rodere
rombo rododendro ranuncoli
                                                mio sforzo di durare
galleggiare ristorare riprendere.
                                                un anemone secco
in mezzo a un vaso un gambo spiegazzato una larga
finestra una mano sciancata
                                           un ricontare a lungo
un’offesa una ciocca una pagliuca (diletta?)
una pagliuzza in un occhio un pane a vetri cotto
(bene) i figli di nessuno per contorno una bella famiglia rimediata
una dura nidiata una girata
di testa e un vitale ascensore per ascendere
l’orlo delle scale smerlate poverelle
                                                       compagne mie
le arselle narcisetti papaveri ortensie dai colli
blu affacciate

da Dal vero (Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1976)

 

 
La nostra gioventù (1976)

Nota dell’autrice:

Si tratta di una libera ri-costruzione poetica svolta sul modulo di alcune poesie friulane di Pier Paolo Pasolini: quelle della sua antica La meglio gioventù (1941-49), da lui riscritte nel 1974, ossia circa trent’anni dopo la primitiva giovanile stesura.

 

da Suite italiana

Mostro o farfalla?

I
Farfalla-libertà
vienimi accanto:
                         c’è un mostro
fatto di confini
che si diverte a soffocarmi.

II
Farfalla-acqua
dammi da bere:
                         c’è un mostro
d’acqua putrida
che si diverte ad assetarmi.

III
Farfalla-sole
scaldami:
c’è un mostro
di antico oro
di merda e sangue.

IV
Farfalla-carne
puliscimi:
                        c’è un mostro
di vermi e serpenti
che mi tortura.

 

Le campane di gloria

Il sole scalda
come da sempre
                           e la bambina-vecia
con due figghi morti
stringe il nero
non ridendo più.

da La nostra gioventù (Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1982)

 

 
(per l’amico Roberto C.  novembre-dicembre ’78)

ora sono di fronte a un
tessuto – un tessuto cardiaco –
a un’arma – ad una
inimicizia.
                qua questa carta
ti chiede di rivelarne i dati certi:
dammi le chiavi per uscire
dal simbolo – per aprirlo

*

immagino (invece) i luoghi
dove sei nato: anche
un freddissimo dicembre
o qualche luogo
del sessantennio andato – qualche
foglia di platano – una
clessidra
              parecchie pagine
delle mie carte – i fili
del telefono.

non è visibile il trionfo
della morte
appunto per il fatto
che non sei affatto morto
nonostante ti ostini a crederlo

*

un capelvenere – l’ospedale
senza più ponti.
                           perché dici
che è come previsto?

                                 a questo punto
la morte innescherebbe la novità
l’indecifrabile
siamo dunque già arrivati alla morte?

da Diario fiorentino (Sciascia, Caltanissetta-Roma, 1979)

 


filtra negli occhi … (1980)

filtra negli occhi
brilla balza
                  (filtrava balzava
imbrilliva) e la tua frangia (bionda)
e la tua chioma spettinata
(bruna) compivano la bruma
nella mia testa
                       di tutto questo
restava una luna
e i primi libri ingemmati
(padri dei libri/alberi)
e il cane che balzava
e stelle s’incontravano
a mezz’asta a mezza
luna a mezzo (mio) fegato
                                        dove andavo
sparita in scomparizione?
dove mi volava la testa?
                                    da me
disseminandomi (morta ricomparita)
sdrucciola tra mobilia spaiata scale
cotte – lampi a lampi di noi
ferraglie rotte e la trasfigurante
primavera in udito
da qualche parte e i venti della sera
in apparimento e l’appartamento
che d’un tratto s’illumina
oltre il campo
                         ed il tuo corpo-manto
e il bambino che si guarda
allo specchio
                      vedi – pago parecchio
                                                       sospesa
nelle puntate della testa
                                      nella festa (triste) di questo
accadimento
                    nell’evento
rivelatore
               nei cavalli/trastulli nei fanciulli

da Il viaggio/Il corpo (L’Arzanà, Torino, 1982)

 

 
eccomi al piumoso pappo…(31 gennaio 1980)
Nota dell’autrice: 
                                                                                                                                                               … e i dieci brevissimi testi che qua si pubblicano, scritti fulimineamente in una sera d’inverno, ripropongono niente più di questo: la qualità e fatalità dell’occhio, la vitalità e visività fatali (eppure segrete) della vegetale materia ingigantita dal “macro”.

 
 
5
eccomi al piumoso pappo
della clematide vitalba
                                    (alba/spora
alba/seme)
raccolta di filami
                           di pelami
e fogliami
                 la peluria dei
vecchi
           e ragni/tele agitarsi
di cose e girarsi
di incaute prode

7
sfocare (ex-plodere)
annuvolare carminio
di bacche stente
                           che vedo
si accapigliano si carezzano
                                            si
festeggiano
                   sfavillanti
e disperse

10
vigneto
            vigna
                      il ristagnare
fumo del mosto
                         infernale
fine d’agosto
la foglia/grillo abbarbicante
il seghettante sfondo
                                  di un’uva
senza piedi
                  che deflagra
che si sottomette

da Poesie vegetali su foto di Gabriella Maleti (Quaderni di Barbablù, Siena, 1982)

 

 
sotto il bosco (1980)

sotto il bosco
o sottobosco (UNDERWOOD)
                                              delle invisibili
di Franz
             delle ineludibili
delle inarrivabili mani
che battono sotto il bosco
                                          che battono
(i bosco) a forma di letto o di
dentellante luna

                            poi
dita/codice in volo con inchiostro
e nervetti che trillano
                                    la virtù
della pazienza
della (in)temperanza dello strumento
ben temperato
delle immani possibilità
(di viaggio messaggio vassallaggio)
e B e M (fuggono)
la situazione fredda/calda
                                         offerta come offerta
su piatti numerati siglati destinati ad arti
di messaggeri proclamatori bardi banditori ciechi
taciti bisbigliatori e sonori amori

da Ossessi oggetti/Spiritate materie (Quaderni di Barbablù, Siena, 1980)

 
 

mi pare di capire… (1975)

                  mi pare di capire
così poco i perché ho messo la tua
faccia davanti
                      e ti guardo
spesso e tengo i tuoi libri
dalla parte destra
del letto
             dove poso
quel muscolo la notte
                                   e dormo
sotto i miliardi di fuochi
e dentro la visione di un paese diverso
che non sta a me sola fare
ma che sta anche a me.

                                        è un’estate
dolce – inutile fare – dolce.
quando penso che a Roma
non ci stai più
                        non sto affatto
bene
        eppure non pensavo a te
quasi mai
                mai anzi
pensavo a te
                    al tuo triste capo
che andava invecchiando
in cerca d’Africa.
                           l’abbiamo qua
la nostra Africa
                         vedi
e il Terzo Mondo
non è lontano
                      e il così detto sottosviluppo
è un Sud di fame
                             e la CIA è la CIA
dappertutto
                   e il Po
è il Nilo e il Gange
                             il Friuli
è la terra affamata
dell’Amazzonia.
                          l’alternativa
l’abbiamo qua:
                         l’Africa
non serve – defunto Rimbaud
italiano con smanie e rughe.

(…)

ora chiudo
                 perché sono
stanca e perché
queste righe mi paiono
                                     in fine
senza costrutto
ché non sta a me
sola costruire niente
                                 semmai
ri-costruire incerta
quei gridi da quelle
piazze
            quelle speranze
                                     e il rosso
di pochi papaveri

da Trittico per Pasolini su Almanacco dello Specchio n. 8 (Mondadori, Milano, 1979)

 

 
qua fra questa flora…

qua fra questa flora
dentro queste appendici erbaceo arborescenti
a corimbi a grappoli a capolini a ombrelle
a calice a scarpa a faccia stupefatta
di dissociato mentale di mentecatto
e fòbico trepidante con pendolo
mascella sbarrata et etiam parletico
flora con scarpe basse e nuvole
martelli scrittorii di corsa
                                          flora
che parla e che comanda mediante gialle
orecchie d’orso – pan porcino
doronico dai fiori grandi – campanella ascissa
ipocheride ad un sol fiore – carlina
dalle foglie d’acanto e quanto d’altro
prospera e s’appella a me
                                          flora
sfera d’amante – ferace sfera
vegetalica – foro traverso il quale
passo e ripasso
                       tesso la doppia rete
d’una duplice cima
                               d’un doppiato versante
di una me duellante
                               di una me da sdoppiare

da Vegetali figure (Guida Editore, Napoli, 1983)

 

i testi sono tratti dall’Antologia, A parole – in immagini  (Edizioni Gazebo, Firenze, 2008)            fine Prima parte

 

 

Del monumentale corpus antologico concernente l’opera in versi di Mariella Bettarini, Autrice che non ha bisogno di soverchie presentazioni e ritenuta con giusta ragione fra le maggiori della contemporaneità, viene qui riportato un compendio cui si è scelta la divisione in due parti non tanto ai fini di un preteso (e, nel caso, pretestuoso) excursus filologico o, tanto meno, esegetico. E’ noto – o così dovrebbe essere – il carattere eminentemente soggettivo, e non immune da pericoli, delle scelte selettive che conducono all’estrapolazione, da questa o quella raccolta di poesie; di un testo piuttosto che un altro.
Dunque, si è qui preferito dare un taglio piuttosto cronologico nel presentare la complessità di un lavoro che si articola nell’arco di un quarantennio espresso in ben ventisette raccolte edite in volume e il cui alto profilo già si palesa dagli esordi.
Non quindi una esplorazione con residui analitici pur se a latere, essendo viva e vitale un’ampia letteratura critica al riguardo, ma un viaggio nella cronologia di un’opera che comunque non si dà tempo (non fosse per le datazioni spesso apposte per mano della stessa Autrice) tali sono la cifra e il magistero di una poetica la cui datità si annuncia in un percorso vettoriale che oltrepassa i limiti della storiografia stessa e dei conseguenti ed eventuali – quanto sterili – tentativi di storicizzazione.
Ne consegue che il criterio di selezione, per quanto “opinabile” come tutti i criteri di cui si sussume la soggettività, non solo “elude” i termini esegetici e filologici di cui si è detto, ma non pretende neppure di indicare i componimenti ritenibili quali maggiormente significativi ché, in tal caso, ben più ardua sarebbe stata l’impresa di ripartizione.
Tenendo presente il fondamentale carattere di omaggio che questa ricognizione intende assumere nei confronti di Mariella e del suo straordinario iter, si è pertanto adottata la scelta, certo non esaustiva, di riportare una poesia tratta da ogni raccolta (fatta eccezione per talune a struttura poematica di cui si offre più di un esempio per amore di coerente unitarietà), a partire da quella di esordio, con l’ulteriore fine di illustrare al lettore interessato all’approfondimento un saggio di quella che si può definire una vera e propria grandiosa progressione poetica.

Mirko Servetti

Note:

1)vengono così riportate, in questa prima parte del ‘post’, le poesie tratte dai volumi pubblicati a partire dalla seconda metà degli anni ’60 (Il pudore e l’effondersi – 1966) fino agli inizi degli anni ’80 (Vegetali figure – 1983) dove sono inoltre indicati gli anni di composizione delle diverse raccolte

2)il brano di apertura, scelto in funzione “didascalica”, si intitola Il gioco di legno ed è tratto da Il pudore e l’effondersi