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Come pagina bianca
Pasquale Esposito  

Aletti editore 2004
pp. 110, 14,00 euro

 

  

Un libro in cui nulla accade e tutto ci viene raccontato. Un libro che è vita in ogni parola, ed è amore nella ricerca di comunicazione estrema, anche quando tutto sembra negato e l’unica cosa che ci rimane siamo noi stessi in una coltre di solitudine.
Esposito ci racconta per immagini, per suoni e colori, trasformando tutto il mondo interiore in parole, parole che riempiono questa pagina bianca che inquieta il protagonista senza nome e senza corpo. In un mondo in cui tutto è esteriore, Pasquale Esposito riesce a farci viaggiare nell’interiorità e nell’incorporeità.
Come pagina bianca racchiude al suo interno anche tante poesie, ma è esso stesso un’unica grande e complessa Poesia dove le parole ” si inerpicano sulle pareti, percorrono tutto questo spazio […] passano veloci da una parte all’altra, senza posa, affannate e stanche, poi di nuovo enfatiche, poi nostalgiche. Sono scritte luminose nel buio, contorni definiti, dai mille significati, forme animalesche, che pronunciano la parola di cui sono immagine [… ]. Le parole echeggiano, oppure ululano lamentose, quali spiriti di morti mai sepolti che vagano alla ricerca dell’espiazione, aggrappati con le mani adunche alle mie palpebre.”
Visionario ma non solo, onirico quanto basta per trascinarci con sé nei meandri della psiche che rifiuta di omologarsi a niente altro che non a se stessa, il pensiero di Esposito esplora tutte le direzioni della Bellezza che turba l’anima e la rende fragile di fronte ad una società che non accetta i ‘diversi’ neppure – e soprattutto – se la diversità riguarda la sfera spirituale.
Il senso d’estraneità, il non capire perché siamo qui – se il “qui” è una casa di cura, un luogo materiale, ma anche se il “qui” è pensato come il luogo immateriale della nostra Vita – rendono più acute le percezioni del protagonista e gli fanno trovare un motivo per restare aggrappato a se stesso e al mondo che lo circonda. Quel motivo, quel filo sottile che lo lega all’esterno è Lei, la persona a cui scrive – nutrendosi del pensiero di lei che leggerà ciò che lui scrive – e a cui si mostra scendendo all’interno della sua anima e rivoltandola sulla pagina bianca che serve da “pretesto” per scoprire e farci scoprire quanto le nostre anime – frammenti divisi e indivisibili del nostro io interiore – siano sempre in congiunzione e una non si possa privare dell’altra, pena l’alienazione da noi stessi, il non riconoscerci.
La solitudine dell’uomo è ben rappresentata dalla malattia e dall’essere distante da tutto e da tutti, una grande metafora della nostra società che di solitudine si nutre e nello stesso tempo ci affama, privandoci dell’attenzione altrui, della condivisione e del ‘riconoscimento’. Noi esistiamo solo se possiamo specchiarci nelle nostre parole per gli altri e nell’idea che abbiamo di ciò.
Ma se è vero che la solitudine si nutre di se stessa “E’ un potere oscuro e inconsapevole che affonda le sue radici nella voglia di appagarsi di sé. Una forza di esclusione dell’altro da sé.”, è anche vero che “… sono giunto alla conclusione che solo l’uomo può rendere isolato l’uomo, che si tratti di sé stesso o di altri”, e la volontà con cui il nostro protagonista senza nome e senza volto impiega in queste sue parole è un gesto di speranza e di convinzione che nulla è perduto finché rimane anche una sola parola da scrivere, unica eredità che possiamo lasciare.

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