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Il primo mal di testa ti è venuto a fine aprile.
Non ne avevi mai sofferto, per questo lo trovammo strano.
Eravamo proprio qui, seduti sul divano, a guardare qualcosa alla televisione, se non sbaglio (o forse era un DVD? A dire il vero non ricordo, è passato così tanto tempo), quando improvvisamente mi hai chiesto: “Non è che in casa abbiamo un’Aspirina, un Moment, un Aulin” o una qualsiasi altra cosa che potesse servire allo scopo?
“Mal di testa? Tu?”
Si, mal di testa, io.
Perché? Che c’è di strano? È un’emicrania, cazzo, la cosa più normale del mondo.
Mica ti sto dicendo: “Ho un tumore alla testa!”
No.
Non me lo stavi dicendo.
L’avrebbe detto il neurologo, però, e lo avrebbe fatto di lì a pochi mesi.
Proprio così Eleonora.
Tumore.
A ventisette anni, peraltro, un’età in cui una dovrebbe pensare alla vita, mica alla morte.
“Il problema è che purtroppo si tratta di una formazione tumorale molto estesa, difficilmente operabile, e non escludo che possano anche essersi già formate delle possibili metastasi”
Quanti mesi di vita?
Venti? Dieci? Due?
“Otto. Dodici al massimo”
Otto.
Puttana miseria.
Non sono molti otto mesi, non se sono quelli che ti restano ancora da vivere perlomeno.
“Dio mio, non posso farcela”
Figurarsi che quella sera siamo persino usciti a cena.
Un modo per reagire, più che altro, o di fare finta che non fosse successo niente.
Abbiamo parlato poco, com’era prevedibile, evitando accuratamente di toccare l’argomento.
Ne avremmo discusso, questo era certo, ma non in quel momento, non in quel posto.
“Voglio fare l’amore”, mi hai detto tornando a casa.
E lo abbiamo fatto l’amore, due volte.
Lentamente, come piace a te, tu sopra e io sotto, fino a quando non ti sei addormentata.
Io invece non ce l’ho fatta ad addormentarmi, non subito.
Sono stato a guardare la stanza fino alle due, o forse anche oltre, fatto sta che mi sentivo come uno che non avrebbe mai più chiuso gli occhi per il resto della sua vita.
Ripensavo a noi, ai nostri progetti.
Che ne sarebbe stato di tutte quelle cose che dovevamo ancora fare, alcune importanti, altre molto meno.
Le vacanze, ad esempio.
Le avremmo fatte lo stesso o avremmo lasciato perdere?
E la macchina nuova?
Aveva senso cambiarla adesso?
Quella notte è stata la prima volta che l’ho sentito chiaramente.
Il tumore, intendo.
Me ne stavo lì, tra il sonno e la veglia, quando quel figlio di puttana ha iniziato a martellare.
TUM
TUM.
TUM

In un primo momento ho pensato che fosse qualcuno che picchiava contro il muro, ma poi alla fine ho capito che non era così.
Quel TUM TUM veniva dalla tua testa, ed era un rumore che non aveva niente a che fare con la regolarità di un battito cardiaco.
A volte sembrava avvicinarsi, altre allontanarsi, quasi fossero passi provenienti da diverse direzioni.
Ti ho guardato. Dormivi.
Cazzo, come potevi non sentirlo?
Avrei voluto urlare, svegliarti, qualsiasi cosa pur di non sentire più quel dannato TUM TUM TUM.
“Devo prendere un sonnifero.”
Il mattino dopo ho provato a parlartene.
“Come sarebbe un rumore nel cervello?”
Si, un rumore.
Colpi più che altro, alcuni forti, altri molto meno, difficile da spiegare.
“Tu sei pazzo”
La notte seguente è stato lo stesso.
Devo confessarti che un po’ me l’aspettavo, per questo non ne sono rimasto sorpreso più di tanto.
Me ne stavo in balcone a fumare la milionesima sigaretta quando ho sentito il primo colpo, nitido, proveniente dalla camera.
TUM.
Silenzio.
TUM TUM.
Silenzio ancora.
“Mi stai chiamando?”
TUM.
“Mi stai parlando?”
TUM TUM.
Di lì a breve la mia vita cambiò radicalmente.
Al mattino ero spesso stanco, e sul lavoro il mio rendimento scese presto di parecchio.
I più attribuirono la cosa a quel che era successo a Eleonora, e devo onestamente riconoscere che ci fu molta comprensione da parte dei miei superiori.
“Mi ascolti Flavio, se ha bisogno di prendersi del tempo, che siano ferie o settimane non retribuite, non si faccia scrupolo di chiedermelo, va bene?”
No, grazie, preferisco così.
Ho bisogno di uscire, di stare in mezzo alla gente.
In quella casa c’è un senso di morte che lei non si immagina, dottor Mandrioli.
Lo so che la mia affidabilità non è più quella di un tempo ma la prego, ingegnere, non mi tolga anche questo.
Glielo chiedo per piacere.
“Non si preoccupi, Flavio. Nessuno le toglierà nulla. Non qui alla Mandrioli perlomeno”
Quando tornavo a casa ti trovavo spesso a letto, con il libro aperto sul cuscino.
Da qualche giorno eri sempre a pagina cinquantatré.
“Perché lo tieni lì, se poi non lo leggi?”
“Non ne ho voglia, tutto qua. Inizio a pensare e mi deconcentro, e così finisce che leggo e rileggo sempre la stessa riga”
“E qual è la riga che stai rileggendo?”
“All’improvviso la carrozza voltò di lato con un poderoso scossone e cominciò a scendere come in una gola fra cancelli, muri e pendii”
“Doppio sogno” di Schnitzler.
Un libro come un altro, eppure, chissà perché, sembrava proprio che stesse parlando della nostra vita.
Eh sì, perché anche la nostra esistenza all’improvviso aveva iniziato a voltare di lato con un poderoso scossone per poi cominciare a scendere come in una gola fra cancelli, muri e pendii.
E di certo, prima o poi, sarebbe andata a schiantarsi da qualche parte.
Nel frattempo i rumori erano diventati ancora più insistenti.
Attribuivo la cosa al fatto che il tumore stesse aumentando di volume, quindi non me ne preoccupavo nemmeno più di tanto.
Al TUM TUM TUM principale si aggiungevano ogni tanto dei piccoli colpetti che sentivo più lontani, una sorta di ticchete ticchete, tanto per intenderci.
Metastasi, probabilmente.
Formazioni tumorali a uno stadio ancora embrionale.
Nonostante passassi tutte le notti ad ascoltarti, dopo la volta che mi avevi detto: “Tu sei pazzo” avevo smesso di parlartene.
Anzi, alla domanda:
“Ma li senti ancora poi quei colpi?”
la mia risposta era sempre:
“No”
E comunque la terapia non stava dando affatto gli effetti sperati.
A dicembre venisti sottoposta a un intervento per ridurre la massa tumorale in modo da allentare la pressione sul cervello.
A Natale saremmo dovuti andare alle Maldive, ed invece eri qua, all’ospedale Bellaria, nel bel mezzo di una craniotomia, a contare i giorni (non più di due mesi, a quanto dicevano i dottori)
che ancora ti restavano da vivere.
Ma anche quell’intervento non sarebbe servito a nulla.
Tu stavi sempre peggio e quando di addormentavi quel TUM TUM diventava devastante.
Se incontravo i vicini sulle scale avevo l’espressione contrita di chi si deve scusare per qualcosa.
“È impossibile che non sentano quei colpi che battono tutta notte”, pensavo, “E se stanno zitti è solo per rispetto nei confronti della malattia”.
Ma sotto sotto lo sapevo che mi odiavano.
“Vogliamo dormire”, sembravano dirmi, “E non ce ne frega niente se quella stronza ha un tumore dentro la testa, l’importante è che la smetta di tenerci svegli tutte le notti”.
Avevano ragione.
Lo sapevo che avevano ragione.
“Tranquilli signori, che prima o poi qualcosa succede”
L’ultimo dell’anno è stata la notte peggiore.
Oramai Eleonora dormiva pochissimo, ma quelle poche volte che riusciva a farlo mi sembrava di impazzire.
TUMTUMTUMTUM.
Cazzo, quei colpi sembravano tuoni durante un temporale estivo, e si succedevano a pochi secondi l’uno dall’altro.
TUMTUMTUMTUM.
“È il tumore che sta per esplodere”, mi dicevo, e camminavo in preda all’angoscia aspettando il momento in cui sarebbe successo.
Alle undici e quaranta i primi fuochi d’artificio cominciarono a sovrapporsi all’insopportabile TUM TUM.
Ho iniziato a odiarti in quel momento, forse perché avevo bisogno di dormire, e sapevo che fino a quando la malattia non avrebbe avuto definitivamente il sopravvento non avrei potuto farlo.
“Ridammi la mia vita, troia!”
Questo ti ho urlato.
Ma tu niente, continuavi a dormire, e intanto quel bastardo era tutto un TUM – TUTUTUM – TUTUTUM, un battito dietro l’altro, senza soluzione di continuità, tamburi di morte o qualcosa del
genere, tanto per rendere il concetto.
Ed è stato in quel momento, amore mio, che ho capito che era arrivato il momento di chiudere la pratica, di voltare, come si dice, pagina.
“Adesso basta!”
TUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUM.
La testa era lì, davanti a me, enorme e spaventosa.
TUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUM.
Sapevo che dovevo aprirla, che solo così avrebbe smesso di disturbare le mie notti.
Dovevo entrare dentro quella maledetta scatola cranica e tirare via tutto, e dovevo farlo subito, maledizione.
TUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUMTUM.
“Mi dispiace Eleonora, mi dispiace”
E nonostante il dolore dovuto al fatto che sapevo che ti stavo uccidendo ti devo confessare che non immaginavo davvero che sarebbe stato così semplice.
È bastato un martello, nemmeno troppo grosso.
Venti colpi in rapida successione, sembrava quasi di avere a che fare con un cocomero maturo.
TUM
TUM
Pochi battiti ancora, separati da pause sempre più lunghe.
TUM
Avevi perso la tua baldanza, figlio di puttana, credevi davvero che non sarei riuscito a venirti a prendere, vero?
E invece adesso te ne stavi lì, sparso dappertutto, e a guardarti sembravi proprio ben poca cosa, solo materia cerebrale uguale a tanta altra, niente di più.
Dieci minuti e poi non ho più sentito nulla.
E a mano a mano che il rumore si riduceva lasciando che il silenzio tornasse a prendere il sopravvento, dalla strada salivano le grida della gente che festeggiava, stappando spumante e facendo esplodere petardi, perché era capodanno, cazzo, ed era giusto che fosse così.
È stata l’ultima volta che ti ho visto, Eleonora.
Ho chiuso la porta della tua stanza e sono sceso in piazza anch’io, con la bottiglia che avevo comperato per noi due.
Ho visto gente che rideva, Eleonora, gente che voleva vivere, e ho goduto nell’allontanarmi da tutto quel senso di morte a cui mi avevi costretto negli ultimi mesi.
Ho bevuto, baciato donne che manco sapevo chi fossero e cantato canzoni che avevo sempre detestato.
Ho ballato, spaccato bicchieri e camminato fino all’alba.
E quando il sole è tornato di nuovo a sorgere quel TUM TUM era un ricordo così lontano che non ci avrei davvero messo ancora molto per riuscire a dimenticarlo del tutto.

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Alessandro Berselli (sito web e blog), nato a Bologna, dove ancora vive e lavora, inizia la sua attività come umorista. Le sue Lettere al condominio catturano l’attenzione del Maurizio Costanzo Show nel 1992. Collabora con le riviste “Comix” e “L’Apodittico” e con il sito di satira on line “Giuda”. Dal 2001 inizia un’attività parallela di scrittore noir. Dopo aver pubblicato diversi racconti su varie antologie, nel 2005 pubblica il suo primo romanzo Storie d’amore di morte e di follia (ARPANet). Per il quotidiano “La Repubblica” scrive Commando sette (2007), inserito nella rassegna Bologna 2040. E poi il suo ultimo lavoro uscito nelle librerie “Io non sono come voi” (Pendragon).
I suoi scritti denotano un evidente debito tanto nei confronti della scrittura pulp quanto di un certo tipo di letteratura psicologica dove all’indagine si preferisce l’analisi dei processi mentali, del senso della sconfitta, dell’insoddisfazione del vivere quotidiano. L’universo nel quale Berselli si muove è fatto di persone mediocri, figure border line incapaci di trovare un riscatto e per questo condannate al baratro emotivo.

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