Il canto di Luigi Berti naviga ai limiti. È un bastimento stracarico che per poco non oltrepassa la marca. Bravo marinaio, il capitano ha rispettato la linea di galleggiamento. Eppure segue rotte clandestine, quasi non abbia il patentino o le polizze fossero fuori regola; vaga lontano dall’ordine dato ai prodotti artistico-letterari dagli storici della nostra letteratura recente e dal giudizio e gusto dei critici d’oggi. Così rischia il titolo di estravagante, in senso petrarchesco, e lo rischia persino chi se ne occupi, pur finendo nella buona compagnia di Salvatore Quasimodo.

In effetti il Berti (1904-1964) è pressappoco uno sconosciuto. Basti recarsi in un negozio di libri o in una biblioteca pubblica e chiedere qualcuna delle sue opere di narrativa o di critica, oppure una sola delle sue cinque raccolte poetiche: Lettera ai castelli d’agave (1953), Elegia Elbana (1955), Le torri dei giorni (1960, I fiori del malessere (1961) e Calignarmata, postuma del 1965: neppure questa risulta schedata in alcuna biblioteca universitaria, nonostante porti la prefazione del poeta siciliano, premio Nobel, che l’ha curata. Si è che per parlare di Luigi Berti poeta, occorre cominciare con l’indicazione in apparenza restrittiva di elbano, aggiungendovi quella ancor più restrittiva di Rio Marina.

Sul bagnasciuga degli scogli elbani sta abbarbicato e cresce numeroso un fiore carnoso, l’actinia equina, detta volgarmente pomodoro di mare. Sacchetto goffo, durante la bassa marea si chiude paziente in attesa del va’ e vieni dell’acqua. Ma quando l’alta marea lo ricopre, l’escrescenza di velluto tenace, rosso carico, sembra, per i tanti specchietti di cui è fatta l’onda, spaziare in carole di ampio raggio.

Ecco, il Berti aderisce alla qualità di questa creatura del mare. Fu questa l’impressione che ne ebbi, anche quando a una cantonata della mia Marina di Marciana, dopo avermi presentato a Dylan Thomas, fece un lungo discorso da esperto sulle carbonaie: qualcosa che si vedeva nella sua isola e internamente lo faceva ballare. Il gallese di terre lontane e di lontani echi (in seguito mi fu compagno per un’indimenticabile mattanza a Favignana) aveva chiesto il perché di certe fumate poco sotto il Capanne.

Il Berti non lascia lo scoglio, sbarchi pure in un porto del Marocco, ho navigato fino ai grandi porti di pietra, fino alle rive del mondo abitato, si sposti con i suoi interessi culturali al di là dell’Atlantico (fondò con Renato Poggioli Inventario traghettando in Italia gli autori più in vista della letteratura anglo-americana), operi con l’intelletto a Firenze o a Milano.

È di continuo a Rio Marina, nella polvere di ferro arrostito, con i rumori dell’Elba di una volta: lo scoppio di una mina, il via vai degli asini condotti da donne e bambini, il tuffo di un’ancora e il fracasso della catena di una nave in arrivo, lo scroscio del minerale dentro alle stive, il battito di mazza e punta nella valle. Nell’aria risuonano le argomentazioni un po’ anarchiche degli operai, la chiacchiera al muretto di marittimi e pescatori. E il paesaggio dei monti dirupati in commosso sommovimento e della terra come da un terremoto ferita, con salti di vigna, pezzi di macchia, e lo specchio del mare che ha misteri sospesi nella spuma. Il suo linguaggio di poeta è stato quello umido di mortella e di mare della sua gente, quello che si scriveva con il calamaio e che la televisione non aveva ancora scalfito: la parlata di Rio, lo stesso tessuto, fatto di immagini arrotate, di vocaboli scoppiettanti di quotidiano e aderenti alla verità. Ed è con l’insistente picchiettìo di uno scalpellino con la bucciarda in mano ch’egli scrive su pietra di granito il canto d’amore per la sua isola.

Caratteristica della sua Rio Marina è la squama: l’argentea che luccica nei pesci, la dorata che splende dai minerali e brilla sul vai e vieni della battigia, l’ambrata che balugina sui chicchi dell’aleatico. Anche il Berti è pieno di squame che libera nell’acqua e nell’aria, nella terra battuta e sulla rena della battigia. Ho Le torri dei giorni, dedicato a Giacomo Pavoni, mio zio, a ricordo d’una giornata di Santa Chiara tempestosa ma serena (il 12 agosto era libecciata sicura ai tempi andati!) per quel che fu detto attorno a una tavola con il vino dell’isola davanti al mare. Ebbene, nella nota con la quale accompagna questa sua raccolta di versi, egli stesso dice: Chi scrive è spinto… a fare note…, quelle note… che James Joyce chiamava ”epifanie” e che, in genere, si dimenticano come fossero squame, su fogli volanti e nei luoghi più imprevisti… sulle pendici di un monte, durante una gita, su una barca, su una spiaggia, fra gli scogli…

Il suo scrivere poetico è fatto di questi appunti abboracciati, di queste lamelle-apparizioni che rivelano una certa ansia di rappresentare la realtà e interpretarla. Dedica il suo canto al lettore, del quale così si parla: l’amico inconoscibile è senza età, mentre la cosiddetta gente, quella che fa il successo di un libro, è un gran vuoto davanti a te.

Nella sua poesia la torre di Rio Marina è simbolo ricorrente. È la figura erta del guardiano che con uno strumento di rigida geometria, qual è l’orologio, registra gli eventi. La torre, ago del paesaggio, dà l’orientamento, altrimenti perduto per il dilatarsi e il restringersi delle dimensioni della vita.

Abbiamo già detto che il suo paese non lascia Berti. Si sente persino nel suo suggerire a Lucilla Jervis Rochat di tradurre Ritorno al paese il titolo del romanzo di Thomas Hardy di cui egli scrive la prefazione. Ma il vero domicilio di questo poeta elbano è quel limite fra terra e acqua, zona mutevole, che pullula di piante e d’animali, un labile e imprecisabile universo: la battigia. Di cui egli parla, uomo oramai maturo, con struggente rimpianto:

puoi ritrovarti nella stirpe originaria

come una ghiaia viva che rotoli

nelle repubbliche delle battigie…

È nel bagnasciuga, da dove si ciutta in escursioni a occhi aperti sott’acqua. Non è, il suo, il tuffo di chi, muovendosi dentro a spazi aerei o equorei, cerchi di raggiungere il fondo per scoprire una qualche verità. In lui c’è solo il viaggio

Vogliamo soltanto un’avventura, vogliamo cogliere

il ritmo d’una felicità perduta e irraggiungibile

fra i rami luminosi.

La sua attenzione ruota su tutto ciò che di più fragile spunta sulla rena, fra i rovi, o fra le prime erbe che s’incontrano lasciando la spiaggia. Così, a misura del tempo prende l’emerocallide, effimero fiore d’un giorno, e però non c’è estate che non fiorisca, come la carice, tenace arbusto che impaglia sedie e fiaschi:

A scrivere il tempo basta un giorno sentito
nella fragile vena aperta d’un golfo…

a misura dello spazio prende le bolle della spuma come i sugheri che sorreggono la rete:

Per tessere lo spazio degli uomini basta

una sorda cavalcata di nuvole al fremito carico dello scirocco

La durata della vita è in questo stesso transitorio, errato mondo. Anche se non vi è cenno a metafisiche presenze.

Intanto con le sue composizioni traccia una singolare cosmogonia, se così si può dire; la geografia ricca di un ambiente che gli sta dentro, sua stanza interna.

Assiste alla confluenza dell’acqua dolce di un rio nell’acqua salata di un mare, vive le confusioni del solido e del liquido, contempla le vegetazioni agitate negli orti dal vento e nei fondali dalle correnti. Egli è immesso e immerso nel panorama, dove riesce a muoversi senza l’attrezzatura del palombaro, tanto peso e massa non contano sott’acqua. Muovendosi per itinerari imprevedibili, registra come se vedesse per la prima volta, e la sua poesia fluisce come un uviale, il torrente figlio del temporale. Il luogo è particolare, ché il minerale si sposa con l’acqua, dando vita a rilucentezze che catturano l’occhio e regalano smemoranti stupori.

Luigi Berti fece poesia in età matura, per una decina d’anni, con le note, come a dire le squame, partorite tra due sapori d’acqua, il dolce e il salato, e tra due mondi che fanno sposalizio delle loro ventraie in ogni momento del giorno e della notte. Dal battìo, rena d’estate e alga d’inverno, si spinge talora fino ai fondali, soffre il volo mozza-fiato dell’ala di una grossa ondata e del suo terribile arriccio che tutto travolge. Con la parola poetica che è ricerca, parte per quelle che il Quasimodo chiama visioni affondate. Non si serve dello specchio del polpaio, rifiutando in tal modo anche la tecnologia meno avanzata. La sua memoria è nella mente del lupicante, figlio della seta nera del fondale. Così si identifica con le creature del mare:

il granchio ha la città che si sposta nell’arenile…

………..metropoli del dolore……….

nel sottile vetro liquido dell’immaginazione…

Il suo mondo appare disertato: talora però rivolge il discorso a una figura femminile senza delinearne il profilo. È la sua compagna, ma così incarnata dentro di sé da non riuscire a guardarla con il dovuto distacco: quei pianeti che, sulle piste del pensiero, ti fanno sopravvivere, o cara,… e altrove l’anfora del tuo corpo… oppure:

vorrei che le mie parole

migliori vivessero nel tuo respiro, vorrei che nel profondo

del cuore ti spuntassero questi gelsomini di gioia e angoscia

Avverte il mistero e lo accetta come terreno fecondo di provocazione; humus segreto che dà alimento e dal quale scaturiscono frutti aperti e luminosi. Dice:

Le riserve dei giorni s’assottigliano, cadono

come le secche squame delle pine, su terreni

cosparsi d’aghi e lasciano sulle dita l’odore

della resina…

Avverte quindi il momento in cui finirà sui bastimenti che lo precederono sul fondo. Crede sì che le zampe di ragno della poesia vinceranno l’amara solitudine dell’uomo e del sangue, ma avverte allo stesso tempo la fatalità inesorabile ed eterna alla quale l’uomo soggiace impotente e nella quale riesce infine a riassumere una nuova qualità di patetico universale.

Ascolta l’infinito fluire di moti nella coscienza del monte come in quella del mare. Nei suoi poemetti il parlare in forma di poesia è occasione per descrivere in pagine gonfie come grappoli i processi scientifici e le loro conseguenze nella vita e nello spirito dell’uomo. In fondo, egli vede alla base di questi importanti passi in avanti nel campo scientifico, una visione materialistica della realtà. Descrive quindi con una densità metaforica che ha talora la durezza del granito, gli sviluppi biologici, la dottrina dell’energia e le teorie molecolari adeguandoli però al valore del materialismo ortodosso. Suggerisce quasi un’inutilità della scienza, poiché sa bene che le leggi fisiche non bastano quando il fenomeno aderisce agli stati d’animo di chi osserva.

Avverte la sacralità nei fenomeni naturali e illustra come l’uomo rivolta, sì, questo mondo, vi mette le mani, ma esso conserva gelosamente, inalienabile anche se sovvertito, il proprio codice e il proprio registro di storia: gli insetti riportano le parole del passato.

Berti è a favore del senso comune, dal quale purtroppo le teorie e le ricerche scientifiche ci allontanano. Un senso comune organizzato quale è per questo poeta la visione di un cosmo come battigia dalla quale prendono il via le escursioni verso la notte dei fondali, verso il verde, verso i giardini d’acqua e i giardini di terra.

L’apparizione di un delfino nell’ultima luce del giorno, quando lascia le profondità metafisiche e porta la luce dell’aldilà che sta in fondo al mare, è un messaggio di fede e di speranza sugli

asili degli uomini e sulle navi

martoriate dall’onda…

Berti non era un poeta delle rose, la canzone delle nostre anime è scritta su rami pesanti, e il livello immaginativo nelle sue pagine è febbrile, gli strumenti espressivi di cui si serve sono arroventati come una colata d’altoforno. Quando, ad esempio, definisce la luce scopo del fuoco: la combustione non è per distruggere. E vengono a mente significati altri: il roveto che brucia e lancia a Mosè parole che illuminano… (Esodo 3).

Nella sua poesia, e quindi nella sua visione del mondo, la luce ha due traiettorie di diffusione, vista sempre dalla battigia: metà corre nel regno equoreo come riflessa da uno specchio in sospensione, lente di granita; l’altra metà corre invece nel regno vegetale come riflessa da una volta in sospensione, campana di un improbabile campanile.

Per lui il mondo è una grande nassa intasata di felci, nella quale siamo capitati come margherite di mare o granchi smarriti e dalla quale non si esce. E alcuni raggi riflessi si dirigono ritornando verso il centro solare, come respinti. Lo schermo ideale su cui il tutto si progetta, è una cosmogonia particolare che formicola come sangue accaldato nell’ambiente elbano di questa spiaggia di Rio Marina.

Il nero del fondale è indifferente ai raggi della luce che si spegne contro muri di un azzurro opaco e impenetrabile. La città sommersa è ben inchiavardata. Ma il Berti non si dispera per questa chiusura, per questi tesori di conoscenza proibiti. C’è da pensare che, fosse stato lui Adamo o Eva, il peccato originale non avrebbe avuto luogo. Egli è curioso, ma non insistente. Si sente parte del minerale che viaggia sui binari dentro ai vagoncini, scorre nelle tramogge, viaggia nelle stive. Di certo conosceva i nomi di tutti i minerali tirati fuori dalle viscere della sua terra, come se li tirassero fuori dalle sue: margassita, oligisto, malachite, quarzo… Dice:

Il tempo s’indurisce nelle vene,

s’iscrive nelle rocce del cuore…

come si vede, era egli stesso un pezzo minerale della sua isola.

Lo stato di natura rispettato dalla mente e dall’operato degli uomini, l’integrità del minestrone cosmico lo calamitano: gli va bene così, anche se non ci capisce. Chiede, per esprimere la sua curiosità di essere intelligente, ma ha la ferma convinzione che risposte non ve ne sono, non ve ne saranno. Ha della natura una teoria organica, ne elabora i dettagli, per quanto può, fermandosi, da buon marinaio, di fronte alla causa di forza maggiore. Si mette alla cappa.

La lotta di spazio e tempo non è evento da evitare, ma da accettare, non è da subire, ma da vivere. Vi sono tutti gli ingredienti per affermare la sua adesione alla natura come parte infinitesimale di essa.

In Berti è tenace la religione umana. Dice egli stesso che l’uomo è il risultato di processi naturali solo in apparenza sconvolgenti e crudeli. Ma ogni parto è dolore, ogni crescita è patimento. Lo dice in questi versi, che sono uno dei momenti più alti della sua poesia:

Per fare un uomo occorre desolare le cosmopoli delle vigne

seccare la linfa degli alberi dei boschi, distruggere la gioia

dei frutti e dell’amore, raccogliere tutto nella città caduta

nel denso sangue del mare, ai moli delle lacrime…

Finalmente a Berti è possibile sottrarsi alla dura legge della fine gettando sulla battigia le proprie squame a luccicare, stravagante mica, nel gioco della luce e dell’acqua:

La vita ti serrerà nelle stanze semivuote del mare

e i sogni, fra pareti d’acqua, si copriranno di coralli.”

Non c’è fine, la fine del mondo, non sarà la fine di un Tutto. Vi è invece il ritorno agli elementi e la mescolanza felice con essi:

Anima squamosa, nata dal mare, …

eccoti ancora nell’acqua selvaggia, nella notte solitaria,
sulle rocce rituali… .”

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MANRICO MURZI nasce in Marciana Marina (Isola d’Elba) nel 1930. Nell’Ateneo romano nel ’56 si laurea in Lettere e Filosofia con la tesi «La Paura nella Letteratura Contemporanea». I suoi versi appaiono in “Inventario” e altre riviste. Tra i racconti si ricordano «Occhi di Polpo» e «Interferenze»; teatro: «Il Discorso con la Luce», «Il Pollice»…Con Rebellato di Padova pubblica i suoi libri di poesia: «Il Cielo è caduto», ‘64; «Forme nell’Aria», ’72. Nel ’79, con lo stesso editore esce il suo «Si va a Simboli», romanzo poetico dove spesso la prosa cede il posto al canto. Nel 1996 esce «Di Porto in Porto», poesia ‘80-‘95. Nel 2002, Ecig-Edizioni Internazionali Genova, esce «Di Mare un Cammino». Attendono pubblicazione: «Il Dente di Ippia» ’86, e «A Est del Mediterraneo», ’95, drammi in due parti; «Il Gatto sott’acqua», raccolta di poemetti, e «Il Capo nella botte», raccolta di saggi, sono in crescita; «Filza di More», magazzino di versi e memoria; «Mentre mangio un’esperienza», raccolta di poesia dal ’90 al 2001; «A Giro di Bettola», poesia sul vino, ’99; «Il Cantanimali», poesie già uscite in vari “foglietti di un bestiario”, ’85-2002. «Avorio liquido», poesia sul latte, ed. Università di Padova 2001. Fa parte dell’Unione Europea Scrittori Artisti Scienziati. Alcune sue traduzioni: «Malinche, Doña Marina» di Haniel Long, Rebellato 1968, dall’inglese; «I Doni di Alcippe» di Marguerite Yourcenar, Bompiani 1987, dal francese; «Il Rione dei Ragazzi» di Nagib Mahfuz, capolavoro proibito che gli ha procurato una condanna dei fondamentalisti islamici. Marietti 1991-Pironti 2001, dall’arabo; «Manto Nero» di Brian Moore, Piemme 1992, dall’inglese, ripubblicato nel 1999 col titolo «Fuochi morenti»; «La Guerra dei Trent’anni» di Georges Pagès, Ecig 1993 e «El Cid» di Monique Baile, la vera storia di Rodrigo de Bivar, Ecig 1993, dal francese; «La Leggenda dei Liberi Muratori» di Francis Peter Lobkowitz, Ecig 1994, dal tedesco; «Giacomo, fratello di Gesù» di P.A. Bernheim, Ecig 2005; e altro… Sta lavorando a un saggio sul poeta russo Ossip Mandelstam, di cui ha tradotto tutta la poesia; a due libri di ricerca interiore, «I Trentatré nomi di Dio» e «Le Mosche di Omero»; a un poema a sfondo religioso–filosofico, «La Nascita delle Cose Create».                                           
   Nel dicembre 2007 è uscito “Italia Rotonda”, edizioni d’arte F&G, ispirato da un raro intarsio ottocentesco, che racconta la Storia d’Italia dal 1260 a.C. al 1875.

Luigi Berti nacque nel 1904 a Rio Marina, nell’isola d’Elba, da un’antica famiglia di navigatori-armatori.
Nella scia delle tradizioni familiari studiò all’Istituto Nautico di Genova e poi navigò nel Mediterraneo sui bastimenti paterni. Dopo la liquidazione della navigazione a vela, si trasferì a Firenze dove si laureò in Lettere e Filosofia. Nel 1946, nella stessa Firenze, fondò con Renato Poggioli la rivista Inventario nota soprattutto per aver fatto conoscere gli esponenti maggiori della cultura inglese e americana. Come studioso e pioniere di quelle letterature verrà ricordato assieme a Vittorini e Pavese. Morì a Milano, improvvisamente, nel febbraio 1964 e ci piace immaginarlo ricongiunto ai brigantini che un suo personaggio, il Sor Giuseppe di Tramonto sull’Elba, aveva spedito negli abissi per non cedere al sopruso, come scrisse di lui un amico.
   Opere principali = Critica: Boccaporto 1940; Foscolo traduttore di Sterne 1942; Boccaporto secondo 1944; L’imaginismo 1944; Storia della letteratura americana; Antologia dei preromantici inglesi, 1965. Poesia: Lettera ai castelli d’agave 1953; Elegia elbana 1955; Le torri dei giorni 1960; I fiori del malessere 1961; Calignarmata ( a cura di S. Quasimodo ) 1965. Narrativa: Storie di Rio 1959; Tramonto sull’Elba 1962, La società del garofano rosso, 1966.

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