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In the great trouble,
oh, qui, sì, qui,
in questo scalmanato caos
di sepolcri imbiancati
(lì i dolori a calendarizzare,
quand’anche rimarrebbe
da impetrare solo
degli organi cerebrali finanche
l’ablazione,
( dopo secoli di testamenti,
e il trionfo di un arte poco esatta ,
da imbalsamatori incauti)
per quell’inquiesciente, e eretico
-per sempre e ex novo abbrugiato vivo-
ecco il ritmo dell’obbrobrio,
per quella sua nomenclatura
insapienzale e improvvida,
la lingua invano a perforare
quale ferro rovente,
gli occhi senza vista
perchè la linea d’ombra
è pure quella stessa parca Luce,
e il dogma o il canone
diaframmi azzurrati a calcinare il grido.
La carne pur tuttavia resta una carne,
e nell’overkilling
(fatto subire storto solo
a quei pochi non disumanati)
l’inno sacro questi – sciagurati e puri-
lo pronunciano quale feticcio:
“Mehr Nicht” “Non più, basta!”,
per poi essere accompagnati
al Suo Nome e ai suoi Tabernacoli
da un’onda lunga dal colore di sangue
inane a smisurare lì,
lì, per ogni dove,
lì sul terreno anch’esso tutto solo,
– e smorto-
sotto quel sole crudo del solstizio