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La copertina è quella originale del tempo, originali anche gli scarabocchi

 A chi non temo il dubbio
a chi si chiede i perchè
senza stancarsi e a costo
di soffrire di morire
A chi si pone il dilemma
di dare vita o negarla
questo libro è dedicato
da una donna
per tutte le donne

Oriana Fallaci

Una giovane donna nel cuore della notte sente d’improvviso dentro di lei la scintilla della vita. Della donna non sappiamo niente, tranne che è una donna in carriera, che non è sposata e che aspetta un bambino.  La donna inizia un lungo monologo, si rivolge al figlio non ancora nato, si pone mille interrogavi e si dà mille risposte, molto spesso contrastanti.  Chi è, cos’è quello che ha dentro? E’ già un bambino o è solo un grumo di cellule? Si pone l’atroce domanda ” e se nascere poi non ti piacesse?” La donna si chiede, e chiede, se sia giusto metterlo al mondo. Il mondo è corrotto, violento, la giustizia non esiste, l’amore ha un significato ambiguo, la libertà è un sogno. Il bambino non può rispondere, la donna deve decidere per lui.  Decide che lo farà nascere,  la vita è bella nonostante tutto,  nonostante il padre del bambino le abbia chiesto di liberarsene. Il padre ha un pentimento, forse convinto dall’amica femminista della donna,  si reca a casa della donna con un mazzo di fiori difendendo e affermando con forza il suo posto, il suo ruolo, la sua paternità: il bambino è anche suo. E’ troppo tardi, la donna ha già deciso, lo ha fatto da sola, ha stabilito con il bambino non ancora nato un forte legame e non c’è più posto nella loro vita per il padre. Decide di tenerlo  nonostante sia mal vista dal ginecologo ottuso che la visita per la prima volta, nonostante sarà costretta a trascurare il suo lavoro, nonostante il suo sarto sia arrossito violentemente quando lei gli ha detto che il cappotto avrebbe dovuto cucirglielo largo perchè aspettava un bambino. I suoi vecchi genitori, due alberi secchi, accettano però ogni suo insegnamento, la vecchia madre pensa che senza bambini il mondo finirebbe. Quando ha una minaccia di aborto si reca nuovamente dal ginecologo il quale le ordina di stare a letto. La donna si ribella alla maternità, si sente derubata della sua libertà, vuole essere libertà di muoversi, di lavorare. Perché un grumo di sangue deve costringerla a letto? Lei non è un’incubatrice. “bastano una bollicina d’uovo e uno spermio di cinque micron a fare un essere umano” Perché il diritto di un non nato deve essere più importante del diritto di chi è già in vita? Quando firma il foglio di uscita dell’ospedale in cui è ricoverata, il medico la accusa di comportamento irresponsabile e criminale, comportamenti che poco si confanno ad una donna, ad una madre. Più accondiscendente, invece, è la ginecologa femminista, più moderna, più facilona. La maternità è un fatto naturale, stia tranquilla, le dice, lei può muoversi, può viaggiare, può fare ciò che vuole, lei è libera. La donna parte e affronta un viaggio, affida al figlio la responsabilità di nascere, sarà lui a decidere se vivere o morire. Durante il viaggio stressante però sorgono delle gravi complicazioni e il bambino muore.  La donna rischia di morire perché non vuole liberarsi del bambino morto, da incubatrice diventa bara. Quel bambino che lei si era raffigurato per tutte quelle settimane, quel bambino che lei aveva descritto in tutte le fasi di crescita non era affatto cresciuto, era solo un uovo grigio con due abbozzi di braccia e gambe,  un uovo molle che entrava giusto dentro un bicchiere posato sopra al suo comodino, galleggia, morto, in un liquido rosa.

“Sbagliavi, sbagli a pensare che io non credo alla vita. Ci credo, ci credo! E mi piace. Anche con le sue ingiustizie, le sue infamie… Dovevi resistere. Dovevi combattere, vincere! Hai ceduto troppo presto, non eri fatto per la vita. Perché avresti dovuto diventare un uomo o una donna mi chiedi? Ma perché la vita esiste, bambino! Mi passa il freddo a dire che la vita esiste, mi passa il sonno, mi sento io la vita!”

Sette personaggi compaiono nel libro, il ginecologo, la ginecologa, il padre del bambino, i genitori della donna, il suo datore di lavoro, l’amica del cuore della donna, questi personaggi alla fine del romanzo la processano. Colpevole o innocente. La donna viene dichiarata colpevole da quasi tutti i giudici, solo i vecchi genitori non condannano, anzi non giudicano la figlia, rispettano tutte le sue scelte. Alla fine del romanzo la donna sogna o vede che suo figlio è adulto, che lei è già vecchia e che cammina appoggiandosi a lui.

Questa è più o meno la trama. Secondo me il libro non tratta il tema dell’aborto piuttosto quello della gravidanza. Le gioie  e i dolori che la abitano. Il travaglio, i dubbi, l’accettazione o la ribellione che ne possono derivare. La Fallaci racconta il dramma di una donna che ha dovuto affrontare prima il problema della gravidanza in una società fortemente conformista, e poi quello della perdita del bambino. Racconta del dolore provato dopo la perdita del figlio, le reazioni opposte di una donna, tutto l’amore e tutto l’odio, il desiderio di avere un bambino che si sente proprio e l’ostilità verso questa vita che cresce dentro e che si sente estranea, ha raccontato della vita e della morte. Un libro complesso che tocca  molte questioni. Un libro attuale nonostante siano trascorsi più di 30 anni dalla sua pubblicazione perché sempre attuali sono la vita e la morte.

“Qualcuno corre, grida, si dispera. Ma altrove nascono mille, centomila bambini, e mamme di futuri bambini: la vita non ha bisogno né di te né di me. Tu sei morto. Ora muoio anch’io. Ma non conta. Perché la vita non muore”.