Tag


 

 

 

In un momento storico in cui proliferano famosi copioni e altrettanto famosi copiati, si assiste inermi alla paradossale tendenza culturale di questo millennio: “più somiglia a, più vale”. In questo tempo, ha ancora senso parlare di originalità? Dove finisce l’ispirazione e comincia il saccheggio? Sembra che il cervello dell’uomo sia fatto per carpire un significato nei calchi, nelle ripetizioni, nei rispecchiamenti. Questo è il motivo per cui Rorschach ideò le famose macchie simmetriche come mezzo per sollecitare l’inconscio del paziente. La letteratura postmoderna ha fatto un vanto di quest’opera di copiatura di modelli precedenti, quasi a voler esorcizzare “l’angoscia dell’influenza” (L’angoscia dell’influenza, Harold Bloom).

Nel linguaggio comune viene definita plagio l’imitazione o la copia, sotto i più diversi aspetti, di un’opera creata precedentemente e tutelata dal diritto d’autore.

Le condanne di plagio si contano sulle dita di una mano. Difficile vincere una causa per plagio. Questo anche perché la creazione artistica è sempre influenzata dal contesto culturale in cui l’autore si situa, e la contaminazione e l’ispirazione a creazioni precedenti sono il presupposto di base di qualunque opera, contemporanea e non. Ma esiste una differenza sostanziale tra plagio e contaminazione? Esiste una differenza tra plagio e imitazione creativa o copia? Si parla ancora di plagio al di là dell’aspetto giuridico (copyright)? E come si pone l’aspetto della ‘originalità’ in relazione ai fruitori?  E un’altra domanda: in era di copyleft (in ambito letterario, permette al fruitore di riutilizzare l’opera, anche di modificarla, e metterla allo stesso modo a disposizione di altri fruitori) ha ancora senso parlare di plagio?

Tutte queste domande sono lecite. La cosa sorprendente è che anche tutte le risposte lo sono. Quello che non è lecito è il reato (anche da incosciente, da inconsapevole) di chi imita, copia plagia, rielabora, ristruttura, ecc… ecc…, spacciando per ‘proprie’ idee e lavoro di altri autori. Questo è inaccettabile sia per il plagiatore, sia per il plagiato, sia per il fruitore (del quale viene carpita la fiducia).

I casi di plagio attirano sempre l’attenzione del pubblico. Sarebbe interessante capire se questo accade perché il plagio sta diventando una pratica sempre più diffusa, perché i suoi confini si stanno facendo sempre più vaghi e controversi o perché i plagiatori vengono smascherati sempre più spesso (la digitalizzazione ha reso più facile lo smascheramento, ma anche il plagio stesso). Quello che rende il plagio un argomento affascinante è l’ambiguità del concetto, le sue complesse relazioni con altre pratiche riprovevoli come la violazione del copyright, il vasto spettro delle sue applicazioni, la sua relatività storica e culturale, il suo controverso peso in campo normativo, le strane motivazioni e giustificazioni di chi lo pratica (se lo ammette!), i metodi di indagine e le forme di punizione e assoluzione.


Una tipica definizione (da dizionario) di plagio è ‘furto letterario’. In realtà è possibile plagiare qualsiasi cosa (musica, immagini e – soprattutto – idee; mi limito all’ambito letterario). Perciò questa potrebbe essere una definizione inesatta, oltre che imprecisa, senza contare che è fuorviante l’uso del termine ‘furto’ perché può esserci plagio senza furto. E poi non sempre la copia è un plagio, e non tutti i plagi comportano la violazione del copyright.

Plagio (indebita ispirazione, scopiazzatura, e anche imitazione creativa totale di un’opera altrui) e violazione del copyright (violazione di un diritto di proprietà) quindi sono torti diversi, anche se spesso si sovrappongono.

Non tutte le forme espressive vengono poi messe sotto ‘diritti’. Come le idee, per esempio, la cui copia comporta la violazione dei ‘diritti’ se e solo se si copia la ‘forma’ con cui i fatti o le idee vengono espressi.

Sarà questo il motivo per cui Dan Brown ha vinto la causa in cui era accusato di violazione del diritto d’autore? Accusato di aver copiato l’idea di Gesù sposo della Maddalena. Gli apologeti del plagio avrebbero usato, in questo caso, la parola ‘prestito’. Ma quello che viene preso in prestito, solitamente, si presuppone venga restituito. Cosa invece, credo, che il signor Brown non abbia fatto… In effetti, la questione ha diviso il mondo letterario. Forse non c’è stata violazione dei diritti d’autore, ma copia dell’idea certo che sì. Dan Brown ha definito ‘fonte’ il materiale dal quale ha attinto l’idea (be’, a dire il vero, senza quell’idea il libro vale ancora di meno).

Altro esempio non troppo lontano. Secondo Michael Maar, Lolita è un plagio di un racconto breve con lo stesso titolo pubblicato molti anni prima da Heinz von Eschwege, scrittore tedesco vissuto a Berlino per diversi anni nello stesso periodo di Nabokov. Non vi sono brani identici ma, oltre allo stesso titolo, l’eroina eponima del tedesco è anch’essa una ninfetta della quale si innamora il narratore, un uomo più grande di lei. In entrambe le storie la ragazzina è la seduttrice, è maledetta, è demoniaca e muore. Da dire che il racconto era di sole 13 pagine. Ciononostante, la collazione dei due testi fa pensare più a un’imitazione creativa che a un plagio, in cui l’opera successiva migliora la fonte d’ispirazione.

Un altro splendido esempio di plagio è la descrizione shakespeariana di Cleopatra sulla sua barca in Antonio e Cleopatra (parafrasi in versi presa dalla vita di Marco Antonio di Plutarco, tradotto da North). Vero è che a quei tempi la creatività veniva concepita come miglioramento più che come originalità.
Milton ha detto che “un prestito” da un altro autore, solo “se non viene migliorato da colui che prende in prestito, tra buoni autori è ritenuto plagiare”.

Simili appropriazioni (allusioni direbbero i lettori più eruditi, e l’allusione è una tecnica dell’imitazione creativa) sono comuni nella poesia moderna. Eliot (lui poi: La Terra desolata è un coacervo di citazioni accreditate soltanto parzialmente nelle note), in un saggio sul drammaturgo Massinger, descrivendo appunto la tecnica da lui usata ne La terra desolata  e in altre opere:

I poeti immaturi imitano; i maturi rubano; i cattivi poeti svisano ciò che prendono e i buoni lo trasformano in qualcosa di migliore o almeno diverso. Il buon poeta salda il suo furto in un complesso di sensi che è unico, interamente diverso da ciò da cui è avulso; il cattivo lo getta in qualcosa che non ha coesione. Un buon poeta prenderà di solito a prestito da autori remoti nel tempo, o diversi per lingua o interesse.

In sostanza, quindi, a patto che colui che imita o copia produca qualcosa di migliore dell’originale o diverso, l’imitazione quindi produce un valore.

E in una società moderna che pone l’accento sulla originalità di un’opera di ingegno, dove appunto le opere intellettuali vengono commercializzate, l’imitazione creativa non può avere la stessa portata né la stessa connotazione positiva che aveva ai tempi di Shakespeare. Vero, ai lettori non interessa dell’originalità. Sono interessati alla qualità dell’esperienza di lettura che viene fornita da un’opera. Il copyright subordina gran parte dell’imitazione creativa. Nel XVII secolo Shakespeare sarebbe stato marchiato come plagiatore.

L’imitazione creativa è alla base di tutta la poesia romana. È un tema molto complesso, affrontato quasi in ogni epoca letteraria. Non si tratta solo di parodie o scimmiottamenti ironici, ma di una vera e propria tecnica al fine di trovare la propria voce letteraria. In sostanza, si risale alla poetica e al genere di un determinato autore o scuola di autori per farne altro, mirando ad un’originalità che può derivare, in ultima analisi, solo dalle proprie esperienze di vita e pensiero.

Quando l’imitazione creativa non è satira né parodia, e non si scosta dal modello preso come riferimento, e non segue quel percorso di interiorizzazione e trasformazione per mano dell’imitatore, ecco che diventa copia (mi piace molto copycat, ossia scopiazzatore).

Al di là del diritto d’autore, si può parlare quindi di plagio anche quando vengono copiate caratteristiche di un’opera (testo o idee), e si induce il lettore a pensare che queste caratteristiche siano un’invenzione (o scoperta, nel caso di plagi di materiale di carattere ‘storico’) di chi ha plagiato. Questo tipo di plagio assume forme estremamente sottili. Perché la legge tende a identificare con ‘plagio’, e quindi a punire, solo quando c’è violazione di diritto d’autore.

L’occultamento è il cuore del plagio. Per poter parlare di plagio è necessario che il copiare, oltre ad essere ingannevole e quindi fuorviante per il pubblico a cui è rivolta l’opera, carpisca la fiducia del lettore. Il lettore compra il libro perché convinto che l’opera del plagiatore sia originale. Ma se sa che quell’opera è scopiazzata da un’altra, probabilmente preferisce andarsi a cercare l’originale. Ovvio, può capitare anche il contrario: la copia migliora l’originale (si pensi a Nabokov). In questo caso c’è solo inganno intellettuale.

Si potrebbe dire, insieme a Barthes e a Foucault, che ‘autore’ e ‘scrittore’ non sono necessariamente sinonimi.

Possiamo definire il “plagio”, in sostanza, come una copia fraudolenta non consensuale, cosa che lo distingue con chiarezza dalla violazione del copyright. La dottrina europea dei ‘diritti morali’ consente a uno scrittore di essere accreditato per la sua opera originale e questo diritto di attribuzione gli fornisce un appiglio legale contro il plagio (anche la parafrasi sarebbe un altro diritto morale violato, ossia il diritto dell’integrità). Ad esempio, gli autori della Creative Commons, per usi no-profit delle loro opere, possono scegliere di porre una condizione: chiunque utilizzi la loro opera deve citare la fonte.

In effetti, il concetto del plagio viene spesso ritenuto moderno, un prodotto del culto romantico dell’originalità. Ma questo è inesatto. La parola latina plagiarius venne usata per la prima volta in un’accezione simile a quella moderna dal poeta Marziale nel I secolo d. C (si pensi anche al centone, anche se non veniva considerato plagio). White fa riferimento alla “classica dottrina secondo la quale l’originalità è raggiunta attraverso un’imitazione che seleziona attentamente i propri modelli, li reinterpreta in modo personale e si propone di superarli gloriosamente”.

 

E sulle idee come stiamo?

In letteratura esiste anche il plagio ‘psichico’, che consisterebbe nel ricalcare non frasi o idee, bensì emozioni. A mio parere, qui il concetto di plagio mi pare fuori luogo. Non si può pensare di detenere il monopolio delle emozioni. Gli esseri umani, anche se unici, univocamente determinati, sono simili.

Quando il concetto di plagio viene esteso dalla copia letterale alla copia delle idee, la parola deve essere usata con cautela (sic). Alcuni sostengono che copiare un’idea, nel caso in cui non vengano copiati parole, immagini, o suoni specifici con cui viene espressa, significhi divulgare l’idea. Se fosse necessaria un’autorizzazione per ripetere l’idea, o si rischiasse l’ostracismo da parte della propria comunità professionale per non aver accreditato la persona che ha avuto quell’idea e che potrebbe essere dimenticata o sconosciuta, la diffusione delle idee verrebbe bloccata. Questi ‘alcuni’ di solito sono postmodernisti: tra loro, c’è chi mette in dubbio il plagio, come concetto.

Secondo questi signori, il plagio e le estetiche nuove che ne derivano non sono altro che uno strumento di contaminazione, uno strumento ricco di implicazioni giuridiche, politiche e filosofiche. Tuttavia, per loro il plagio artistico consiste nella veicolazione gratuita di idee e atmosfere e non si tratta di fare una mera copia dell’idea stessa e della forma con la quale questa idea viene divulgato. La diffusione di uno “stile”, infatti, non ha nulla a che vedere con una copia, e pertanto evita di pagare qualsiasi pedaggio. Dal punto di vista filosofico, attraverso la gratuità dell’offerta, il plagio artistico consente di sfuggire alla logica dello scambio, con la prassi del dono unilaterale gratuito. Io do una cosa a te, e basta: tu nemmeno sai chi sia a dartela, si tratta di un contributo alla storia del progresso comunitario. Questa visione, che a tutta prima appare utopistica, oggi diventa pratica comune. Le idee circolano da sole, senza pregiudizio d’autore (avete presente il wikismo?). Esse vengono sentite come proprie da ciascuno, e il fenomeno è così diffuso che alcuni autori, soprattutto in ambito musicale, scelgono di creare le proprie opere basandosi proprio sul plagio. Ma questa qui descritta è altra cosa dal plagio. Perché ognuno apporta il suo contributo di pensiero. Per quanto mi riguardano, ben vangano.

C’è un altro aspetto orribile di tutta questa faccenda. Se uno copia l’idea di un autore, magari un’idea che è stata già realizzata e ha avuto un certo riscontro di pubblico, imita creativamente lo stile, la forma, il ritmo di un altro, parafrasa un paio di pagine ‘chiave’ di un altro disgraziato ed ecco che ottiene un prodotto che qualunque editore pubblicherà. L’imitazione creativa è, infatti, un imperativo del mercato. Non si va da nessuna parte con cose avanguardistiche, troppo originali (e già…). Ma questo forse è più evidente per chi scrive romanzi. 

Per la poesia?
Dice Stefano Guglielmin (www.golfedombre.blogspot.com/2006_10_01_archive.html):

Una possibile tassonomia del poetico italiano potrebbe essere questa: c’è Milo De Angelis e ci sono quelli che a lui s’ispirano (si metta al posto di De Angelis qualsiasi altro fuoriclasse). Fra coloro che s’ispirano, ci sono i futuri fuoriclasse e quelli che rimarranno allievi. Al livello degli allievi, stanno gli autori con vocazione certa, ma che non s’impegnano per crescere e quelli che leggono molto e hanno qualche vocazione. Questo livello vede almeno 800-1000 poeti in circolazione. Sotto di loro ci sono autori che hanno un’idea di poesia mutuata nei rioni, a scuola, fra gli amici, ascoltando le canzoni, autori che hanno qualcosa da dire e che lo dicono andando a capo. Fra questi, ma di rado, qualcuno entra nei 1000. Gli altri, continuano invece a dire quello che hanno da dire e sono, per difetto, almeno 50000 (mettiamo 70 per comune – in Italia, di comuni, ce ne sono più di 8000). Fra i 1000 poeti riconosciuti, molti – dicevo – “assomigliano a”: già questo fatto dovrebbe farci riflettere e obbligarci alla prudenza. Dovremmo studiarli meglio, vedere se è un nostro abbaglio oppure se davvero sarebbe meglio leggere l’originale. In quest’ultimo caso facciamolo e scaliamo i poeti ‘somiglianti’ nel livello sottostante. Rimarranno 50 autori? Bene questi saranno i poeti che dovremo promuovere, far conoscere in rete e in piazza, a scuola e in fabbrica. Sarebbe un atto utile alla poesia e toglierebbe molta confusione in giro.

L’era digitale è una dramma da questo punto di vista. Il web permette far conoscere velocemente le “poesie” di tutti ma su Internet c’è anche tanta umile robaccia isterico-emozionale, umili piagnistei di ogni tipo, umili meri esibizionismi del verso, umili saccheggiatori dall’umile copia-incolla troppo facile, umili salottini lacrimosi con tanto di biscottini e tè.

Il rischio è quello di essere fagocitati dai versificatori della domenica pomeriggio, quelli che non hanno una direzione, non hanno un progetto, non sanno cosa fanno, e sono assolutamente convinti che il ‘mondo’ deve sapere della loro arte. Questi sono pressoché innocui, basta ignorarli.

Ma cosa succede se uno di questi sedicenti poeti, assorbendo da altri bloggers/autori più – diciamo così – dotati, improvvisamente si ritrovi a possedere ritmo, struttura, poetica, addirittura metro? Non ci sarebbe nulla di male, ovvio. La letteratura è intertestualità. Sfido chiunque faccia questo mestiere, ossia chiunque abbia la ‘vocazione’, a negare la presenza di modelli nella propria scrittura. Modelli che, ben inteso, sono stati assimilati, masticati, risputati e, infine, inglobati nella singola sensibilità creativa e tecnica, al fine di produrre la propria ‘voce’, quella cifra di originalità che permette di distinguere un poeta da un altro. Modelli noti, arcinoti, riconosciuti a livello universale.

Ci sono ‘autori’ che imperversano su tutto il Web, li trovi ovunque. Il loro nome circola in ogni dove, apprezzati e celebrati, in alcuni casi, come un grande momento della letteratura contemporanea. Eppure, a ben vedere (e qua il Web fallisce nella sua missione: l’alta velocità della fruibilità determina superficialità) questi sedicenti poeti fino all’altro ieri aveva quattro miserabili vocaboli in mano (amore, cielo, fiore, mare, cuore, dolore…), ed erano senza poetica, senza stile, senza. Questi sedicenti e celebrati poeti sono i tronisti della poesia, gli opinionisti dei reality-poetry, le allegre comari di Bloomsbury. Non solo: il sedicente poeta, che ha saccheggiato un intero modello, a essere egli stesso modello in una sorta di reiterazione della copia, mentre l’originale, quello che veramente ha cercato fino allo sfinimento la sua ‘voce’, giace ipersconosciuto tra le stringhe di qualche log.

Sia chiaro: la contaminazione, nella topologia classica della poesia, è sempre stata tabù. Fior fior di poeti si sono scannati, accusandosi reciprocamente di plagio. Oggi la mot-clé è contaminazione. Per me ben venga, purché questa contaminazione non diventi infezione virulenta con relativa morte del portatore sano, non diventi “plagio del modello”. Purché si faccia, come diceva qualcuno, ‘poesia onesta’. Purché si riconosca, insomma, chi è veramente l’autore.

La voce ha bisogno di essere ascoltata, riconosciuta. Ogni voce. Il resto, tutto il resto, è pettegolezzo e prouderie letteraria.

Concludo (troppo lungo questo articolo).
La natura in apparenza gratuita del plagio commesso da scrittori professionisti è in parte il motivo per cui c’è sempre qualcuno disposto a schierarsi dalla parte del plagiatore che viene scoperto. La pratica più in voga, solitamente, viene definita patchwriting da Rebecca Moore Howard, ossia “copiare da una fonte, poi cancellare alcune parole, alterando strutture grammaticali e inserendo un sinonimo al posto di un altro”.

Un esempio di ciò l’ho fatto anch’io. L’ho chiamato Trapianto un rumore atroce: elogio del sinonimo (presente sul mio blog). Una parte del titolo e i versi di questa “poesia” (a parte l’ultimo) sono copiati da un altro autore presente nel web. In sostanza, ho preso la sua poesia e ho lavorato con i sinonimi di word. Vi garantisco che è irriconoscibile la versione dell’autore. Irriconoscibile anche a chi ha un occhio allenato (ah sì; nel genere ‘parodia’, quale questa cosa sopra è, l’operazione che ho fatto è permessa).

Vero, esiste anche il plagio inconscio, non sempre dettato da malafede. Questo si potrebbe considerare più un peccato di negligenza che di intenzione e quindi sarebbe meno meritevole di biasimo. Per questo, quando i plagiatori vengo scoperti, si difendono sempre sostenendo che si sono ispirati, che qualcosa dell’originale è rimasto ‘inconsciamente’ loro dentro. C’è persino una parola precisa che definisce questo tipo di plagio: criptomnesia.

E il plagio inconscio diventa una difesa ancora più plausibile quando si tratta di copia dell’idea, del concetto, della forma, ossia non c’è una vera successione di parole identiche.

Come ci si può difendere da questa tragedia del poco? Ve lo dico in parole straniere: nous sommes foutu. Perché non parliamo di contaminazione, ma di una vera e propria metastasi letteraria. Parliamo di gente che non ha mai avuto un’idea in vita sua se non per inferenza, per autoconvincimento. Studi di psicologia sulla criptomnesia indicano che le persone che migliorano, peggiorano, o elaborano idee altrui, arrivano a convincersi di avere la paternità di quelle idee. È facile che questi signori la passino liscia, soprattutto in era di contaminatio come questa.

Il plagio viene considerato il più grave dei crimini intellettuali dalla maggior parte degli scrittori, degli insegnanti, dei giornalisti, dei docenti, e persino dal pubblico in generale. Quando si parla di questo argomento c’è bisogno di una riflessione distaccata. Sotto questa dicitura spesso si intendono varie forme di scorrettezza letteraria o intellettuali, ben più gravi perché più subdole, ma meno dimostrabili dal punto di vista giuridico.

Il fatto è che il concetto di plagio resta a tutt’oggi troppo vago, c’è una zona grigia dove l’imitazione creativa, ad esempio, produce un valore che si sottrae all’attuale definizione. Le diverse sfumature del concetto non trovano riscontro nell’insieme di norme e sanzioni (formali e non), senza contare che è sempre più universalmente accettato il ‘crimine’, visto che uccide sovente solo le idee. Sara per questo che nel 2008 di idee veramente originali ce ne sono così poche?

Advertisements