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“Sono per te l’aurora e intatto giorno” Ungaretti

Questo di Antonella Pizzo è un libro febbrile e visionario che si fa strada ed entra sottilmente nei pori del respiro e della pelle. Come aria e vento. Come pioggia e grandine battente.

Pulsante. Incisivo. Disarmante.

Nasce da un progetto dal taglio strettamente privato e autobiografico, costellato di momenti prosastici e di ispirazione lirica di grande pathos, che si snoda “in uno spazio che non è più spazio/ in un luogo che non è più luogo”.

Dedicato alla figlia Martina. Alla sua scomparsa prematura. Dedicato un po’ a tutte le donne e le madri “dall’utero rinsecchito” che gridano vendetta.

 

“Madri che gridano vendetta

per ogni osso spezzato, per ogni dente

non ci sarà a San Nicola

e nel cuscino e sotto la moneta…”

(p.31)

 

E’ un dolore accorato dell’anima e della carne quello che attraversa la silloge “in stasi irregolare”, di un peso che perfora i palmi, che svuota le orbite, di polvere nel sangue o sangue nella polvere, di aghi e chiodi conficcati nei polsi e nelle caviglie, perché il dolore per la perdita di un figlio è il più grande a cui l’essere umano, e una madre nello specifico, possa andare incontro, il più difficilmente sopportabile.

 

“… oh lenzuola larghe e bianche ossa

ossa orizzontali ossa

oh castagne pallide

latte e capelli ad ossa

oh lunette rosse

orbite svuotate ed ossa

ossa verticali ossa

dove il mio sangue, dove la mia carne, dove le mie ossa

vita che mi si è strappata addosso

come un foglio di carta cinerina

qui è un dormiveglia in riparo dal crck

e spesso anelo a vetri trasparenti”.

(p.11)

 

Ecco allora il tragitto di un naufragio e di una “passione” senza scampo, di un calvario che rasenta a tratti lo sconfinamento e il travalicamento del verso. Un requiem. Un percorso poetico che si dipana tra le vie oscure dell’essere e del non essere, della vita e della morte, della caducità e dell’eterno, tra lucori onirici, memorie, fantasmi radicati nel quotidiano delle cose e degli oggetti “il suo nome si allargò a dismisura/ e si distese/ lungo un binario morto”.

 

“Come vorrei che tu venissi a trovarmi

di notte quando il fiato pesante

s’impicca alla finestra

quando l’aceto si fa l’abitudine e sotto le lenzuola

il dolore è recitato ora e per ore nel prossimo grano

se tu ti avvicinassi alla mia porta

con il vestito sporco di terra

nelle tasche i lombrichi grassi

con le tue quattro osso in mano

nella mano d’ossa e le orbite vuote

con un pugno di denti da contare ad uno ad uno

non avrai paura del rumore delle nacchere

delle conchiglie spezzate sotto i piedi

t’abbraccerei piano

per non sconvolgere la tua struttura fragile

ma se tu tornassi di notte e vuota ti riempirei di foglie e paglia

ei vuoti e ancora nei capelli e ancora fiori a collane

ancora a fasci ancora intatti come quando

t’allontanasti senza chiedere se potevi

a lasciarmi gli occhi a rotolare e i baci di una madre pure”.

(p. 41)

 

Ed è l’invocazione del sogno, della restituzione. Di un dolore “carnale” che non appiattisce e che non si appiattisce sul verso, ma che restituisce vita, tensione, energia, che scava, si afferra e cerca; che inghiotte famelico “il gesto lento”, la distensione”, “la pacificazione”. L’impossibilità di una rassegnazione.

 

“Ecco viene il giorno, la notte è già passata

è già mattino, nevica in certi luoghi, ed è una gioia

ma qui c’è questa pioggia sciocca

che non consola e non attutisce gli strazi

piuttosto li moltiplica in mille gocce erosive

ed ogni goccia che cade sulla pelle

apre una plaga infetta”

(p.60)

 

Ma da questa prospettiva di stasi irregolare, non può sfuggire all’attenzione questo bellissimo ed emblematico testo sul ritorno. Dell’intrecciarsi e compiersi di una parabola circolare. Il ritorno alla nudità dell’essere (scalza e magra). Il ritorno alla madre. Da madre a figlia.

 

“Tornai da mia madre a piedi scalzi, magra

con una camicia lunga, senza maniche

bussai alla sua porta

ella stava facendo un accurato pedicure

sotto una luce gialla d’acciaio la limetta

l’attenzione all’occhio di pernice

a un ricordo incallito, dolore mai estirpato

tornare a casa mia, di notte, svagata

sotto una pioggia d’acqua, poi tornare indietro

a tempo cercare le chiavi

l’urgenza, potrebbero svegliarsi e non trovarmi

il mio morbido grasso

quel mio quieto girare nel letto che rassicura

tornare a casa con una canoa, una piroga

nel ventre di una grande nave

scivolo via in piena

il braccio teso

le chiavi sospese in aria”.

(p. 45)

 

Ci sarebbe tanto da dire e da tacere su questi versi “sacrali” dell’anima, ma ritorno sulla foto di copertina, alla metafora del vortice, di una scala/spirale bianca che da un lato si restringe in un occhio buco/nero senza fondo, dall’altro si libera in uno spazio che avvolge, ingloba, abbraccia e va oltre. Oltre la copertina, oltre i fogli, oltre i versi stessi. Oltre.

Maria Pina Ciancio

Antonella Pizzo, In stasi irregolare

Prefazione di Gregorio Scalise, postfazione di Ivan Fedeli

Le voci della Luna Poesia

Premio Renato Giorni, 2007

(foto in alto  Angelo Modotto)

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