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“…son io forse la scala che ricerca luce?” (Novalis)

Mostrare la ricerca di assoluto in poeti e scrittori, anche agnostici, fino a formulare l’ipotesi di una “teologia letteraria o della creatività” mi pare la sfida che tutti noi, oggi, siamo in dovere di affrontare. L’ammissione di inquietudine permette libertà: la forza di interrogare libri e autori, nella maggior parte dei casi non credenti in un assoluto dell’essere, senza mai cedere alla tentazione di assimilarli o tanto meno di ‘convertirli’, è ricerca che mi stimola molto.

Detto ciò è necessario, a mio avviso, riflettere ma non intellettualizzare. La mia concezione di cultura, nell’immediato, risponde all’esigenza di coltivare sé stessi in quanto esseri umani, la mia predilezione va, quindi, a una ‘fede’ non pacificata, ma anzi alimentata dalle continue domande; la mia attuale diffidenza verso la categoria del ‘definito’ mi porta a non amare quegli autori, ad esempio come l’ultimo Claudel, che sottomettono l’esperienza creativa a un’ideologia religiosa. Davvero religiosa è, invece, ai miei occhi, ogni esperienza in cui la scrittura (in particolare la poesia piuttosto che la prosa) si pone come ostensione del finito, come esposizione – secondo la definizione di Paul Celan – e non come imposizione. Limite, attesa, perdita sono allora i temi che dovrebbero percorrere l’odierno divenire artistico. Il mio obiettivo è provare a ridefinire il rapporto tra ‘credenti’, in una dimensione totale, e non credenti, cercando di far parlare due mondi distanti, diversi, ma potenzialmente capaci di ascolto reciproco. Per questo tento di smantellare i luoghi comuni, sia della critica letteraria che del teologico (o, meglio, delle “categorie del divino”), alla conquista di quelle ‘piazze’ in comune, soprattutto della poesia, dove l’altezza sia data dalla semplicità e la ‘religiosità’ da una realtà profana, ma pur illuminata dall’interno. Detto questo reputo che “una sacra conversazione tra poeti”, come la definiva Giovanni Testori, possa perfettamente delineare ciò che intendo, sia attraverso una citazione, per esempio, di Bonnefoy, oppure attraverso il linguaggio dell’iconologia… in effetti, solo considerando ciò, a mio avviso, si può parlare di sacro, perché esiste la conversazione, perché, anche attraverso il silenzio – come nel dialogo muto tra le mani in Lorenzo Lotto o nel paesaggio in Giovanni Bellini – esiste una realtà ‘eguale’ in cui presenze diverse comunicano, a dispetto del tempo, in un luogo creato dal loro stesso esserci, guardarsi, riconoscersi. Così, e sempre per citare, “La vita di Don Chisciotte” di Miguel de Unamuno è lo specchio di un’interiorità commossa, mobile, di ognuno, di una ‘fede’ (cioè: di un credere) che è prima di tutto fiducia, “facoltà di ammirare e di fidarsi”, di riconoscere, nel volto dell’altro, lo spazio da percorrere per rintracciare la propria verità più profonda. Quel che m’interessa, quindi, è proprio “l’irraggiungibilità dell’infinito attraverso il dispiegarsi del finito”. Sono infatti i limiti, i confini, le barriere, che con le loro incerte possibilità di varchi, l’intermittenza delle luci, lo struggimento delle attese, rendono la realtà non un ostacolo ma una promessa. In “Don Chisciotte”, del resto modello, per ammissione di Dostoevskij, del Principe Myskin protagonista dell’ “Idiota”, io riconosco la gratuità di chi ama senza calcolo, la generosità e la follia di chi, per usare le parole di Unamuno, “non spegne il lume per risparmiare il lucignolo” e si spinge là dove non vede, non comprende, obbedendo alla parte più autentica, anche se meno comoda, di sé stesso. Affermato questo, non esito, parimenti, a mostrare il mio distacco da una “religione emotiva, estetica, venata da una sorta di sensualità soprannaturale”. Amo e propongo, tanto per intenderci, attraverso Baudelaire e Bonnefoy, l’amore per le ‘cose’ mortali, vedendo frammenti di verità nel congedo, nello smarrimento, in quell’inquietudine che appunto segna il nostro essere finiti… quel nostro essere (sempre) sul ciglio di una porta (o di un burrone). Perciò una posizione coraggiosa (almeno così io la intendo) che vieta non solo ogni sentimentalismo, ma qualsiasi tentativo di sacralizzare, ieraticizzare, allontanare la vita, fosse pure in nome della bellezza; quest’ultima dimensione del porsi creativo è quel tipo di ‘abbassamento’ poetico (e religioso), che individuo nella poesia (e nella fede), della più recente Cristina Campo. Se infatti apprezzo alcune liriche giovanili della stessa, meno compiute, ma più forti, mi ritraggo, invece, da poesie come “Missa romana”, a mio parere tanto esplicitamente cattoliche da indebolire sia la religiosità sia la forza poetica del testo. Ridondanza e raffinatezza, esaltazione per la liturgia fine a sé stessa e per la bellezza formale, predilezione per un ‘Dio’ persecutore e apocalittico fanno dell’ultima Campo l’esempio da non seguire di un cristianesimo che insiste sull’astensione e la proibizione, di un’ansia di perfezione che può diventare amarezza, di una difesa della tradizione che s’irrigidisce in polemica, dell’ossessione per un’assenza che diventa distruzione. Con rimpianto, noto come citare la mistica e San Giovanni della Croce non impedisca all’ultima Campo di allontanarsi da quella materia sonora che è invece la realtà, l’umanità della poesia. L’autrice che apprezzo è invece la lettrice consapevole del pericolo della bellezza come rischio, come spada a doppio taglio, la scrittrice appassionata che scrive a William Carlos Williams per sottoporgli le sue traduzioni, la studiosa, radicata nell’attenzione e vicina al pensiero di Simone Weil, tanto amata dal filosofo veneziano Andrea Emo. A questa mia esigenza si collega la domanda sul vivere, “in senso spirituale”, che attraversa la mia ultima produzione, non come tema fondamentale, ma come “flusso sotterraneo”. Più vicine alla mia concezione, quindi, sono altre due autrici italiane protagoniste, come la Campo, del secolo scorso: Margherita Guidacci e Maria Luisa Spaziani, rispettivamente tese verso un assoluto (aperto) di saggezza e un assoluto (aperto) di poesia, perciò da me apprezzate per la loro capacità di collocare la composizione poetica dalla parte dell’attenzione al quotidiano. E ancora più esemplari sono la vita e l’opera di Katherine Mansfield. Nei suoi “Diari”, spezzati dal tormento e dalla difficoltà, sempre in bilico tra disperazione e fiducia, io rintraccio quella scrittura capace di attraversare la perdita e di accogliere il dolore di una persona ‘non credente’, ma comunque tesa a non essere inferiore al proprio io più profondo. Di un’individuo, di un essere umano, che ha fatto ‘altare’ dell’etica del lavoro, della ricerca di una verità senza enfasi, di una morte continuamente vissuta attraverso la malattia e riassorbita nella vita solo alla luce di brevi tregue di contemplazione e di amore. Come il mio amato Cechov, anche l’opera di Katherine Mansfield parte dal riconoscimento della realtà ‘dolceamara’ dell’esistere: un’ironia quieta, senza fiele, nata dal non chiudere gli occhi davanti all’altrui e soprattutto al proprio male, alla propria ‘colpa’, alla propria limitatezza e che si trasforma in compassione per la sofferenza delle creature. E a tale poetica dell’errore e dell’errare si connette l’autore che insieme a Yves Bonnefoy e a Gustave Roud forse resta, nell’oggi, uno dei miei riferimenti più definiti: Philippe Jaccottet, interprete di un’autentica poetica dell’inafferrabile, di un’inquietudine paradigmatica che parte dal dubbio e si radica solo nella luce della propria fragilità e della propria ignoranza. Rivelata questa mia ultima preferenza, non mi resta che dirvi che se nel vero esiste un logos ‘divino’, e se di questo discorso ‘assoluto’ la terra trattiene (ancora) qualche traccia imprecisa e semicancellata, forse la poesia è, nella sua insoddisfazione, nella sua incompletezza, nella sua stessa marginalità, uno dei pochi linguaggi in grado di ascoltare e faticosamente decifrare una lingua più vasta, eterna, sebbene, forse, (ancora) a noi lontana e straniera. Certo, la ‘fede’ può separare, ma il mondo creato può diventare, per tutti, un varco, una possibile apertura e, perciò, una reciproca comprensione: “… solo intende il cuore\ che non cerca potere, né vittoria”, così recitano due versi di Jaccottet. Il cuore che intende è capace di accogliere… di raccogliere cenni dispersi che forse potranno parlare ad altri, sorprendendoli, se non trasformandoli. Chi ascolta, ed è questo che mi preme dirvi, nella mia duplice veste di credente in un assoluto (comune) e quale innamorato della poesia, dicevo… chi riesce a tendere l’orecchio verso uno spazio dove non c’è posto né per il potere né per la vittoria è colui che può dirsi vivo. Chi legge trova, non la poesia con la maiuscola, ma le poesie, quelle piccole lanterne nelle quali arde il riflesso di ben altra e ben più potente luce. (Gian Ruggero Manzoni)

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