Un brivido di freddo gli percorse la mano. Doveva già essere inverno, doveva anche essere buio. Se ne accorgeva dalla coperta pesante che Maria aveva sistemato quella mattina, al cambio della guardia tra Anna la signora della notte e quella del giorno.
Chiuse gli occhi e cercò di ascoltare le chiacchiere al femminile che provenivano dalla cucina. Sempre più spesso ormai non lo riguardavano. Sua moglie e le sue figlie, al capezzale del letto, parlavano della sua salute come se non fosse presente.
-Ma secondo te ci vede?


-No, guarda, non muove le pupille.
– E ci sente?
-Secondo me no, non lo vedi che è in uno stato di torpore?
-Secondo me invece capisce tutto.
-Papà?- ecco, si rivolgevano a lui. Si erano accorte che c’era. Ma come rispondere, l’ictus gli aveva paralizzato tutto, anche la parola.
-Lo vedi, non c’è.
– C’é.- Sua figlia gli accarezzò la fronte rugosa, il viso scavato. Lei, la più sensibile delle sue cinque figlie, gli occhi lucidi e il sorriso tirato che non poteva vedere, ma che intuiva.
-Papà, non mi vedi ma mi senti, lo so.

Coccolato da quel ricordo si assopì e gli sembrò quasi di sentire l’antico calore pervadergli il corpo, gli sembrò di ritrovare la carne, un tempo uomo grosso e forte, adesso un mucchio d’ossa su un letto, in attesa di un cambiamento.., in attesa della fine.
-Nonno…
Eccola. Era lei, la più dolce delle creature, figlia della figlia che amava, lei, nipote diletta. Quanto avrebbe voluto risponderle, quanto prenderle la mano, quanto vedere il suo sorriso e quel calore che irradiavano i suoi occhi quando si rivolgeva a lui.
-Nonno, sono io
-Lo so- pensò il vecchio –  ti ascolto.
-Come stai..
Si sedette accanto al letto. La stanza era fredda e il viso che le stava davanti una statua. Era difficile parlare a quelle ossa sporgenti, quella fissa immobilità, quegli occhi chiusi, quell’unica mano viva che con sforzo immane cercava di alzarsi. E ci riusciva sempre meno. Chiuse gli occhi. E lo immaginò grande, lo immaginò grosso, la pancia sporgente e il cappello, i baffi bianchi e la testa calva, la mano nodosa e la camicia bianca. Lo immaginò in piedi, appena appena curvo nei suoi 88 anni, finto burbero, padre di famiglia all’antica, pronto al rimprovero., ma non per lei., mai per lei.

A quest’uomo cominciò a parlare, prendendo tra le sue la mano viva e fredda, sentendo tra quelle quattro ossa tutte le vene e la rugosità della pelle.
-Non ti vedo da una settimana, scusami. Oggi è il mio compleanno…
-Già novembre- il vecchio non poteva crederci.
-Sono qui per farmi fare gli auguri… come ogni anno.
Che strano, nonno, stanotte ti ho sognato. Ho sognato che ti alzavi, e camminavi. Saranno state più o meno le tre di notte. La casa era silenziosa, la nonna accanto a te dormiva. Hai aperto gli occhi e ti sei accorto di poter vedere tutto ciò che ti stava intorno. La nonna con il suo respiro sereno, la signorina Anna, che occupava il tuo posto del letto, con gli occhiali ancora sul naso e un libro in mano, profondamente addormentata. In alto il lampadario antico e a sinistra la statua della madonna del rosario sul vecchio comò.
Hai alzato una mano per scacciare una zanzara. Hai riflettuto poi che questa si era mossa. Ti sei accorto che si muoveva anche l’altra e le gambe e il busto e il collo. Abbassate le sbarre del letto sei sceso. Silenzio. Luci basse su questo miracolo. Niente spettatori. Solo tu. E il silenzio. Hai assaporato l’ebbrezza di vestirti da solo. Via il catetere, il pannolone. Via l’ossigeno e la sedia a rotelle. Hai indossato la giacca da camera, ben stretta sulla tua pancia voluminosa. Ti sei guardato allo specchio. Dio, uno specchio… La tua immagine riflessa, la barba fatta e i lunghi baffi bianchi. Che soddisfazione essere di nuovo un uomo, con la sua dignità. Dignità di movimento, di gesti voluti, non riflessi condizionati, dignità di scegliere cosa indossare, cosa mangiare, non un tubo, una flebo nelle vene che non ne possono più di essere pompate, riempite di liquido trasparente.
Hai aperto la porta, piano, per non fare rumore, assaporando la sensazione ormai nuova di essere tu, e non noi, a non disturbare chi dorme. Passo dopo passo, senza bastone, sei arrivato in fondo al corridoio. Hai preso la cornetta del telefono e mi hai chiamato
-Alessandra, auguri-
Eri tu, era la tua voce. Mi hai solo detto -Auguri- ed è stato un miracolo, un’esplosione di luci e di vita. Un fragore assordante quasi di clacson e di grida. E poi. .il buio. la rassicurante quiete del buio.
Sai nonno, penso che presto guarirai, mi accompagnerai ancora a fare quelle lunghe passeggiate, tu un passo, io mezzo per starti accanto, tra i tuoi pomodori, te li ricordi i tuoi pomodori?
Santo sorrise dentro di sé. Incredibile pensare di potersi alzare di nuovo, ma se sua nipote voleva crederlo.. lo facesse pure.. tutto pur di renderla felice.

Rumore. Agitazione. Voci.
Ancora voci dalla cucina. Forse si è addormentato di nuovo, C’è qualcuno? Nessuno. Ha dormito, chissà per quanto tempo.
Voci, grida. Cosa succede maledizione in questa casa e perché nessuno si preoccupa di dirlo a lui! Cosa credono, che sia già morto? Che non li sente mentre piangono e si disperano? Perché? Porte che sbattono, il telefono suona.
-Maria- tenta di urlare ma le sue corde vocali atrofizzate non producono nessun suono. La parola rimane li, dentro di lui. Sepolta.
Ha sete, gli si è seccata la gola, tossisce per lo sforzo, le labbra si aprono, ne esce un sospiro. Passi lenti. Trascinati. Ciabatte.
Forse Maria.
-Santuzzu mio- un singhiozzo
-Maria… cosa… – muta risposta
-Alessandra-
Qualcuno, nell’altra stanza, ha acceso la tv.
-tragico incidente stanotte, 16 Novembre… saranno state le tre di notte quando un‘autovettura è andata a sbattere contro il guardrail invadendo la corsia opposta. . . una giovane donna… la vittima…-
Esplosione di luci. Fragore assordante quasi di clacson, di lamiere contorte, di grida e poi. .il buio.
E lui lo sapeva, lui c’era. Era presente. In un attimo gli fu tutto chiaro. Lei era stata lì, ombra furtiva, fuggita al regno dei morti per un ultimo saluto. Gli scese una lacrima -ci vedremo presto – pensò.
E fu quasi una liberazione, quasi un ritorno alla vita la speranza di un’altra vita, una vita senza quel letto, senza quel dolore, senza quella fissa immobilità.
E fu quasi la certezza che sarebbe morto in pace prima di impazzire.

Annunci