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Amici amiche,

mantengo la promessa, vi porgo una breve biografia di Giovanna, molto breve rispetto al materiale che lei ha lasciato, distribuito tra agende, appunti, frammenti di poesie, pensieri riguardanti la sua vita interiore. Le sue istanze opposte solamente alcune volte trovano la congiunzione e raggiungono la completezza a cui lei aspirava. Istanze come l’amore sacro e profano, la carne e lo spirito, la giustizia divina e la giustizia degli umani, l’etica secondo gli imperativi morali e il procedere umano secondo i bisogni.
Dopo aver scorso il materiale che sino ad oggi ho potuto trascrivere mi sono resa conto di quanto sia indietro sulla rivisitazione di Giovanna sotto l’aspetto umano, di quanto avrò da lavorare e da quale parte cominciare. Saprò, dio volendo, recuperare il tempo trascorso…non invano trascorso in questi anni.

Aveva otto anni quando la famiglia si trasferisce a Roma nel quartiere di Monteverde vecchio, luogo decisivo per il suo innamoramento per Roma e per l’humus poetico nascosto nel nucleo essenziale della sua persona. Era il settembre 1962.
La famiglia arrivava da Taranto, città altrettanto fondamentale per la personalità di Giovanna, tanto è che poco prima di morire scriverà a lungo nei dettagli e nei particolari situazioni e atmosfere vissute in quegli anni.
Più di una volta era ritornata in quei luoghi che la videro bambina, come se lì ci fosse qualcosa da esorcizzare o da cancellare dalla memoria.
Il venerdì santo del 1984 lei era là, dopo aver assistito alla processione dei misteri sfilata in Via D’Aquino, la strada principale della città, presa da un raptus scrive ad un suo caro amico:

“Quando sono tornata in macchina, lasciandomi alle spalle la processione, ho rivissuto qualcosa che è morto e che ora definitivamente non c’è più. La mia personale morbosa infanzia trascorsa in questa provincia. Quando sfilava la processione ho visto quello che io ero e quanto di questo c’è stato finora. Il legame estenuante con il personaggio della mia infanzia a Taranto, la nonna materna, mia zia, mia madre che era giovane e bella, l’amore disperato per mio padre, le passeggiate alla villa, la mia educazione ovattata ricca, troppo ricca di premure e di affetti; ora quelle strade che ho visto poco fa con gli occhi di adesso come se le vedessi simultaneamente con gli occhi di quella bambina di otto anni malaticcia che ero mi sembrano assurde ed è molto banale parlare di dolore lancinante, di una sensazione che tu conosci bene, che è lo strazio di qualcosa di un’atmosfera di una dimensione di esistere che è morto per sempre.”

Tralascio tutti i personaggi che sono chiamati in causa in questo, quasi straziante, quadretto e pongo l’accento sulla figura paterna, strappando la verità da una pagina di diario degli ultimi giorni:

Ricordo quanta gioia provai una sera d’estate nell’andare al cinema con lui in un’arena. Forse con un’immaginazione più profonda riesco a risentire quell’aria. Dovevo avere, credo, otto anni. Ricordo la sua faccia bellissima e la grandezza dello schermo. Ricordo anche che il film era prodotto dalla Titanus. La dolcezza di mio padre era così delicata che non poteva lasciare scampo, lui ti avvolgeva di premure, attenzioni di ogni tipo. Sicuramente questa sua gentilezza nel tempo cominciò ad essere la causa della mia rovina. Nessuna persona poteva mai reggere questo confronto, adesso mio padre è molto anziano e anch’io comincio ad esserlo; questo passato senso di epifania, di folgorante amore non mi abbandona.


La distanza dall’amore paterno non sarà mai colmata, sarà per questo che da subito manifesta una propensione-vocazione per la scrittura?
La sua maestra in quinta elementare sarà la prima a dire che sarebbe diventata una scrittrice. E Giovanna, in un suo tema intitolato cosa farai da grande, risponde in modo altisonante per la sua età -che avrebbe vissuto per un grande ideale indecisa tra la pittura e la scrittura, ma certa che avrebbe espresso il meglio di sè nella sua vita -.
Porta a termine il liceo artistico lasciandosi alle spalle l’adolescenza segnata da un’esperienza sentimentale forte che la conduce al matrimonio all’età di diciassette anni.
Vede sfumare la sua maternità di un parto gemellare a causa del decesso quasi immediato delle bimbe nate nel novembre 1971, a cui dedicherà una poesia (inedita) molto più tardi, nel febbraio 1988

Ad Eva e Simona

Vorrei che quei piccoli angeli fossero qui
e che l’amore che rende uguali si aprisse
in un canto per una degna sepoltura
ora che si va verso la pasqua
e che l’anima mi è stata resa
e che la vita da qualche parte scorre
su di un foglio rosso di gigli e memorie
ora che fuori si placa la minaccia
in un campo aperto scrivo i vostri nomi
che appartengono all’eterno
rocce massiccio legno, lettere incise

Al termine della relazione sentimentale con Paolo Barbato durata un decennio Giovanna porta con sè il marchio di aver scelto la poesia. Nell’ottobre 81 alla domanda pòstale:

Perché scrive poesie?

Lei risponde:

Lo slancio passionale che mi muove nella vita e nella scrittura, in disaccordo con qualsiasi accademia, è la ragione stessa del distacco dal resto. L’ambiguità assunta a motivo esistenziale mi salva, <fare una poesia> è combattere il caos dell’assenza, della penombra; colmare l’assenza di marmo grezzo: fare, disfare, illudersi di poche certezze, infine morire, ridere di una morte reale e/o poetica indispensabile.
(G.S.)
Da Artecultura, n.9 – ottobre 81

La sua vita si carica di significati: nel luglio 78 si laurea in Lettere Moderne con una tesi sulla rivista “Officina”, comincia a prendere parte a dibattiti politici, manifestazioni di piazza, collettivi femministi.
Si interessa attivamente di politica, il suo schieramento è apertamente a sinistra, dove immagina possa trovare posto il senso di giustizia, tanto radicato in lei da prendere negli anni maturi la direzione di una giustizia, non solo arroccata nei diritti sociali ma in senso più ampio rivolta alla gente comune che subisce la propria sorte, Al mercato rionale diceva la gente piccola unita ai terremotati:/ Profezia di nostra Signora dei Miracoli – Dio a da mandà i sordi/ a chi cià core -/
L’impotenza a travalicare i limiti imposti dall’ umano trasforma la problematica di Giovanna in versi accesi pieni di implorazioni di grazia.
Non importa chi fosse il suo interlocutore, esotericamente può essere l’invocazione della luce o cristianamente può essere il Cristo della croce. In ogni modo lei invoca, anche magicamente con tarocchi e amuleti. Sembra però che l’invocazione rimanga inascoltata e quasi ripiegando su stessa riconosce la grandezza di un’essenza.
In occasione della festa della donna l’8 marzo 2003, Isabella Panfilo
per conto dell’emittente Radio 24 ore per il programma” l’Arca delle parole”, le pone la domanda:
– Dunque, lei è chiamata questa sera a fare da testimone della voce di donna nella poesia per questo otto marzo, questa giornata ha ancora un senso secondo lei?
R. –Ma…guardi…diciamo che io ho sempre vissuto il femminismo anche in una dimensione sociale, diciamo contingente. Però credo che questa dimensione soltanto sia riduttiva perché il mio femminismo è di natura anche religiosa, cioè legata ad essenze, ad archetipi e quindi credo che il discorso del femminismo sia molto, molto più complesso di quanto, in qualche modo, sia stato fatto: perchè ha ridotto molto quella che è la complessità dell’animo femminile, che si rispecchia molto, poi, nella poesia delle donne, nella dimensione artistica della donna che è molto ricca. Quello che del femminismo non è stato fatto, o è stato fatto in maniera riduttiva nel sociale, poi nella dimensione artistica,espressiva, viene molto amplificato. Quindi, ecco, questo dialogo non è più tanto con Marx, ma forse con Santa Teresa, o con Santa Caterina, con Marinna Cvetaeva, con Sylvia Plath. Credo che la dimensione dell’essere femmina, dell’essere donna è talmente ricca, talmente profonda…va proprio a toccare una dimensione così…umanamente, visceralmente, proprio profondissima. Spesso il mondo rifiuta questa complessità del femminile. Lo rifiuta, e lo vediamo anche nelle difficoltà che spesso hanno avuto le donne scrittrici, le donne poetesse: la difficoltà sia sociale che umana per riuscire a…non dico a realizzarsi, ma ad essere visibili. Questo è un discorso abbastanza lungo ……………………
Perché ci sono dei ruoli , dei modelli che spesso vengono imitati, emulati in maniera non tanto positiva, Sono, poi, i modelli della realizzazione maschile: dell’essere in ogni posto, nel momento giusto, con le persone giuste…quest’ansia, questa fatica, questo stress di dover essere come gli uomini per esistere, per essere viste in qualche modo. E credo che, invece, la nostra essenza sia diversa: sia anche…non so come dire…più serena, più tranquilla. Non lo è perché, purtroppo, siamo portate a pedalare in un modo che spesso non ci appartiene, non è nell’essenza del femminile.

Infatti dal 76 in poi la persona di Giovanna incomincia a diventare pubblica. Cura delle rubriche di poesia per Radio Città futura e per l’emittente privata Radio blu. Partecipa nell’82 al leggendario Festival dei poeti presso l’Aula Magna dell’Università, inaugurato tre anni prima a Castelporziano. I suoi versi prendono il volo comparendo su numerose riviste.
Ma cosa voleva dire Giovanna tra le righe nella risposta circa l’essenza del femminile?
La sua salute aveva un equilibrio precario, temeva il freddo, amava il sole e il mare.
Gli spostamenti per lei erano faticosi, avrebbe anelato ad avere sempre una stanza e una scrivania a portata di mano, lontano dai luoghi comuni come spesso all’improvviso le apparivano le situazioni ordinarie, rendendo a chiunque visibile la comparsa di un repentino cambiamento di umore e la necessità di assecondare quella forza luminosa-oscura dalla quale era posseduta che le avrebbe parlato da un luogo visionario, arcaico, profetico.
E invece la sua attività prosegue senza sosta.
Nell’84 condivide con Gianfranco Palmery la fondazione della rivista “Arsenale”, contemporaneamente recensisce spettacoli teatrali su commissione di Radio 3 e conduce una trasmissione su poesia e narrativa sulla medesima emittente.
Instaura legami di amicizia e stima con persone rappresentative della cultura, fra cui l’alleanza poetica con Milo De Angelis.
Come ho scritto in una recente lettera a mia sorella:

… ricordo la grande festa in Via Prenestina, per il tuo trentacinquesimo compleanno.
Milo era già nell’aria. Significava l’universo sognato, la persona che ha fermato la vertigine della disperazione. Il suo arrivo convogliava tutte le attese: l’amore per i versi, l’amore per l’uomo…

L’altra strada si verrà a delineare nel 1990 nel momento in cui sposa Milo De Angelis e poco dopo diventa madre. Giovanna era serena in quegli anni, nonostante affrontasse la maternità non con poche difficoltà. Era noto il suo pessimo rapporto con la quotidianità, la cui prassi la disturbava molto a causa del bisogno di introspezione e riflessione. Ciò nonostante si susseguono anni di intenso lavoro su molti fronti. Il suo insegnamento a Rebibbia le restituisce sostegno e nutrimento. Nello spazio di quelle mura si attenuava la lacerazione sulla dualità dell’amore, la giustizia sociale e le differenze di genere. Aveva un dialogo con i detenuti, sentiva di essere alleata con la gente che come lei aveva un mal di vivere.
Il suo carisma irrompeva nell’interloquire alla pari con l’altro, maschio o femmina che fosse. Là dove si instaurava una reciprocità di intenti lei diventava una miniera alla quale l’interlocutore poteva attingere un prezioso arricchimento.
Con i suoi colleghi redasse un quaderno di scrittura ad opera degli allievi dei corsi, nel cui retrofronte si trova la sua parola:
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(Dal libretto Chi ti credi di essere…a cura degli insegnanti e allievi dei corsi sperimentali di Rebibbia – S.M.S. G. Borsi – Maggio 98)

Sbarre. Sbarre scurite dalla pioggia, piegate dal vento, calde di
sole, fredde d’inverno. Al di qua vetri e ambigui infissi. Banchi.
Porte. Lavagna. Bianchi muri spogli. Facce. Braccia tatuate.
Occhi assenti. Occhi ridenti. Accenti diversi. Battute in romanesco.
Pacche sulla spalla. Voci di loro sovrapposte alle nostre.
Voci e scrittura sui bianchi quaderni immacolati. Voci e storie di
chi diverso non è nel profondo, se non in un pensiero cattivo che
vuole a tutti i costi che siano ‘mostri’ i diversi, per poter relegare
quei pensieri in un recinto con alti steccati. Pensieri di chi
ha avuto studi regolari e scarpe nuove, palestre e tavole imbandite.
Storie. Tante storie dell’infanzia d’Italia e del mondo, di
infanzie violate, di madri mute e di padri assenti.
Scuola dell’obbligo italiana di Roma e di altro, che serve a chi bisogno
non ha. Alunni ex somari cacciati dalle scuole d’Italia, messi fuori
dalla porta, ora qui, alunni del carcere che scrivono storie, storie
di chi ancora spera di essere uguale a quegli altri ‘normali’, che
sperano, in un lampo di azzurro, di avere accesso nel giorno.
G.S.

Nel ’97 nel pieno della sua attività produttiva si manifesta la cosa che l’avrebbe portata alla morte nel dicembre 2003.
Non smise di sentire e vedere orizzonti davanti a sé, non si arrese mai all’evidenza dei fatti che incalzavano impietosi. Il suo tepore divenne un alone visibile che ci risucchiava in un magnetismo disorientante e non ordinario. Lei negli ultimi mesi ha rappresentato per me, per la famiglia e la comunità dei poeti la meta più ambita di quei giorni che precedevano il Natale 2003.
Strane coincidenze, appuntamenti senza preavviso, all’unisono le persone arrivavano come guidati da una stella in quel luogo di misteriosa armonia dove era possibile lasciare la zavorra davanti alla porta e andare via vestiti di luce nuova, proprio là a Monteverde vecchio in quella stanza della Clinica del Sacro cuore venivano a incontrare colei che alla vita non aveva mai rinunciato salutando nelle strettoie più anguste la parola poetica.

Un augurio sentito allargato all’ennesima potenza a tutti voi

Lucia Sicari
30 dicembre 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

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